Café Jersualmen dei Radiodervish, cantastorie della Gerusalemme senza tempo

Café Jersualmen dei Radiodervish, cantastorie della Gerusalemme senza tempo

I Radiodervish tornano dopo “Human” del 2013, più caldi, più evocativi, più esoterici. « Café Jerusalem » vuole raccontarci una storia. Vuole raccontarcela attraverso i canti arcani ed enigmatici degli Hakawati, i cantastorie che animavano la città di Gerusalemme di racconti, cultura, tradizione. La storia è una storia antica quanto l’uomo: un amore difficile, travagliato dal conflitto che serpeggia nel Medio Oriente e divide la città Tre Volte Santa. Nabil Salameh, libanese, italiano, palestinese, ci porta con la sua voce calda e paziente di cantastorie nel mondo evocativo e combattuto ispirato al libro “Gerusalemme senza Dio” della giornalista e scrittrice italiana Paola Caridi, che è anche spettacolo teatrale prodotto da Teatro Stabile di Genova e Suq Genova. Nura, una donna palestinese, e un ebreo appena arrivato a Gerusalemme incrociano le loro strade in atmosfere incantate, visionarie, riscaldate dal sole torrido attraverso testi profondi, accattivanti, ricchi di immagini, amore, sofferenza e contraddizioni mediorientali. Secondo il loro stile, i Radiodervish uniscono culture, visioni del mondo, creano legami e contatti tra le persone attraverso la loro musica che è in italiano, in arabo, in francese, in spagnolo, in inglese. I pezzi cullano l’ascoltatore e lo portano nel mondo travagliato di anime divise come la città di Gerusalemme.

L’album accoglie con “Cardamom” che, come un’apertura di sipario, introduce al mondo orientale, come volesse catturare e accompagnare per mano l’ascoltatore nei suoi primi passi in questo mondo esotico e denso di passione. Si presenta così il disco come viaggio nello spazio e nel tempo, nell’anima delle persone che crescono, vivono, ricordano il mondo che Nabil Salameh vuole raccontare e cantare. Un pezzo poi dedicato a Nura, la protagonista della “Gerusalemme senza Dio”. Un tocco di malinconia ma anche di forza, che ricorda la canzone italiana. Un grido arabo, italiano, ebreo di speranza, di pace, di amore, di libertà di sentimenti e di riparo dall’ostilità che circonda quest’amore difficile.
Non manca il pezzo “Hakawati”, in onore dei cantastorie. La romantica “Love me in Jerusalem”, l’enigmatica “Jaffa Gate”. Ogni pezzo è una poesia, un racconto di culture mediorientali, un inno alla pace e alla bellezza. Si conclude con l’estemporanea strumentale “Out of Time”, che invece chiude il sipario dolcemente, concedendo all’ascoltatore-spettatore la possibilità di riflettere, senza abbandonarlo bruscamente, ma piano piano, lasciando il seme dell’immaginazione e della riflessione. Come risvegliarsi lentamente da un sogno con la luce del sole del mattino, le impressioni oniriche della notte che ancora si attardano nell’immaginazione.

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L’album si articola dunque come una lunga poesia, come un racconto marcato dalla forte cultura che lo sorregge. Suoni arabi, mediorientali si uniscono alla canzone italiana grazie a percussioni, fisarmonica, chitarra elettrica, basso, tastiere, buzuki e una voce limpida ed enigmatica. Gli arrangiamenti sono limpidi, immediati, senza troppe sovraincisioni. I Radiodervish vogliono trasmettere il momento reale del racconto dell’Hakawati accompagnati da un’orchestra in un Café di Gerusalemme. È un album da danzare nella mente. Un soffio di cultura altra, diversa, che utilizza sonorità lontane ma allo stesso tempo vicine, geograficamente e culturalmente. L’Italia è certamente una base fertile per un’arte che vuole renderla ponte tra Medio Oriente ed Europa, tra Oriente e Occidente.

Il percorso dei Radiodervish, nati a Bari nel ’97 dalle ceneri degli Al Darawish, è lungo e ricco di alte collaborazioni: Franco Battiato, Giovanni Lindo Ferretti, Noa, Giuseppe Battiston, Paola Caridi, anche Carlo Lucarelli, Teresa Ludovico e Valter Malosti, Lorenzo Cherubini, Stewart Copeland, Nicola Piovani. Hanno calcato piccoli e grandi palchi, fra i quali il Blue Note di Milano, il Dingwalls di Londra, l’Opera House del Cairo, l’Olympia di Parigi, altre capitali Africane, Mediorientali, Europee. Del loro fortunato percorso è difficile fare una cernita, ma possiamo sicuramente ricordarli per pezzi come “Centro del Mundo”, riproposta anche in una versione con la cantante israeliana Noa, per “L’immagine di te”, per l’album “Human” del 2013 e “In search of Simurgh” del 2004, ispirato all’opera letteraria “Il verbo degli uccelli” dell’autore persiano del XII° secolo Farid ad-Din Attar. Con il loro undicesimo album “Café Jerusalem” dimostrano di non aver perso la loro poesia, la loro qualità, la loro capacità di evolvere e rinnovarsi pur mantenendo il loro stile che tanto li contraddistingue.

La formazione dell’album, realizzato con il sostegno di “Puglia Sounds Records 2015 è inedita e prevede, oltre alla voce di Nabil Salameh, Michele Lobaccaro a chitarra e basso, Alessandro Pipino alle tastiere, Adolfo La Volpe all’oud e alle chitarre e banjo, Pippo Ark D’Ambrosio alle percussioni.La scelta degli strumenti è ponderata e indispensabile per l’atmosfera che l’album vuole proporre. Fra i vari strumenti, ritroviamo, oltre a basso, tastiera, chitarra acustica e batteria, l’oud, il saz baglama, la chitarra Fado, il bowed banjo, i cajones, il tamburello, lo xilofono.

Semplicità ricercata, che riesce a creare un percorso onirico in una realtà difficile, conflittuale, ma assolutamente affascinante. Da seguire con le orecchie e con il cuore.


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