Mi sono scoperto femminista a 30 anni

Mi sono scoperto femminista a 30 anni

Di: Omake

Sì, è stato un percorso piuttosto lungo, ci sono arrivato con calma.
In primis per un motivo molto semplice: ho sempre creduto che con il termine “femminismo” si facesse riferimento a qualcosa che con me c’entrava ben poco. Avevo in testa l’immagine grottesca che i media mi avevano venduto, quella di donne brutte/lesbiche che non si curano e che rompono i coglioni. Essendo io nato nel 1985, facendo due calcoli capirete che sono stato adolescente durante lo strapotere mediatico della tv generalista che veicolava un certo modo di vedere le donne, il loro corpo e, soprattutto, il loro ruolo. Ho vissuto i primi 20 anni della mia vita in un mondo in cui c’era (o meglio, c’era SOLO) il presentatore ultra 50enne in giacca e cravatta contornato di ragazzine seminude, che faceva continue allusioni sessuali e che ricordava che il loro ruolo era quello di portare una busta. So che per i 20enni di oggi può sembrare preistoria, ma c’è stato un mondo in cui non potevi scegliere cosa guardare con un click. Si accendeva la tv, e quel che c’era, c’era. Fine dei giochi. E quando nasci, cresci e ti formi con questo tipo di educazione, non è semplice cambiare. Fin da neonato, intorno a te la società ti insegnava (chiariamo subito: lo fa anche oggi, fortunatamente in misura minore) che esistono i giocattoli da bambina e quelli da bambino, gli sport per i maschi e quelli per le femmine, e via dicendo. Nella realtà dei fatti, già nei primi anni della adolescenza avevo iniziato ad intuire un certo tipo di discriminazione. Ad esempio mi rifiutavo sempre di entrare in quei locali dove la donna entra gratis e il maschio paga ad esempio, perché l’ho sempre vista come una mercificazione di quelle mica da ridere. Però questo era per me un modo di vedere le cose che non consideravo “femminista”. Quello era un termine che mi sembrava di un’altra epoca, quella in cui le donne erano davvero discriminate. Convinto che oggi la situazione non fosse così.

Nell’ultimo anno ho iniziato a far caso ad un po’ di cose.
Più piccole magari, ma presenti ovunque. Cose quotidiane. Cose del mio quotidiano. Mi sono accorto che se vedevo una donna di bell’aspetto in una posizione lavorativa di rilievo, spesso mi scattava il giochetto del “eh, l’avrà data a qualcuno”. Oppure, se vedevo una ragazza vestita in modo diciamo audace, che magari a fine serata andava a letto con un ragazzo appena conosciuto, pensavo “che troia”. Che poi diventava l’offesa automatica da rivolgere alle ragazze. Per tutto, a caso.

Venendo quindi al punto della questione, mi sono accorto che c’è un problema di linguaggio, che non avevo mai notato nei primi 29 anni della mia vita.
Esempio. Se tu giornalista intervisti due persone che hanno appena avuto un figlio e sono anche due imprenditori, e parlando di lei dici “è anche neomamma”, in questo preciso istante hai commesso un atto di sessismo. Perché il non aver parlato di “neo genitori” ma solo di neomamma in riferimento alla donna, vuol dire che tu stai considerando l’essere madre come un valore aggiunto all’essere “donna”. In poche parole: lui è un imprenditore. Lei è un’imprenditrice e una mamma. Credo che si capisca dove sia il problema in una cosa del genere.
Proviamo a far caso a quante volte, magari dopo un’incidente stradale, leggiamo cose tipo “muoiono madre di due figli e un avvocato”. Sono riferimenti ad un modello di famiglia patriarcale vecchio di decenni.
Altri casi comuni sono tutti quei titoli che si leggono e che vanno dal “respinge i corteggiamenti, viene violentata”, fino al “moglie uccisa in un raptus di follia”. Io credo che il “corteggiamento” sia un “ciao, posso offrirti un caffè? Sei molto carina e vorrei conoscerti” (o roba simile, non sono mai stato bravo in queste cose), e non uno stalker che ti perseguita. Così come sono convinto che i “folli” siano quelle persone che hanno dei problemi mentali e che si portano dietro più o meno da sempre, e che hanno bisogno di un aiuto professionale per riuscire a stare in una società che non li accetta. Non il tizio che ha beccato la moglie con un altro, gli è presa male e ha accoltellato sua moglie. Questo è un omicidio. E basta.

In fin dei conti, questo è lo specchio della società in cui viviamo. Di quello che siamo. Credo che una buona fetta di persone sia piuttosto convinta che oggi uomini e donne debbano avere stessa parità di trattamento e considerazione. Ma magari poi nel quotidiano fanno azioni che non rispettano appieno questo modo di vedere le cose.

Allo stesso modo, ci sono tante persone (non solo uomini) che hanno difficoltà col termine “femminismo”, vedendolo come lo vedevo io fino a non molto tempo fa.
Oppure, che lo considerano come una questione prettamente femminile. Ecco, questa se mi permettete è la cazzata definitiva. Ritengo di potermi interessare dei problemi legati alle minoranze anche se io non ne faccio parte, no? Le donne, in Italia, sono circa il 52% della popolazione, credo che sia mia diritto (e dovere), nel mio piccolo, cercare di fare qualcosa. Non sono un tipo da manifestazione, però credo che nel proprio piccolo si possano fare tante cose. In primis, cercare di migliorare se stessi, e ricordarsi di mettere in pratica ciò che si crede giusto. E poi, sfruttare i mezzi che si hanno. Io ad esempio ho scritto una canzone che si chiama “Woman”, e l’ho messa nel mio album. E dove posso, cerco di parlare di quello che per me è il femminismo oggi. Come ho fatto qui su Jaymag, e che ringrazio per avermi dato questa occasione.

Ovviamente ci sarebbero un miliardo di altre cose da dire, ma forse perché ho sempre studiato e lavorato nell’ambito della comunicazione, è l’aspetto comunicativo della vicenda quello che sento più vicino a me. Credo poco nei grandi leader. Credo piuttosto che potremmo tutti fare qualcosa nel nostro piccolo, e cercare di portarlo agli altri nella misura che sentiamo più giusta. E se siamo convinti di qualcosa, esporsi un minimo credo sia cosa giusta. So che ho scritto di un argomento non troppo leggero e in un modo che magari con la musica c’entra poco, ma mi sono sentito di parlarne. Anche perché mi sembra che quelli che una volta parlavano di certe cose (cantautori, band con le chitarrine etc.) adesso siano più occupati da cocktail e riverberi direttamente proporzionali ai filtri da usare su Instagram. E io non voglio far quello politicizzato, però mi sono sempre detto: “se non lo fa nessuno, fallo tu.”
E se anche una sola persona dopo aver letto queste righe iniziasse a farsi un paio di domande, io sentirei di aver fatto davvero qualcosa.

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OMAKE prende vita nei primi mesi del 2014, scrivendo canzoni in casa sua. Nato songwriter, anche se slegato in realtà da qualsiasi genere, provienendo da anni di scenario punk  hard core del quale ha mantenuto l’approccio alla scrittura e al mondo che lo circonda, ben presto il progetto si contamina con il mondo del beatmaking hip hop e l’elettronica, trovando la sua dimensione naturale. I temi affrontati sono personali, non c’è la pretesa di farsi voce di nessuno se non di sé stesso, e poco anche di quello.
Si parla delle persone (nel bene e nel male), ma anche del fatto che affacciarsi ai 30 anni oggi sia piuttosto complicato. “Dal momento in cui ho iniziato a lavorare a Purest Love, dal suo concepimento all’incisione in studio, ho sempre pensato che questa canzone sarebbe stata la punta di diamante di COLUMNS. Nel video, girato da Fabio Cotichelli per Chinese Food Production (già al lavoro con me per “Florida”), abbiamo  cercato di porre in immagini parte di ciò che “Purest Love” rappresenta: una sorta di contrasto fra la singola  persona, chiusa all’interno di un ideale consapevolmente irraggiungibile e l’esterno, fatto di gente che semplicemente vive la propria quotidianità.”

‘Columns’ (30/01/2015)
(Sherpa Records)

http://sherparecords.bandcamp.com/album/columns

 

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