Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, recensione del film

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, recensione del film

Dopo due anni dall’uscita nelle sale cinematografiche francesi, è arrivato anche in Italia l’ultimo lavoro di Jean-Pierre Jeunet, noto ai più per la fiabesca commedia romantica Il favoloso mondo di Amélie. Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet è il settimo lungometraggio del regista, assente dalle sale cinematografiche internazionali da più di quattro anni, quando con L’esplosivo piano di Bazil era tornato alla commedia satirica che aveva caratterizzato lo stile del suo primo film, Delicatessen (1991).

Tratto dal romanzo di successo e opera prima di Reif Larsen, Le mappe dei miei sogni, Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet è il secondo lavoro con cui Jeunet si confronta con un’opera letteraria, dopo il suo primo film di guerra, Una lunga domenica di passioni, dall’ononimo libro di Sébastien Japrisot. Del tutto differente, sia per il tema che per l’aspetto visivo, dal film del 2004, questo nuovo film del regista francese è un ritorno alle sue origini: ai bambini protagonisti, ai colori sgargianti e insieme polverosi, alle imprese eroiche di personaggi che di eroico non hanno davvero nulla (almeno nell’aspetto). Un libro, quello di Larsen, che sembra davvero scritto su misura per Jeunet.

T.S. Spivet è un ragazzino americano di dieci anni che abita in un ranch sullo spartiacque continentale. Fra la madre etnologa alla ricerca di un insetto dalla dubbia esistenza, il padre cowboy emotivamente menomato e senza alcuna comprensione del mondo scientifico, la sorella maggiore tutta presa da sé e dai suoi sbalzi d’umore, T.S. ha come unico punto di riferimento il fratello gemello eterozigote. Il loro aspetto fisico è tanto differente quanto i loro interessi: difatti, T.S., come la madre scienziata, ha svariati interessi tutti collegati ad ambiti scientifici, fra mappature, invenzioni ed esperimenti; mentre Layton, suo fratello, assomiglia in tutto e per tutto al padre ranchero, con il suo fucile sempre in mano per sparare a qualsiasi cosa si muova. Tutto ha inizio con una telefonata diretta a T.S., cosa alquanto incredibile, soprattutto per la sorella maggiore, monopolizzatrice ufficiale dell’apparecchio. Dall’altra parte del telefono è lo Smithsonian di Washington D.C. che vuole comunicare al signor T.S. Spivet che la sua invenzione della macchina a moto perpetuo ha vinto il prestigioso premio Baird. Ovviamente il signor T.S. non esiste, esiste solo il bambino T.S., che seppure inizialmente indeciso, alla fine decide comunque di recarsi da solo a Washington per ritarare il così ambito premio.

Un film non convenzionale, nel quale però non è difficile immedesimarsi, con una morale alquanto scontata ma raccontata in maniera originale. Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet racconta con dolcezza un’atroce esperienza di formazione, con la leggerezza tipica delle commedie di Jeunet e un cast azzeccato, dove oltre all’ormai attore feticcio di Jeunet, Dominique Pinon, spicca la carismatica presenza di Helena Bonham Carter, nel ruolo della madre di T.S.. Un ottimo ritorno sul grande schermo per uno dei registi francesi contemporanei più incisivi.



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