Ogni duemila spari

Ogni duemila spari

Di: Eugenio Sournia

Il Venerdì Santo, in chiesa non si suonavano le campane. Dove nella liturgia si suonava il campanello, quel giorno si battono invece due legni tra loro, il cui suono riverbera cupo in tutta la navata. Così, nell’altopiano quella notte si spandeva vicino, lontano, il colpo del cannone. Giuseppe e Antonio stavano lì, nella trincea buia e fredda, zitti. Vicini l’uno all’altro da poter sentire sul collo il fiato del compagno, si scaldavano come asini nella stalla nelle notti di gelo. Con il tempo Antonio, più anziano, aveva insegnato a Giuseppe un particolare importante.

“Non devi avere paura delle cannonate che senti arrivare. Dopo un po’, quando ti bombardano tutti i giorni, non ci fai più nessun caso. Sei in grado di distinguere il calibro, la distanza del proiettile, dove cadrà, già nel momento esatto in cui il colpo esce dall’obice.

Però ogni tanto è diverso. Ogni mille, duemila spari, c’è un colpo particolare, che ti fa bruciare le viscere perché non lo senti partire come tutti gli altri, ma lo senti partire dalla tua pancia, verso il tuo cuore. Da esso ti senti subito colpito dentro, senza che tu te lo possa spiegare. Quando quel colpo lo senti partire, ecco, allora devi avere paura. Me lo ha detto Riva prima di morire, dopo che nell’offensiva del ’17 quella cannonata gli ha fatto partire le gambe.”

Molti anni dopo, quanto Giuseppe era diventato Ungaretti, un giovane giornalista si sedette davanti a lui nel suo studio di Roma e gli chiese:”Professore, scusi la domanda forse sciocca, ma cos’è per lei la poesia?”

Ungaretti ebbe a rispondere: “La poesia è poesia solo se uno udendola, da essa subito si senta colpito dentro, senza immaginare ancora di potersela spiegare. Allora, devi avere paura.”

Ho iniziato a scrivere poesie da piccolo, perché alle elementari mi fecero studiare Ungaretti. Col tempo, un po’ perché troppo prono alla sua imitazione per essere un buon poeta, un po’ perché ho sempre avuto fretta, ho scelto di comunicare piuttosto scrivendo in musica. Mi sono infatti poi accorto che questa sensazione di stupore immediato, di magica consapevolezza, di cui parlava il poeta, la ricercavo non tanto in me stesso, quanto desideravo procurarla agli altri ed esserne al contempo spettatore. E’ un’ambizione sconfinata ed orgogliosa, devo ammetterlo. D’altra parte credo che chi si cimenta con qualsiasi forma creativa, indipendentemente dai risultati, desideri in primo luogo comunicare se stesso.

“L’autore non ha altra ambizione, e crede che anche i grandi poeti non ne avessero altre, se non quella di lasciare una sua bella biografia. Le sue poesie rappresentano dunque i suoi tormenti formali, ma vorrebbe si riconoscesse una buona volta che la forma lo tormenta solo perché la esige aderente alle variazioni del suo animo e, se qualche progresso ha fatto come artista, vorrebbe che indicasse anche qualche perfezione raggiunta come uomo” (Giuseppe Ungaretti)

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I Siberia nascono nel 2010 a Livorno, hanno all’attivo un ep autoprodotto e nel prossimo autunno vedrà la luce il loro primo album ufficiale, prodotto e distribuito dalla milanese Maciste Dischi.

Rappresentano il connubio più onesto tra l’esasperazione new wave e la dolcezza del cantautorato italiano. L’estetica musicale e la lirica dei Siberia non ha nulla di ironico o sarcastico: rimane sempre seria, nella sua cupezza drammatica, così come nello slancio e nella felicità dei momenti più splendenti, che non mancano.

Il nome Siberia è legato al romanzo di Nicolai Lilin, Educazione Siberiana.


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