Neffa, intervista

Neffa, intervista

Di Francesca Binfarè

Rap, soul, punk, pop: tutti generi che Neffa ha suonato, proposto e vissuto lungo un percorso di continuo cambiamento. L’ultimo capitolo di questo viaggio musicale si intitola “Resistenza”, album che è stato pubblicato il 4 settembre e che, dopo l’estivo “Sigarette”, ha sfornato un secondo singolo, “Colpisci”. Già ce ne sarebbe di carne al fuoco, ma quando si incontra Giovanni Pellino (il nostro Neffa) per parlare di un disco, alla fine si parla anche di molto altro.

La resistenza delle lampadine è sulla copertina dell’album. La “Resistenza” di Neffa, invece, cos’è?

“Resistenza” è un grido contro il decadimento sociale, è un monito a cui ho dato voce già in altre occasioni: ricordiamoci della nostra umanità. La tecnologia è bellissima, è utile, ci consente di fare qualunque cosa, ma noi siamo prima di tutto esseri umani. In questi tempi non leggiamo, non votiamo, siamo messi in un angolo. Qui in Italia non si è parlato del film “La grande bellezza” finché non ha vinto l’Oscar. Invito a usare l’intelligenza per resistere a uno stile di vita molto competitivo. Questo intendo dire, mentre invece qualcuno mi ha chiesto ‘ma “Resistenza” (il brano che apre l’album, nda) è una canzone d’amore?’. Perché? Perché canto ‘dolce amore mio io ti tengo forte’: ma il mio amore non può essere mio figlio?

“Sigarette” è stato uno dei tormentoni della scorsa estate…

Il fatto che canti ‘la-la-la’ non vuol dire che sia un tormentone. Anzi, questa è la storia di un alienato, senza amore. Poi io in ogni canzone ci metto almeno tre strati: se quello esterno è più morbido magari ti ci vuoi distendere, e va bene, ma se vai sotto trovi dell’altro. Anche con i Beach Boys, io vado a scavare e questi strati ci sono sotto canzoni al primo ascolto facili e orecchiabili. E, tornando al mio brano, se vogliamo arrivare a parlare di ‘sigarette la mattina’, sì, certo che ho pensato al significato di una frase del genere. Specialmente all’effetto che avrebbe potuto fare su bambini e ragazzini. Ma qui entriamo nel merito del mio rapporto con la musica.

Che sarebbe?

Io sono totalmente asservito alla musica, vado dove mi porta la creatività. A volte, quindi, non faccio le scelte più furbe: seguo quello che mi viene. Su questa canzone, poi, c’è dell’altro. Ho scritto il disco in un anno e mezzo; “Sigarette” è stato il primo brano nato dopo aver finito di lavorare sull’album di Nina Zilli (sua ex fidanzata, nda). Quando arriva una canzone, sento la musica nella testa e immediatamente so quali parole suonano bene insieme: ‘la mattina’ ci stava benissimo; avrei potuto scrivere ‘erba fresca la mattina’, ma ho preferito metterci sigarette. Dopo un anno e mezzo ho tirato fuori dal computer questa canzone e mi dava ancora una grande emozione: non accade spesso, quando le canzoni sono tenute lì per così tanto tempo. Quindi, “Sigarette” è rimasta com’era. E c’è di più.

neffa 1

Prego…

A volte nascono canzoni che io chiamo ‘figlie degli alieni’. Arrivano da non so dove, e io semplicemente vado dove mi portano, come è accaduto con “Lampadine”. E poi ci sono le canzoni che ti cambiano e non torni più quello che sei stato fino al giorno prima.

Ci dai qualche titolo?

Ad esempio “Molto calmo” è una di queste (era nel disco precedente di Neffa, nda). Ho iniziato a scriverla alle 9 di sera e ho finito alle 6 del mattino, e sapevo che sarebbe stata una di quelle canzoni che ti cambiano in maniera irreversibile.

Cosa ti ispira?

Tutto. L’ispirazione arriva da qualunque cosa.

Una vita passata insieme alla musica: se ti guardi indietro cosa vedi?

La musica mi ha salvato due volte, umanamente e professionalmente. Negli anni ’90 mi sarebbe piaciuto fare il batterista, accarezzavo l’idea di andare in America. Poi però non sarei stato Neffa. Avere un passato ingombrante non è piacevole.

Cosa intendi dire?
Il passato è per chi non ha futuro. Quando ho smesso di fare rap molte persone non sono più riuscite ad ascoltare la mia musica senza preconcetti.

A proposito di rap…

Io l’ho fatto quando era avanguardia, oggi è diventato reazionario: vive di canoni. Qualcuno ti definisce cantate di nicchia, ma tu hai sempre rifiutato questa definizione. Perché non sono di nicchia, io sono per la musica popolare: faccio musica per le persone.

Cosa c’è di più nazional-popolare del Festival di Sanremo? Ci andrai?

Me lo propongono abbastanza spesso, quindi se Carlo Conti me lo chiederà, sì, ci andrò. I suoi Festival mi sembra che rimettano al centro le canzoni, perché credo nascano dalla sua passione per la musica. Questo mi incentiva a partecipare.


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