Sara Lov, intervista

Sara Lov, intervista

Sara Lov, la dolce vulnerabilità della musica

Loquace, diretta, onesta e senza filtri. Questa è Sara Lov, un’artista in continua scoperta di sé e del mondo attraverso la musica. Nel suo passato i Devics, un duo dal suono teneramente cupo, dolcemente surreale; Sara Lov e Dustin O’Halloran, il quale ha recentemente vinto a Venezia un premio per la colonna sonora di “Transparent”. Dalla fine del duo e l’inizio della sua carriera solista, Sara ha cominciato a esplorare il mondo della musica secondo le sue possibilità, il suo talento e la collaborazione con chi poteva aiutarla a esprimere il massimo attraverso la sua voce. Dopo “Seasoned Eyes Were Beaming” e la raccolta di cover “I Already Love You”, esce il suo terzo lavoro da solista. “Some Kind of Champion” è un disco dai toni dolci e sinceri, cantato come una ninna nanna con una voce concretamente angelica. I sentimenti nell’album sono reali, ma filtrati dalla timida scoperta dell’infanzia, da una donna adulta che non finge di aver già compreso la vita, di aver trovato la resistenza nell’esperienza. Apertamente e fieramente vulnerabile, delicatamente schietta come può esserlo una bambina introversa che va alla scoperta del mondo, delle persone, dell’amore e della sofferenza. Emblematica la formula: “Sono più sicura di me, forse”.

Non mi spingo oltre con le presentazioni, e lascio che siano le sue parole a raccontarla…

A Jaymag si racconta con un’onestà e una sincerità che schiude tutti i segreti di una strada percorsa da sola. Ad ogni aspirante artista consiglio vivamente di godersi la lunga intervista, ai lettori meno coraggiosi di darci almeno un’occhiata!

Qual’è il genere di musica con il quale sei cresciuta?

Quando ero molto piccola, prima dei dieci anni, ascoltavo The Beatles, Elton John, cose di mio padre… Sì, soprattutto The Beatles, Elton John.

I classici insomma!

Sì, quel genere di cose. Poi l’esplosione c’è stata all’età di undici o dodici anni, quando ho scoperto la radio. Ho cominciato ad ascoltare la radio di continuo, facevo registrazioni anche di due ore delle emissioni e poi mi riascoltavo la cassetta più e più volte.. Quindi, qualsiasi cosa fosse alla radio, io la ascoltavo. Da adolescente poi ascoltavo molto The Smith, Billy Holiday, Nick Cave, PJ Harvey, Pixies. In realtà, sento che la mia scoperta della musica sta ancora continuando, cerco sempre di stare al passo, penso di avere ancora molti musicisti da esplorare, per esempio Johnny Mitchell. Ho appena cominciato a conoscerla, da due anni al massimo e ne sono ossessionata, non riesco a smettere di ascoltarla! Ma prima non l’avevo mai ascoltata. C’è così tanta musica da scoprire! Cerco di scoprirla tutta. Ma quando avevo circa vent’anni per me c’erano soprattutto Nick Cave, Tom Waits, The Cocteau Twins, Mazzy Star, ma ascolto sempre musica nuova.

Non smetti mai di cercare.

Esatto. Ultimamente ho ascoltato anche altro rispetto alla musica, per esempio un sacco di podcast! Ma ascolto ancora un sacco di musica.

Così, hai cominciato molto presto ad interessarti alla musica. Fin da bambina volevi essere musicista?

Assolutamente. Al cento per cento. Ma la mia infanzia è stata un po’ caotica, quindi non c’era nessuno a dire:“Ehi, dovremmo mandare Sara a studiare musica!”. Questo non poteva proprio succedere, quindi per me si trattava soltanto di ascoltare e amare la musica. Non ho mai preso delle lezioni. Crescendo, ho cominciato a capire come fare musica. Vorrei averlo fatto. Vorrei aver studiato musica.

Dunque hai dovuto fare tutto da sola.

Sì [ride]. Forse è una buona cosa, in un certo strano senso.

È un modo duro, ma è un buon modo!

Sì. Voglio dire, penso che se si studia la musica forse si ha un vocabolario più grande e si possono prendere decisioni diverse rispetto a quello che si sa e quando non si studia forse si è più limitati e si hanno restrizioni, ma qualche volta le restrizioni sono una cosa positiva perché costringono ad essere molto creativi. Quindi, forse entrambi sono buoni metodi.

Hai preso lezioni più tardi, da adulta?

No, non ho mai studiato. Ovvero, una volta ho preso lezioni di chitarra classica, ma è stato solo per un paio di mesi. Non ho mai studiato, faccio musica rispetto a come suona. Forse ho imparato a cantare mimando altre persone. Quando avevo intorno ai venticinque anni ho incontrato un’insegnante di canto. Era una persona incredibile, penso a lei come a una mentore per la vita più che per la musica, ma è stata lei ha insegnarmi come riscaldare la voce. Diceva che cantavo correttamente, che avevo bisogno di riscaldare la voce durante le performance. Da lì, quando comincio a cantare sono subito in tono, non ho bisogno di aspettare mezzo concerto per trovare la chiave giusta.

sara lov

Hai davvero fatto tutto da sola, è ammirevole! Hai prodotto degli ottimi risultati.

Qualche volta però sono in difficoltà, per esempio quando qualcuno vuole parlare di dettagli tecnici che io proprio non conosco. Ma lavoro con molte persone che invece li conoscono bene, per esempio Zac Rae, il mio produttore. Lui ha un’ottima preparazione, così può fare da “interprete” fra me e un violoncellista!

Infatti, l’album è pieno di collaborazioni ben riuscite. Com’è stato lavorare e condividere le tue idee con tutti questi musicisti (Zac Rae, Dustin O’Halloran, Hauschka, Scott Leahy e Jonathan Price)?

È stato incredibile. Non avrei mai potuto farlo da sola. Per questo ho cercato collaborazioni, stavo avendo problemi a scrivere i pezzi da sola. Nell’album ci sono due canzoni che ho scritto da sola [“The Dark” e “One in the Morning”]. Ma ho cominciato a pensare che mi manca davvero molto la collaborazione che avevo con i Devics. Nei Devics Dustin [O’ Halloran] pensava alla musica e tirava fuori la base e io facevo la mia parte del lavoro con le parole e le melodie. Mi manca davvero molto. Mi rendo conto che forse quello era il modo migliore di completare un album: Chiedere alle persone delle quali amo la musica se vogliono collaborare, e poi loro potrebbero pensare alla musica e io potrei pensare al resto e fare quello che sono brava a fare, cantare. Penso anche che ciò abbia in più reso l’album molto variegato perché ci sono tutte queste voci di diverse personalità dietro la musica. Forse io lego tutto insieme con la mia voce ma sono tutte diverse. Non avrei potuto farlo senza tutto questo. Questo album è senza dubbio una collaborazione.

Non vorresti quindi che la tua carriera solista fosse al cento per cento solista. Vuoi continuare a cercare collaborazioni.

Sì, mi piacerebbe tantissimo. Non penso neanche alla mia carriera come alla mia carriera solista, penso soltanto “Io voglio cantare”, voglio davvero fare della musica, e per farlo ho bisogno di altre persone. Se sono sola, ci vuole troppo tempo [ride]. Io come chitarrista semplicemente non sono brava come queste persone. La mia voce è più avanzata rispetto alla mia abilità con la chitarra e quando provo a scrivere da sola è frustrante per la mia voce stare dietro alle mani perché non riesco a venire fuori con delle idee che possano appagarla. È come se la mia voce fosse più avanti rispetto alle mie capacità tecniche come musicista. Ha senso quello che sto dicendo?

SKOC cover 1600

Ha molto senso, fai quello che sai fare bene e ti fai aiutare collaborando con gli altri. Ha molto senso.
C’è qualche altro musicista con il quale ti piacerebbe collaborare in futuro?

Oh Dio, ce ne sono così tanti. Si tratta solo di chi incontro, se hanno tempo e sono interessati. Ce ne erano altri con i quali volevo lavorare ma o non abbiamo finito in tempo o loro non avevano tempo… Forse nel prossimo album avrò gente ancora diversa.

Per quanto riguarda i testi; come hai già detto le scrivi tu stessa. Trovi ispirazione attraverso la letteratura? C’è qualche genere letterario che ti piace particolarmente?

No [risata]. Penso di essere più ispirata dalla musica e dalla vita in generale. I miei rapporti con gli altri. Non passo molto tempo sulla lettura. In passato sì, ma non ultimamente.

Ah! Avrei detto che fossi appassionata di poesia. I testi dunque vengono da te al cento percento. Parlando sempre dei tuoi testi, “Some Kind of Champion” è autobiografico?

Sì, sicuramente. Credo di scrivere sempre in modo autobiografico. Nell’album non ci sono necessariamente cose sulla mia infanzia o il mio passato, si tratta più che altro di quello che provo in questi ultimi tempi. Decisamente è autobiografico. Per me scrivere queste canzoni è come una terapia. È il mio modo di elaborare delle cose che sto passando e alcuni temi che ci sono nell’album sono cose che magari non mi riguardano più, che ho superato uno o due anni fa e adesso è tutto a posto ma al momento avevo bisogno di scrivere per essere a posto.

Elabori i tuoi sentimenti attraverso la tua musica.

Sì. Assolutamente. E soprattutto lo faccio per me. Cerco di elaborare le cose finché non escono allo scoperto e mentre scrivo penso che non vorrò farla sentire a nessuno [ride]. È che si tratta di una cosa mia. Dopo un po’ di tempo dico “Ok, questa è una canzone, non è più solo per me”.

C’è nell’album un brano in particolare alla quale sei più attaccata?

È difficile da dire adesso perché è ancora così “fresco”. Sono attaccata a molti dei brani, in modi diversi. Forse… [Pensa]. Non so, non voglio scegliere un preferito! Ne ho alcuni che trovo riusciti molto bene. Forse in questo momento “Trains” è quello che sento molto vicino a me. Forse è proprio quello con il quale mi sento più a contatto. Penso anche che “The Sharpest Knife” sia forse il più vulnerabile, e forse il pezzo più potente dell’album. Ho un amico davvero caro che quando mi ha sentito suonarlo per lui -il pezzo è stato fatto prima del resto dell’album- lui mi ha detto: “Sai, non puoi mettere questo pezzo in un album con altre canzoni! Deve stare da solo!” e io ho risposto “è ridicolo, devo avere altri pezzi, devo avere un album intero!”. Ma lui diceva “Sì, ma questo è diverso” [ride]. In un certo senso, capisco il suo punto di vista perché effettivamente è molto diverso dagli altri, per me è molto speciale. Ma sai, potrei cominciare a parlare di ogni canzone e ognuna è speciale per me.

Dunque hai messo il cuore in ogni pezzo, sei soddisfatta dell’album?

Sì, sono molto orgogliosa. Ci è voluto così tanto a farlo e quindi è stato davvero un sollievo finalmente farlo e finirlo.

L’album è stato finanziato grazie a PledgeMusic. Com’è stato vedere così tanta gente interessata e ansiosa di scoprirlo?

Incredibile. È stato davvero meraviglioso avere tutto questo sostegno. In realtà è un argomento complesso perché adesso non si paga più molto per la musica, si può semplicemente averla gratis su Spotify, io per esempio l’ho messa anche su SoundCloud. L’album sarà su Spotify, sarà dappertutto, quindi è meraviglioso che la gente voglia effettivamente darti dei soldi, e ogni contributo significa molto quando metti insieme così tante persone, è incredibile come funzioni. Mi sento molto grata.

Toccando l’argomento, cosa pensi della facilità di avere la musica gratis?

Non penso che conti quello che penso, è che semplicemente le cose stanno così. Oggi non si può fermare. Mi piacerebbe venire pagata di più per la mia musica? Sì, ma vengo già pagata, anche quando viene mandata in streaming, certo non quanto come se me la comprassero, ma non c’è niente da fare, il mondo cambia. Anche io sono una fan della musica, quando ho soldi compro in digitale, quando adoro davvero qualcosa compro il vinile e pago per andare a sentire l’artista. Non mi aspetto di fare soldi vendendo un sacco di album. Oggi però la gente compra vinili, questa è una cosa buona. Presto ordinerò dei vinili dell’album, dovrebbero essere pronti in circa tre mesi. L’ultima volta che ho fatto un tour in Europa in molti sono venuti a comprare il cd, mi dicevano che l’avevano già preso gratuitamente online ma visto che erano ad un mio concerto l’hanno anche comprato. Probabilmente è un loro modo di sostenermi.

Avere una copia fisica significa ancora qualcosa.

Sì, inoltre cerco di rendere la copertina molto personale così che chi lo compra senta che ci sia un motivo per averlo. Io stessa ho fatto il disegno, l’ho disegnato con le matite. Penso che questo invogli più la gente ad averlo rispetto alla versione digitale.

Pensi che il tuo stile sia cambiato, ti vedi molto diversa rispetto ai tempi dei Devics?

Penso di essere semplicemente migliorata nel capire come esprimermi. Non so se il mio stile è cambiato poi tanto, continuo ad adorare le stesse cose e lo stesso sound o lo stesso mood. Penso però di essere migliorata a cantare e a capire cosa la mia voce riesce a fare meglio. Credo che non aver fatto un album per quattro anni mi abbia fatto pensare molto a cosa avrei fatto, così quando alla fine ho iniziato a registrare allo studio, l’avevo pianificato da così tanto che sapevo come fare meglio di prima. Forse è più preciso, più formato.

Più maturo?

Sì, forse sono più matura come cantante. Sai, ci vuole molto tempo a capire cosa sia la tua voce, molti molti anni. Quand’ero più giovane non annunciavo molto il mio lavoro perché non ero sicura di me, di cosa stavo dicendo. È dura cantare qualcosa e presentarla con sicurezza e orgoglio. Usavo molte metafore cosicché non si capiva molto di cosa stessi parlando. Adesso cerco di essere più chiara, non mi nascondo più, accetto chi sono e la mia voce. Sono più sicura di me, forse.

Sei stata in Italia per qualche tempo. Il tuo soggiorno ha avuto qualche influenza su di te o sulla tua musica? Sei stata bene?

Sì, adoro l’Italia e mi manca. Amo l’Italia. Penso sia un posto bellissimo. Come ovunque, devi separare l’aspetto politico e burocratico dalla sensazione che il posto ti dà.

Specialmente qui.

Sì, quando ero là di problemi ce n’erano tanti, ma il cibo, la gente, il paese è così bello e ispira così tanto. Stavo vivendo in un bel posto, molti diverso da Los Angeles, c’erano molte fattorie e montagne intorno. In più c’era il fatto che mi stavo dedicando soltanto alla musica, non avevo un lavoro oltre la musica, quindi potevo pensare ad essere creativa e a nient’altro. Sì, amo l’Italia e mi manca. Non so cosa sia, capita di andare in un posto e sentire una connessione senza sapere veramente perché, in Italia ci sentivamo così. Alla fine ci abbiamo scritto molti pezzi con i Devics e per questo motivo per me sarà sempre un posto speciale. Nella mia mente rappresenta un posto creativo. Ricordo che c’era chi mi diceva: “Ma tu vieni da Los Angeles, perché vuoi stare qui? È così vecchio”. Ma per noi, per la gente di qui [Los Angeles] forse l’Italia è quello che Los Angeles è per gli Italiani: Molto diversa. Credo che molti amici mi invidino l’esperienza. Vediamo l’Italia come un posto bello e magico, così diverso, con così tanta storia e cultura. Un paesaggio molto diverso. Quando si cresce si desidera sempre qualcosa di diverso.

C’è qualcosa che ti è piaciuto nella scena musicale italiana?

Mi è piaciuto il fatto che ci fossero sempre dei festival, che la cultura e la musica fosse molto importante per tutti. Non so oggi, è un po’ che non faccio tour in Europa, ma mi ci trovo meglio rispetto agli Stati Uniti. Date più importanza all’arte e alla cultura di quanto non facciamo noi. Certo ci sono delle eccezioni, ma sembra proprio che in Italia la cultura sia molto importante. Nel mio paese è importante solo per alcuni.

Questo è la prima volta che lo sento. Qui ci lamentiamo spesso del fatto che non diamo abbastanza importanza alla cultura, non la finanziamo…

Non so, quando ero là ho vissuto molta arte, molti concerti, molti eventi culturali. Qui non è così facile, a meno che non si abbiano molti soldi.

Per quanto riguarda i concerti e i tour, come ti senti sul palco? Ti piace il contatto con il pubblico?

Sì, è la mia parte preferita, lo adoro. Purtroppo non posso farlo molto perché non sono una grande artista e non attiro molto pubblico, quindi non posso permettermi di fare troppi tour e spesso non posso permettermi di portare tutta la mia band con me. È frustrante per me, quando faccio tour posso avere solo una o due persone con me e quindi la mia musica non è mai piena come dovrebbe. Mi piacerebbe avere tutta la band sempre con me e far sentire a tutti come dovrebbe essere. Ma stare sul palco è la cosa che preferisco in assoluto. Lo adoro.

Grazie Sara,è stato un piacere, hai davvero tante cose da dire. Speriamo di vederti presto in Italia.

Cercheremo di organizzarci!


Tags assigned to this article:
devicsNick Cavesara lovthe Beatles

Related Articles

Airway, intervista

Jaymag ha presentato in anteprima esclusiva il sesto album degli Airway, dal titolo “Aldilà” (clicca qui per ascoltarlo!). Ora li

Intervista ai Grandi Animali Marini

Un atteso ritorno quello dei Grandi animali Marini, che finalmente presenteranno il loro nuovo disco intitolato “Sulla cresta dell’ombra” in uscita

Jack Jaselli, ‘Nostante tutto’: Un brano, un documentario, un grido di libertà.

Su Real Time il 21 marzo alle 23,10 il progetto realizzato a 76 mani con le detenute del Carcere della Giudecca di Venezia

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Only registered users can comment.