Italian gods #2

Italian gods #2

Ho conosciuto un batterista diciottenne che non può bere, perché quando si ubriaca piange sempre. Mi ha detto che dorme in una cantina, e pensa tutto il tempo al motivo per cui le persone smettono di amarsi, e quando gli ho detto che dovrebbe pensare al motivo per cui le persone hanno le vertigini ha iniziato a piangere.

Ho conosciuto un giovane bidello, abbiamo parlato di Hemingway e della solitudine di Napoli, l’unica città dotata di senso dell’umorismo, mi ha detto che nel suo paese urlano tutti, e l’ultima volta lui era affacciato alla finestra e pioveva e questo tipo passava con la bici davanti al bar, allora il barista zompa fuori e urla: “Arò vai che chiov’?”
E il tipo risponde, perfetto, “Arò vac ie non chiov.”

Quando sono su un palco penso spesso che vorrei che tutti i musicisti che amo impazzissero improvvisamente, e sfondassero il cuore e la mente delle persone. Quando sono sul palco osservo tutti, per vedere chi ha un peso nel cuore, chi fa muovere la terra, chi rende il cielo alto.

letto2Delle case, degli alberghi, degli ostelli dove finisco a dormire mi colpisce l’odore delle lenzuola, l’odore nuovo, l’odore di pulito. Si scontra contro l’immagine che ho della mia fine, il naso gonfio e le ginocchia a terra, e mi mette in pace con il mondo. Non ho più un mio letto da quando ho dieci anni e nessuno ha mai cambiato le mie lenzuola. Ma ve l’assicuro, si campa bene lo stesso.

Stanotte ho sognato di essere allo Smav di Caserta, nel bagno uno spacciatore cercava di vendermi dello speed, poi s’incazzava e iniziava ad urlare perché lì dentro io non ci potevo stare: “Non sei abbastanza alla moda per questo bagno!”, poi se ne tornava nel suo appartamento, viveva esattamente sopra: si accedeva al monolocale da una scala interna, e il monolocale era arredato come il reparto libri per bambini della Feltrinelli di Largo Argentina, e mentre io gli chiedevo spiegazioni lui pisciava sui libri.

Poi ho sognato di nuovo mio padre, che non mi dice mai una parola: non era su una poltrona, come sempre, a bere caffè e fumare sigarette; sfogliava con occhi innamorati un album di foto di mia madre, la donna che forse ha odiato di più in tutta la sua vita. Quando penso a lui penso al fatto che si è ficcato le mani nelle mutande fino all’ultimo giorno prima di morire, e al fatto che ci somigliamo da morire.

È per questo che suono. Perché non riesco a tenere ferme le mani.

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