Italian gods #4

Italian gods #4

Rubare la vita di qualcun altro, e poi vivere quella vita. Perché è questo quello che si fa a queste latitudini, si svuotano i corpi e si mette dentro qualcosa che non ha nessun valore. Questa è la cosa che mi manda ai pazzi, una rabbia senza confine, come la prima volta che ci ho pensato, e quella volta ho preso a pugni una porta a vetri, e mi ricordo ancora il rumore, e il dolore di quel gesto. (Oh ragazzi, voi non avete mai agitato un pezzo di vetro verso il collo di vostra madre urlando “SONO PAZZA?” E su.)
Come si può condannare una persona a non essere se stessa? Succede a tutti, da questa parte del globo. Sei libero, libero di pensare quello che ti dice qualcun altro. Perché scrivo questo? Sono giorni che sto ferma a casa con la caviglia distrutta, ho finito tutto quello che avevo per stordirmi e penso tutto il giorno che vorrei farla pagare a quelle teste di cazzo che ti mettono addosso un vestito che non ti appartiene, che ti fanno credere che la crisi, reale o fittizia che sia, quando arriva, è una perdita di tempo, liquidata con un alzata di spalle.

Al Magnolia, dopo il live, ho parlato con un ragazzo dagli occhi grandi e il bel sorriso che è venuto da me a dirmi che siamo strani, ma che siamo bravi (io avrei esordito con “oh cazzo, come siete sudati!”) e poi ha iniziato a raccontarmi che è innamorato dell’Africa dove va spesso, e che lì in Africa, anche se vieni da una famiglia di musicisti, non devi fare per forza il musicista. Tutti gli anziani cercano di capire quello che sei da piccolo, e ti aiutano a diventarlo, ti lasciano esistere, e quelle sono state belle parole. (Poi il discorso ha preso un tono molto meno aulico causa grappa/bionde/balletti/nofunmybabynofun.)

Qui succede il contrario. Se sei figlio di un avvocato diventi avvocato, se sei figlio di un impiegato diventi impiegato, se sei figlio di gente cattolica, diventi cattolico (ma non credi in Dio.) E non c’è posto per te se la tua strada è diversa. Diventa una specie di lotta contro te stesso, contro il tempo, contro tutti. Una lotta perversa dove non si muove niente, ogni volta per spostare qualcosa devi uccidere qualcuno, o te stesso. Nel migliore dei casi non succede niente. È per questo che viviamo nelle nostre menti, schiacciati dalla frustrazione, dall’invidia, dalla gelosia, perché ci hanno insegnato a non muoverci, a muoverci solo intorno a noi stessi. C’è sempre qualcosa di più urgente da fare per continuare a mentire, perché se non lo fai ti accorgi che ci stanno bombardando, mentre scappi ti insultano, e ti dicono che è colpa tua se i tuoi compagni di guerra, durante l’agguato, muoiono.

Foto di: Luca Giorietto

 


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