Nneka, la mia musica è ogni cosa che ho fatto

Nneka, la mia musica è ogni cosa che ho fatto

Sacerdotessa del pop e del non pop africano e mondiale, chiama a raccolta nella sua musica dal suo vastissimo arsenale di possibilità, dall’ancestrale musica africana al più globalizzato afrobeat, dal rap afroamericano al reggae più classico, il tutto immerso nel suo personalissimo colore. Nneka Lucia Egbuna, nigeriana di padre e di crescita, tedesca di madre è orgogliosa della sua musica e non permette, non permette proprio domande su influenze, ispirazione. La sua ispirazione è la vita, la musica è un canto spontaneo e cresce naturalmente sulle esperienze del proprio percorso. “My Fairy Tales”, il suo ultimo album, uscito quest’anno, riscopre una musica fra l’attuale e il vintage. Fra il roots e il reggae, i tormentoni pop non sono certo mancati nella sua carriera, da “Hearbeat” con Nas, a “Shining star”, “Lucifer”, “Sleep” e tanti altri. Anche in “My Fairy Tales” troviamo “My love”, che ha decisamente l’intento commerciale di catturare l’attenzione. Ma l’album in sé ha una qualità e una ricercatezza superiori, più ponderate. Nneka ha, con questo album, voluto esplorare le possibilità che la sua esperienza e il suo talento possono darle in direzione di una bellezza meno ristretta al campo delle classifiche.

L’album è completo. Esplora e tocca vari generi in varie direzioni.I bassi si portano dietro il retaggio spirituale del mondo del reggae, del roots, un groove ricercato e a tratti volutamente demondé. Anche l’electro e il pop vengono amalgamati nel coro con gusto e naturalezza. Chi conosce Fela Kuti e l’afrobeat non può non sentire l’eco della loro presenza, nei suoni come nell’impegno politico. Non per niente Nneka fa parte di African Women Development Fund [AWDF] in Ghana, ha co-fondati la Rope Foundation, un’organizzazione di beneficenza che si occupa di permettere a donne e giovani in Africa di esprimersi attraverso l’arte.

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Il Sunday Time ha voluto definire Nneka la “nuova Lauryn Hill”, il che crea un po’ di confusione perché a quanto dicono fonti variamente affidabili Lauryn Hill è ancora molto viva e molto vegeta e continua a fare il suo. Stilemi inflazionati non sono in ogni caso adatti per definire Nneka. Si definisce da sé, con la sua ricerca nell’indipendenza e nell’originalità africana e globale. Con “My Fairy Tales” e la sua diversa luce possiamo trovare una nuova Nneka. Il suo stile mistico, religioso, politico, culturale, umano viene rivisitato in suoni più caldi e più profondi.
Il disco nasce in un suo soggiorno in Francia. Non si può dire che Nneka non abbia viaggiato. Gli studi in Germania, i vari tour con Nas, Damian Marley, Lenny rKravitz. Le esperienze e le consapevolezze dei viaggi confluiscono nel suo ultimo lavoro, che ha un’orizzonte molto più alto e sicuramente una qualità più longeva e lungimirante. Con lei ho avuto una conversazione difficile, perché non si può parlare di musica come se non fosse vita, non si può parlare di vita come se non fosse politica. E soprattutto, “io sono io”. Non sono la musica con la quale sono cresciuta, non sono le persone con le quali ho lavorato. L’indipendenza e l’identità sono le due stelle comete che guidano Nneka nel suo viaggio come musicista e come attivista. Dopo i tuoi album precedenti, « Victim of Truth », « No Longer at Ease » e « Soul is Heavy », questo album ha un titolo più leggero, ma non un contenuto più leggero.

Cosa significa per te « My Fairy Tales »?

Le favole [Fairy-tales] sono di solito cose che si raccontano ai bambini. Sono quasi irreali. Sono cose che si raccontano non solo ai bambini ma anche adulti che si comportano come bambini. C’è un po’ di ironia in questo album, è come se stessi raccontando storie che sono troppo incredibili per essere prese come reali.

Nell’album ci sono stili diversi ed influenze diverse; afrobeat, soul, reggae.Cosa ti ha influenzato di più nel creare il tuo stile personale?

Cosa mi ha influenzata di più? In generale, la musica che faccio. Cosa mi ha influenzata? La vita, le persone, le storie che hanno da raccontare. Quello che fanno, per esempio, per essere musicisti, il modo in cui i musicisti vivono la loro vita.

Durante la preparazione dell’album ti trovavi in Francia. C’è stata qualche esperienza, qualcuno in particolare che ti ha influenzata?

Sì, ho incontrato Mounir Maarouf, con il quale ho lavorato alla registrazione. Ma… Ogni album l’ho fatto con il mio stile. Non è che questo sia il mio stile neutrale. In realtà, questo è un loop. Questa sono io che provo diversi approcci verso la musica, un approccio meno commerciale. Incontrare Mounir di sicuro mi ha ispirata molto. E incontrare altre persone, africani fuoriusciti dall’Africa, ascoltare le loro storie, le storie delle loro partenze, i loro trascorsi. Corruzione, abusi, tangenti folli, tutte queste storie solo per uscire dall’Africa. Questo mi ha fatto pensare alla mia vita, come sono arrivata fino a qui, cosa ho qui.

Siamo in argomento, vorrei parlare del tuo impegno politico presente nell’album.”Pray for you” è un pezzo apertamente contro Boko Haram. Come pensi che sia stato accolto nel tuo paese natale?

Abbiamo ancora della strada da fare in questo senso, abbiamo ancora della strada da fare. Quella canzone io l’ho scritta tre anni fa per essere precisi. All’epoca, nessuno parlava ancora di Boko Haram. In ogni caso, adesso è il momento. Ho fatto uscire la registrazione ho pensato che fosse il momento giusto. Adesso che Boko Haram è al centro dell’attenzione ho pensato fosse il momento giusto di far uscire il pezzo. Perché sta solo mettendo a nudo la verità. Noi tutti dobbiamo avvertire i nostri leader. Troppo sangue è stato versato, troppe persone stanno morendo, tutti ce ne preoccupiamo e tutti ce ne dobbiamo preoccupare. Penso che il primo passo sia capire che noi siamo parte del problema.

Come dici nel tuo pezzo “Africans”: “Wake up world, wake up africans”. Quale idea dell’Africa vuoi dare al resto del mondo tramite la tua musica?

Come gli altri vogliono vedere l’Africa, non posso dirlo. L’Africa non è quella che si vede nei media. Non è solo guerra, aids, ebola, tutte queste cose, queste cose orribili. C’è molto, molto di più in Africa. Non è tanto importante come vedono l’Africa, il fatto è che loro ne dipendono. Dipendono dalle nostre risorse, dal nostro petrolio, quindi loro sanno come vedono l’Africa. Lo sanno già. Quindi credo che stia a noi [Africani] l’immagine di come noi stessi ci dipingiamo.

L’identità culturale è infatti molto presente nella tua musica, con i temi che affronti, la presenza della religione. Per te è importante che la tua musica resti apertamente e culturalmente africana?

Penso che questo succeda naturalmente. Succede naturalmente che la mia musica sia intrisa di cultura, che abbia la mia identità. Penso che sia importante distinguere, distinguere le persone

Tu credi nel potere e nella forza politica della musica. Qual’è il tuo obiettivo, quali sono i tuoi desideri e le tue speranze per il futuro del tuo paese?

Abbiamo più fiducia in noi stessi, ce l’abbiamo come nazione, come popolo. Siamo in pace dentro noi stessi. Ci sono diverse tribù, diverse lingue, la situazione è difficile. È tempo di alzarci. Dobbiamo impegnarci noi, lavorare con i nostri leader. È davvero il momento di alzarci. Dobbiamo iniziarlo noi. Nella nostra famiglia, con i nostri vicini. Penso sia questo l’inizio di tutte le cose.

Una domanda su di te. Sei un’attivista politica, parte di diverse ONG, un’antropologa, una musicista. È difficile tenere tutto insieme?

Ho finito da molto tempo i miei studi. Con le ONG lavoro a tempo pieno, provo a delegare il lavoro anche ad altre persone quando sono in tour o quando c’è qualcos’altro da fare. Finanziariamente per me è dura. Ma sai, in fondo va bene. Faccio la mia parte.

Hai avuto molte collaborazioni importanti nella tua carriera fino ad ora. Nas, Lanny Kravitz, Damian Marley. Sono stati importanti per il tuo percorso? Hanno cambiato il tuo modo di fare musica?

No. Decisamente no.

Da quando hai cominciato, c’è stato un cambiamento, un cambiamento di percorso?

Il modo in cui vedo il Mondo, il modo in cui vedo me stessa. Il modo in cui vedo gli altri, come li tratto, il modo in cui vengo trattata. Ho avuto anche la necessità di utilizzare meglio gli strumenti, di prenderci più la mano e usarli meglio, la mia chitarra… Imparare tutti gli strumenti. Questo è tutto. Stile? Non credo che il mio stile sia cambiato, sono gli strumenti. Non è lo stile di un’altra persona.

C’è un musicista africano che apprezzi e con cui vorresti un giorno collaborare?

Ce ne sono molti, ma non sono molto famosi. Ho la mia casa discografica, quindi cerco di fare da supporto ad artisti locali. La loro musica è molto ancestrale, se capisci quello che intendo. Mi piace sostenere il talento locale e gente molto brava, ovvero gente che io stimo molto molto brava. Per quanto riguarda le persone che sono sotto i riflettori, chiunque sotto i riflettori in questo momento, andrebbe bene, ma li vedo e dico “Wow! No aspetta… ma non è africano”. A me piace veramente ciò che è africano. O afroamericano.

Hai un piano per il futuro della tua musica e del tuo attivismo politico?

Sperando che tutto vada bene, sì. In realtà, sono pronta a fare qualsiasi cosa al momento. Guardo all’amore, a Dio. Sono contro la guerra. Voglio fare la cosa giusta.

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