E se la vita fosse solo una canzone?

E se la vita fosse solo una canzone?

Di: Lorenzo Vizzini

Ho sempre sopravvalutato il valore effettivo della musica nella vita di tutti i giorni. Spesso mi trovo a parlarne come di un bene indispensabile, come l’aria o l’acqua. Ho sempre avuto un rapporto contorto con la musica, ai limiti del patologico. E’ strano parlarne senza essere presi per matti, ma ci provo. Mi capitava sin da bambino di rielaborare tutto quello che vedevo come fosse un suono e questa sinestesia perversa mi ha accompagnato per il resto dei miei anni. Così, spesso mi succede di trasformare quello che ho attorno in armonia, suono, ritmo, note intonate o dissonanti. Quando cammino per le strade di Milano, nella giungla urbana che la circonda, sento una pioggia acida di sintetizzatori dagli accenti gravi, suoni infernali e controversi, compressi, sintetici, bassi. Percussioni elettriche si avvicendano tra le fermate metropolitane, beat ancestrali accompagnano il tragitto tra Molino Dorino e San Babila. Quegli stessi suoni, poi, si schiariscono alle sette di sera, nel ticchettio dei bicchieri degli aperitivi e diventano brillanti quando l’arancia tocca il fondo del Campari che bagna lo Spritz, per diventare liquidi nelle passeggiate notturne, lungo i fianchi dei Navigli. Gli archi mi ricordano il freddo, la perfezione cristallizzata dei ghiacciai, la neve della Polonia alle 6 del mattino, che diventa brina tra i capelli. Nei volti degli anziani sento il fluire di viole e violoncelli, una comunione estatica, lenta, che anticipa l’ultimo tempo della vita, il gran finale dell’orchestra, che anticipa la chiusura dei sipari.

Nella pulsione erotica rivedo il groove delle batterie, che vibrano nel ritmo segnato dal charleston, nel suono caldo della cassa raffreddato dai colpi del rullante, in un equilibrio imperfetto. Andante e sostenuto, veloce e lento, attacco e rilascio. Allo scampanare delle 13.30, quando è primavera e i ragazzini escono da scuola, tra zaini e insicurezze adolescenziali, ci sento le chitarre acustiche: alte, acute, brillanti. Sono le stesse che accompagnano gli scenari policromatici balneari, dove gli ombrelloni sfavillanti e i bikini in marcette disarmoniche fanno da scenografia ai primi baci, alle educazioni sentimentali e irregolari di embrioni di uomini.

Poi arriva il tempo dei dubbi post-adolescenziali, quelli della generazione Y, delle allucinazioni dei vent’anni, quando ci sono troppe domande e pochissime risposte. In questi scenari – che peraltro mi trovo a vivere – ci vedo una cascata di chitarre elettriche, psichedelie di riverberi e delay, distorsioni contorte che implodono ed esplodono disarmonicamente. Ci sento Syd Barrett e Kurt Cobain, i Radiohead e Jim Morrison, in un’orgia di punti interrogativi e di occhi in dormiveglia, perennemente semichiusi.

Quando inizia il cammino nella giungla della quotidianità, quando ci si accorge che la bellezza non salverà il mondo (checchè ne dica Dostojevski), prende vita il viaggio nel caos: ecco, lì dentro ci sento il suono dei fiati, dei tromboni gravi e sincopati, nella fretta dei giorni di lavoro oppure la malinconia delle trombe e dei sassofoni, nell’uggia urbana delle domeniche senza sole. Il momento della maturità, quando gli angoli si smussano e diventano più tondi e più caldi, ha per me il suono del pianoforte: un suono confidenziale, quasi familiare. In sostanza, per me, il pianoforte è un po’ una sorta di strumento d’equilibrio. Sarà per questo che fino ad oggi ho preferito sempre tenerlo a distanza di sicurezza: rappresenta per me il territorio inesplorato, che conoscerò col tempo. Ho sempre pensato che la musica abbia un duplice effetto nei miei confronti: salvezza e rovina, evoluzione e distruzione. Ecco, dopo questo delirio, probabilmente sarebbe giusto chiuderla qui questa storia. Non ci riesco, purtroppo: è più forte di me. Visto che ormai le carte sono svelate, vi lascio con il delirio conclusivo: il tempo. Il bpm: beats per minute, battiti per minuto. In ogni battito ci vedo dentro l’insieme dei momenti della nostra vita. Un battito continuo, che accelera e decelera senza logica, che in certi momenti ci eleva e in altri ci infanga negli abissi. Fino al punto finale, nella completa assenza di tempo. La musica finisce e rimane il silenzio. E se la vita fosse solo una canzone?

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Nonostante la giovane età Lorenzo si è già fatto strada nel panorama musicale italiano come autore e compositore. Quando aveva solo 18 anni, infatti, Ornella Vanoni  lo ha voluto a fianco a sé per scrivere otto dei tredici brani contenuti nel suo ultimo album, “Meticci”. Ora Lorenzo si mette alla prova con un primo disco d’inediti, dieci brani legati tra di loro, che raccontano in maniera autobiografica il percorso che il giovane cantautore ha avuto modo di affrontare in questi anni di formazione musicale e umana.

Il disco vanta la collaborazione di musicisti come Nicola Oliva (chitarrista di Laura Pausini ed Ornella Vanoni) e Giordano Colombo (batterista di Franco Battiato e Gianna Nannini). L’album è stato mixato a Londra da Steve Lyon, noto ingegnere del suono, già a lavoro con Depeche Mode, Cure, Paul McCartney, mentre il mastering è stato realizzato ai Metropolis Studios di Londra, da John Davis (U2, Lana Del Rey, Prodigy, Florence + The Machine).

 Dice di sè:

Sono nato nel 1993, a Ragusa, la provincia più a sud d’Italia. Ho imparato a parlare a sei mesi. A camminare a dodici. Infatti oggi sono pigro, ma in compenso mi piace molto parlare con gli altri.  Ho scritto la mia prima canzone a cinque anni. Si chiamava “Bella come sei” e l’avevo dedicata ad una bambina biondina, di cui oggi non ricordo nemmeno il nome. Ho continuato a scrivere canzoni per il resto della mia vita. Fino ad oggi è sempre stato il mio gioco preferito.
Nella vita mi sono successe tante cose e tante cose ho imparato. Sono stato in dodici paesi del mondo, mi sono innamorato diverse volte, senza capire fino in fondo cosa fosse l’Amore, sono stato felice, deluso, disperato, entusiasta, vivo e voglio esserlo fino all’ultimo giorno dentro questa terra. Mi piace vivere al mare e viaggiare. Da grande, mi piacerebbe conoscere chi sono. La mia missione nella vita è riuscire a fare sempre solo quello che voglio.

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