Bach, il Bebop e la croccantezza delle risoluzioni

Bach, il Bebop e la croccantezza delle risoluzioni

Di: Luca Dell’Anna

È senza dubbio artificioso distinguere il modo in cui viene fruita la musica dividendola in emotività e intelletto, cervello e pancia. Anche perché quello che apparentemente può essere letto ed etichettato come semplice “sollazzo intellettuale” fine a se stesso, poi un impatto emotivo e corporeo può benissimo averlo, eccome. O almeno questo è quanto succedeva a me quando da bambino mi sono innamorato di J.S.Bach.

Mio padre possedeva un’enorme collezione di vinili di musica classica a 33 giri e mezzo, che io scandagliavo con avidità e puntualmente ascoltavo sul giradischi a 33 (cosa che probabilmente ha dato il colpo di grazia definitivo ad ogni lontana speranza di formarmi un orecchio assoluto), e in tutta quella sterminata disponibilità mi soffermavo il più delle volte sui suoi corali per organo, ancora di più sulle invenzioni a due e tre voci e sulle fughe. Ripensandoci oggi non mi stupisco affatto, visto come si è poi formato tutto il mio gusto musicale fin da allora, che preferissi perdermi per ore in trame ardite ed interminabili di sedicesimi lanciati alla continua rincorsa di modulazioni, cadenze ad inganno, indovinelli armonici, risoluzioni ed astuti giochi di scatole cinesi architettati da Bach attraverso l’uso sapiente di sensibili e dominanti, anziché farmi schiaffeggiare dalla monumentalità delle sinfonie di Beethoven o naufragare nel mare struggente dei notturni di Chopin.

Apparirebbe più naturale pensare che il trarre piacere dall’astuzia armonica o dal susseguirsi di modulazioni e cadenze richieda una maggiore preparazione teorica rispetto al godimento di un linguaggio romantico più immediato, che parli direttamente alle corde più scoperte dell’animo umano. Tuttavia a quell’epoca di musica non ne capivo un accidente, eppure di piacere e di emozione me ne dava tutta quella valanga di trame, orditi, soggetti controsoggetti e controrisoluzioni, eccome. Questa è una difficoltà che solo chi condivide con me la passione per questo aspetto della musica può comprendere, nel cercare di spiegare a chi collochi tutto questo in una sfera di sterile pruriginosità intellettuale che invece questo tipo di ascolto sia capace di suscitare emozioni fisiche, estasi e meraviglia.

Questo accade anche se la griglia melodico-armonica va al di fuori dei nostri sistemi di riferimento abituali e tocca aree anche che sfiorano l’atonalità. Basti pensare all’ “Arte della Fuga” di Bach stesso o alle poche composizioni per quartetto d’archi di Glenn Gould. Non si tratta della ricerca di una sonorità, ma di un processo. Un processo di composizione e di fruizione che passa sì  attraverso una porta di ingresso che è più cerebrale, ma è in un certo senso come se fosse già materiale prodotto in “linguaggio-macchina” del cervello pronto per essere metabolizzato e digerito sul corpo, sul quale possono essere vissute sensazioni e sfaccettature estetiche infinitamente varie e complesse. Per dirla in termini Yoga, è la  dissoluzione attraverso la musica della Dualità così com’è intesa nello Yogavasistha, dove Mente e Corpo sono una cosa sola in quanto entrambi elementi indissolubili fatti della stessa materia illusoria. Laddove nella lotta contro la Natura Matrigna propria del periodo Romantico questa Dualità invece si accentua fino all’estremo e crea una profonda spaccatura creando le radici della schizofrenia del pensiero Occidentale così come ce lo stiamo portando dietro ormai da secoli. Ma questa è un’altra storia.

Dicevo. Ripensandoci oggi, stava proprio lì la radice del percorso che poi mi ha condotto necessariamente ad amare il Jazz, quantomeno il primo Jazz con cui mi sono trovato ad avere a che fare. Uno degli elementi fondanti della grande lezione bebop sta a mio parere proprio in questo amore per la ricerca della frase “gustosa” sulla successione armonica, per lo scavare possibili soluzioni melodiche che da una dominante conducono al suo bersaglio, esplorando attorno alla sensibile per cambiare direzione, ingannare l’ascoltatore e togliergli il terreno sotto i piedi per magari compiacerlo soltanto una battuta dopo, strizzandogli l’occhio e concedendogli la risoluzione che il suo orecchio aspettava, solo per poi trascinarlo nuovamente fuori alla battuta successiva e così via. Tutto il continuum di rincorsa , occultamento e svelamento proprio dell’estetica musicale barocca insomma. E qui sta il ponte con Bach. Del resto il bagaglio melodico del bebop, salvo la pentatonica e tutto il linguaggio di matrice blues, è esattamente quello barocco. Non a caso i primi maestri Jazz di cui mi sono appassionato sono stati Clifford Brown, Lou Donaldson ed al piano Red Garland, il primo Horace Silver, Bud Powell. Tutti improvvisatori dotati di un linguaggio chiaro, caratterizzati da un gusto per lo snocciolare continuo di frasi ardite ed accomunati dallo stesso amore per la ricerca della frase succulenta, Clifford Brown sopra tutti, la ricerca di quella frase che in un un certo punto nella battuta e su un certo grado dell’accordo suona più “croccante” rispetto ad un’altra, un continuo giocare a deliziare l’ascoltatore ed a scherzare con le sue aspettative armonico-melodiche su un terreno culturale comune.

Da allora (mi riferisco a quella fase storica della mia vita) sono successe tonnellate di altre cose, fra gli stimoli di ascolto che mi sono arrivati c’è stata la “sporcizia”, il blues , il rock , la mia precoce passione per Tom Waits e tutta la sua continua ed inesorabile marcescenza, per poi arrivare alle radici nere più autentiche con Ray Charles, John Lee Hooker, Muddy Waters e ancora più indietro. L’esposizione a questo aspetto diametralmente opposto rispetto alla rigida architettura Bachiana, l’urlo, il lamento e la “sporcizia” che diventa poi imprecisione e distorsione volontaria, ad un ulteriore livello dove la parola “precisione” e “volontario” perdono di significato o lo acquisiscono entro un altro sistema di riferimento, come in Monk, oppure in Roland Kirk dove la maestria bebop si fonde perfettamente con l’urlo demoniaco ed il trasporto sciamanico, l’esposizione a tutto questo ha avuto su di me un impatto equivalente all’amore per Bach. Quello che è il mio gusto musicale osservandolo oggi è il risultato di queste due forze apparentemente contrapposte ma lui convivenza appare perfettamente sensata, secondo un equilibrio paradossale che a parole non si può spiegare ma che è tutto lì, chiaro ed autoevidente, in qualsiasi performance di Roland Kirk, di Monk o di Coltrane.

Premesso tutto questo, cosa salta fuori quando mi metto a scrivere oggi? Non lo so e non me lo voglio domandare volontariamente, per non far subentrare chiacchiericcio mentale dove l’atto compositivo deve essere un canale diretto corpo-mente, non mediato.

Se osservo, a cose fatte, le strutture armoniche del mio ultimo lavoro, “Symbiont”, posso definire la scelta delle progressioni assolutamente modale, nel senso di aver ricercato l’accostamento delle sonorità non attraverso regole di convivenza in qualche sistema di riferimento quanto attraverso l’accostamento di colore suscitato da ciascuna cellula armonica, ognuna al servizio di una melodia trainante che si è sviluppata in modo assolutamente libero solo in virtù della forza intrinseca che ogni frase aveva rispetto alla precedente, senza apporre limiti restrittivi di correttezza o accettabilità formale. Il risultato è qualcosa (almeno alle mie orecchie) di fortemente dominato dalla melodia, eseguito e concepito con libertà interpretativa e compositiva ma avendo sempre ben chiara la struttura di riferimento, le regole comuni del gioco e la direzione peculiare di ciascun brano, cosa che i due magnifici musicisti Danilo e Michele sono stati in grado di realizzare alla perfezione, mantenendo insieme e coesa una struttura fluida e mettendoci dentro il loro vissuto, la loro forte personalità e la loro enorme esperienza e cultura.

Tutto il resto che c’è dentro, che si sente, e di cui non ho parlato, o del quale non sono nemmeno consapevole, e che si sente magari con un’evidenza che nemmeno mi aspetto, è probabilmente la sua parte migliore. Ovvero là dove il chiacchiericcio mentale non è capace di arrivare e le cose sono finalmente libere di accadere a discapito di qualsiasi previsione o forzatura.

Quindi proprio in virtù di questo, non posso che augurarmi che lo ascoltiate, e che dissentiate il più possibile con quanto scritto sopra.

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Nato a Ferrara nel 1975, studi classici e jazz a Ferrara poi a Roma, prima esperienza come turnista professionista a 19 anni, vive a Milano dal 1999. Collaborazioni con numerosi musicisti in ambito jazz, fusion, latin jazz, numerosi dischi all’attivo, fra i quali “Tan T’Ien – the fourth Door” insieme a Ivo Barbieri e Francesco Cusa che si classifica fra i primi tre migliori dischi di jazz dell’anno 2013 per la rivista giapponese “The Jazz Critique” .  Sempre con Francesco Cusa ha militato nel trio “The Assassins” con i quali partecipa nel 2013 all’  “Acacia Jazz Festival” di Addis Abeba, Etiopia.  Fra le altre collaborazioni spiccano Walter Calloni, Donato Scolese, Fabio Concato, Giorgio di Tullio “Groove Laboratory” quartet, the Black Beat Movement,  Triad Vibration, il trombettista cubano Gendrickson Mena, il sestetto di Marco Mariani con cui incide “Jazz & Movies 2” e partecipa a diversi festival fra cui Mi-To nel 2012, il progetto “Rootless” insieme a Francesco Bigoni e Danilo Gallo, fondatore del collettivo “El Gallo Rojo”. Con il trombettista americano Adam Rapa ha numerose collaborazioni all’attivo, fra cui il disco “Beginnings” della cantante norvegese Elisabeth Breines Vik, al fianco del bassista Alfredo Paixao ed il batterista Israel Varela. Da Adam Rapa è invitato in Giappone nel 2012 a partecipare al suo musical “Evolution” che va in scena nella Century Hall del centro congressi di Nagoya registrando un sold out in tutte le repliche. E’ nell’orchestra a fianco di uno staff che comprende musicisti provenienti dalla scena dei musical di broadway ed apprezzati acrobati del cast del Cirque Du Soleil.

Di particolare rilievo il progetto “Zancle” insieme a Serena Ferrara e Ivo Barbieri dedicato alla commistione fra jazz e sonorità mediterranee, al quale collaborano ospiti di grande spessore come lo stesso Jorge Pardo.
Sempre con Israel Varela incide nel 2013 il suo disco in trio “Mana”, contenente sue composizioni, omaggio alla sua passione per la musica sudamericana e cubana in particolare. Sull’onda del riscontro ottenuto in con Tan T’Ien è ora in distribuzione attraverso DiskUnion Japan il suo nuovo disco “Mana” sul mercato giapponese.

Fra i lavori più recenti, tour in Danimarca a fianco di Adam Rapa ed il direttore d’orchestra Jesper Nordin con il Prinsens Musikkorps (corpo musicale della guardia reale del principe di Danimarca) e la brass band  ”Silkeborg Blæserne.” al Riverboat Jazz Festival di Silkeborg, inoltre la partecipazione quale docente alla settimana della “Danish / German Brass Academy 2014″ di Sonderborg e la performance con il quintetto di Elisabeth Breines Vik al CIMVO 2014 di L’Olleria, Valencia, Spagna.

Il brano “Abre Los Ojos” dal suo disco “Mana” è stato incluso nella compilation giapponese “Jazz Bar 2014”  ed il brano “Struggle Through Lucubration” è stato incluso nella compilation “For Jazz Audio Fans Only vol.7”entrambi selezionati dal critico Yasukuni Terashima, uno dei più apprezzati critici di jazz giapponesi.

E’ invitato nel novembre 2014 come ospite alla conferenza internazionale “Nauji vėjai“ (“Winds bring Changes“) di Palanga, Lituania, in duo con Adam Rapa per il concerto di chiusura.

E’ invitato nel gennaio 2015 al festival Suisse Diagonales Jazz a presentare il suo lavoro con il suo trio. Qui un estratto: https://www.youtube.com/watch?v=nW2z9pQ-1zY

E’ citato nell’ultima edizione del “Dizionario del Jazz Italiano” di Flavio Caprera (Feltrinelli, 2014).

Il 25 maggio 2015 pubblica il suo lavoro “Symbiont” per l’etichetta Auand Records al fianco di Danilo Gallo e Michele Salgarello.


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