Hindi Zahra, il vento caldo dal Marocco

Hindi Zahra, il vento caldo dal Marocco

 Hindi Zahra è una musicista, una cantante, un’artista. Di origini berbere e cresciuta in Francia, è una sintesi esotica e travolgente di generi musicali da tutti i paesi, da tutti i tempi. La sua ricerca musicale tocca canti tradizionali locali, musica pop contemporanea, blues, jazz, hip hop. Accompagna la musica alla pittura, recentemente ha esplorato anche il mondo del cinema, recitando nel film “Il Padre” di Faith Akin e “Itar el-layl” di Tala Hadid. Dopo cinque anni dall’uscita del suo primo album, “Handmade”, il suo nuovo lavoro “Homeland” si porta dietro i frutti della ricerca e della maturazione dell’artista. Per questi cinque anni, Hindi Zahra ha cercato le sue canzoni nei suoni e nel silenzio della natura sulle montagne marocchine. In contatto con l’aria di casa e le terre delle antiche tribù della sua famiglia il nuovo album “Homeland” è nato, fra le collaborazioni interessanti di musicisti di vario genere, dal chitarrista tuareg Bombino al percussionista marocchino Rhani Krija, che ha collaborato con molti musicisti di rilievo fra i quali Sting. I suoni sono ricercati, le novità sono molte. L’affascinante canzone in francese, “Un Jour”, la mistica “To the Forces”, che evoca guerrieri e paesaggi marocchini, la malinconica “The Blues”, la personalissima “Any Story” e gli altri pezzi formano un insieme armonico, allo stesso tempo nuovo e fedele allo stile dell’artista. Pur non perdendo le proprie sonorità calde e leggere, in questo album Hindi Zahra racconta nuovi ambienti, nuove storie, riempie i vuoti con nuovi suoni. A Jaymag si racconta in modo semplice e diretto, evocando la forza e la bellezza ancestrali della sua terra natale, che animano la sua musica e la sua travolgente personalità.

Il Marocco è molto importante per la tua formazione artistica e personale. Sei cresciuta con dei musicisti, dei compositori in famiglia, circondata dalla musica tradizionale marocchina. Tutto questo ha avuto molta influenza per te? Questa influenza è presente nella tua musica?

È strano perché ciò che mi ha insegnato è comporre. Quando ho visto i miei zii lavorare a casa, si trattava soprattutto di vedere le persone che componevano. Inoltre, si trattava di persone che hanno portato dei dischi a casa, mia madre compresa, con molti album, molta musica con sé. Questo mi ha molto influenzata. Poi, non so se si può direttamente ritrovare le influenze marocchine nel mio disco.
Si tratta soprattutto del metodo di lavoro che ho che è ispirato dalla cultura marocchina. Questo significa che si tratta di una composizione molto istintiva all’inizio, e solo in un secondo momento faccio degli arrangiamenti e preparo le cose. In ogni caso, quello che è importante nella composizione legata al Marocco è anche l’importanza delle percussioni.

La musica marocchina quindi non è stata la sola ad accompagnare la tua crescita. Hai ascoltato molti generi diversi. C’è qualche musicista o qualche genere che è stato particolarmente importante?

Credo che sia la musica nera americana in generale. Che sia il jazz, il blues, il rock. È la musica nera americana che mi ha veramente presa dopo la mia infanzia e adolescenza. In ogni caso è anche vero che dall’inizio sono cresciuta con tutti i generi musicali, di molti paesi diversi, molte culture diverse. Se potessi veramente scegliere fra tutto questo, direi che sì, è la cultura nera americana.

Come hai cominciato a fare musica?

In modo del tutto naturale. Da quando avevo tredici ho cominciato a capire. Io credevo che tutte le famiglie avessero dei musicisti, pensavo fosse una cosa naturale. Credo che sia stato verso i tredici anni che mi sono resa conto che no, non era così in tutte le famiglie e che con la mia cultura musicale, la mia eredità musicale avrei potuto fare qualcosa. In effetti da quando avevo otto anni ho cominciato a comporre, improvvisare e scrivere e all’età di tredici anni ho cominciato davvero con un piccolo registratore a poter scrivere canzoni e a prendere seriamente lo scrivere.

Parliamo di “Homeland”. Con quest’album racconti molte storie. Come è nato l’album? Cosa volevi raccontare?

Non so se avessi davvero voglia di raccontare qualcosa in particolare. Piuttosto, rispetto al mio primo album quello che ho voluto fare è stato continuare e migliorare il mio lavoro. Di fare una proposta molto più musicale, su quello che ho immaginato musicalmente attorno alla voce. Inoltre, il fatto di lavorare su dei ritmi sui quali avevo voglia di lavorare da molto tempo. Sia il ritmo iraniano, blues, il ritmo capoverdiano di Capo Verde, il ritmo Saharawi di Smara è stato, ecco, prendere dei ritmi tradizionali ed incorporarli in delle canzoni, farne delle canzoni.

Bissara

Nell’album ci sono delle collaborazioni. Com’è stato lavorare con Bombino? E avere le percussioni di Rhani Krija?

Con Bombino è stato magnifico, davvero un’esperienza fantastica. Non pensavo che un giorno avrei lavorato con lui, ho avuto davvero molta fortuna. Bombino è stato molto chiaro. Il caso ha voluto che registrasse proprio accanto allo studio, aveva un concerto proprio lì accanto allo studio dove registravo, dunque era già un po’ di tempo che pensavo a lui, qualche mese, per un featuring nel disco. Il fatto di registrare, e lui proprio accanto è stato importante per poterlo invitare. Lui è venuto, è entrato nella sala, ha registrato. Quello che ha fatto è stato di una semplicità… Incredibile. Quello che ha fatto, come ha suonato, incredibile. Con Rhani è stato così incredibile registrare per la prima settimana che gli ho chiesto di venire per una seconda per lavorare su altre ritmiche. Così abbiamo fatto una seconda sessione di percussioni. Ma nel disco ci sono davvero tanti musicisti straordinari: Juan Fernández “El panky” con il quale ho registrato a Cordova, Alberto Malo, il batterista svizzero, Jeff Alan, un bassista americano. Davvero della gente straordinaria.

Sono passati cinque anni dal tuo primo album, “Handmade” a “Homeland”. Volevi prendere il giusto tempo per la maturazione dei pezzi?

Sì, perché bisogna vivere le cose per raccontarle. O bisogna essere molto, molto ispirati. Ma per me… Avevo voglia di fare un disco che potesse, come dire, essere maturo. Ho preso del tempo per fare la musica di quel disco, in quel luogo. Penso che le canzoni, come qualsiasi altro lavoro artigianale, abbiano bisogno di tempo. Soprattutto perché, se avessi un gruppo e dicessi: “Bene, andiamo, ho delle canzoni in studio, abbiamo una settimana per registrare”, non sarei io. No, io non lavoro così. Lavoro più o meno sola, come in un laboratorio. Comincio a registrare strato per strato.

Pensi che la tua musica sia molto cambiata rispetto a “Handmade”? Nel caso, cosa è cambiato?

Penso che siano soprattutto le ambientazioni, i titoli ad essere diversi. Inoltre, come dicevo, ho invitato più musicisti. In ogni caso è più ricco, per me, a livello di sonorità.

Hai detto più volte che il concerto live è molto importante per te. Cosa ti permette il live? Ami il contatto con il pubblico?

Per me, la musica è fatta per questo, per viverla sulla scena con la gente. Per come vivo io la scena, c’è uno scambio molto, molto forte, ma c’è anche un apprendistato, un’esperienza che il palco dà. Nient’altro. Per me, in termini di esperienza umana, non c’è altro che possa somigliare a questo: Poter essere in osmosi con così tanta gente di fronte a noi, avere lo scambio di energia.

La pittura ha un ruolo importante per la tua musica?

Sì, sì, perché giustamente la pittura è l’opposto della musica. Molto silenzio, io in ogni caso cerco il silenzio per dipingere. Quando si fa musica, si è sempre dentro il suono, mentre con la pittura è piuttosto il silenzio, sono le forme, i colori che iniziano ad essere importanti. Quindi in effetti è come una specie di riposo, come un ping-pong, si va da un universo all’altro. La musica nutre la pittura e la pittura nutre la musica, in più ci calma dalla musica, ci dona della calma, degli spazi di calma interiore. C’è molta meditazione in effetti, la pittura è meditazione.

Il ritiro e la meditazione sono infatti importanti per te. Come hai detto precedentemente in un’intervista, non sei il tipo che esce molto, perché hai bisogno di essere in contatto con la tua vita artistica e con la natura.

Ammetto che i luoghi sono importanti. Quando ho scritto il disco ho passato molto tempo nelle grotte e nelle montagne marocchine e la natura è veramente qualcosa di straordinario, veramente qualcosa di straordinario per me. È così importante che è vero che non mi sento necessariamente bene in una città e non mi sento necessariamente bene con quello che la città offre, ovvero uscire, mangiare fuori, fare shopping, partecipare a tale serata, tutto questo non è propriamente la mia passione. Se voglio ballare, posso ballare a casa. Inoltre, posso essere il mio proprio dj, quindi mi sta bene così.

Non hai bisogno di altro!

[Risata] Voilà.

Hai anche sperimentato il cinema. Come ti è sembrata l’esperienza, ti è piaciuto?

Sì. Penso di aver avuto molta fortuna, perché là ho fatto veramente qualcosa quasi a trecentosessanta gradi sull’arte. È vero che il cinema è stata una grande sorpresa per me. È stata una grande sorpresa e una grande esperienza per me. Davvero una grande esperienza. Completamente diverso dall’esperienza della musica.

Per quanto riguarda il tuo futuro di musicista e artista, hai delle idee? Prevedi qualcosa?

No, non voglio mai prevedere nulla. Quando si vuole prevedere le cose la vita delude, quando non si vuole prevedere nulla la vita porta delle sorprese.

C’è un artista, un musicista italiano che apprezzi in particolare?

Ho scoperto il ritmo del sud, la tarantella, ho scoperto i canti tradizionali napoletani con le percussioni e la marcia tradizionale… Adesso, venendo a Milano ho domandato qualche nome di musicisti italiani per l’appunto, per conoscere un po’ la musica tradizionale italiana, per ascoltare.

Ami la ricerca.

Ah sì, sì, assolutamente. Sì, assolutamente. Poi, aver scoperto queste percussioni in Italia è stato un grande piacere, una grande sorpresa per me.

Da Italiana, questo mi fa piacere!

[Risata] In ogni caso, sono già venuta in Italia l’anno scorso per i due film di Faith Akin e Tala Hadid e ho potuto scoprire l’Italia almeno un poco. È stato fantastico per me.

Un’ultima domanda. Ti senti Africana, Europea o hai una visione cosmopolita?

Come mi sento… In realtà non si tratta di sentirsi, la mia cultura è africana. È vero che in un contesto africano io riconosco di più le cose. Ma poi sono una viaggiatrice, quindi sì, mi sento Africana di radici, però sono anche universalista. Questa è la cosa più importante.


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