Sottoculture, queste sconosciute

Sottoculture, queste sconosciute

Di: I Rudi (Silvio Bernardi, voce e basso)

Sottoculture, queste sconosciute. Ora. Eppure, se avevi vent’anni nell’Italia degli anni Ottanta era quasi impossibile che, a meno che non fossi uno sfigato totale, non avessi o avessi avuto qualche contatto con una di esse. Basta leggere un libro come “Costretti a sanguinare” di Marco Philopat per farsi un’idea di quanto il punk avesse avuto un suo peso, benché ovviamente in ritardo, nella scena musicale italiana. E nei Novanta non c’era scuola superiore che non avesse i suoi punk, in quantità diverse a seconda della collocazione geografica e scolastica. E ora? Le cose sembrano parecchio cambiate, se uno come Andrea dei Manges, punk band di La Spezia in giro ormai da più di vent’anni, dice: “Onestamente ormai non puoi più stupire in nessun modo con il punk. Ha quarant’anni anni ed è più conservatore che rivoluzionario, al pari dei mods, al pari dei rockabilly”.

Già, i rockabilly. La scena che forse a un occhio “profano” sembra più in salute, con serate ovunque, festival a tema (non c’è più solo il Summer Jamboree) e pienoni di universitari col ciuffo impomatato o la bandana un po’ in tutta Italia. Ma provate a chiedere a qualcuno che bazzica l’ambiente da tempi non sospetti che ne pensa dell’attenzione che c’è in questo momento per tutto ciò che è anni Cinquanta: al 99% vi dirà che semplicemente c’è un sacco di gente “regolare” che periodicamente si diverte a giocare al ballo in maschera e che se queste serate li spingessero ad andare oltre il “Best of” di Elvis Presley sarebbe già un successo strepitoso. C’è se non altro il rovescio della medaglia: chi ama il rock’n’roll delle origini non deve più necessariamente farsi chilometri su chilometri per vedere una band di quelle “giuste”, perché con ogni probabilità farà tappa dalle sue parti. Almeno finché questa sbornia di anni Cinquanta non passerà.

Al contrario una sottocultura che nel mainstream italiano ci sguazza alla grande, e da diverso tempo, è quella hip hop. Anzi, si può dire che in alcuni casi abbia avuto il merito (demerito secondo alcuni, non secondo me) di cambiarlo profondamente, il mainstream italiano. Avessi detto a un b-boy nei primi anni Novanta che un gruppo sostanzialmente hardcore come i Club Dogo dei primi tempi sarebbe andato in testa alle classifiche, ti avrebbe preso per scemo. Eppure. Poi certo, il mainstream ha cambiato un po’ anche loro, e chi è venuto dopo di loro, con tutte le conseguenze del caso. Una di queste è che l’hip hop è ormai diventato il nuovo pop, ascoltato e venerato non più solo da ragazzi dediti al writing e/o dai pantaloni oversize ma un po’ da tutte le ultime generazioni. E un personaggio come Fedez è assurto a opinionista intervistato un giorno sì e l’altro no dai quotidiani. Ma a chi guarda questa cosa solo con sconforto, mi sentirei di ricordare che fino a qualche anno fa al suo posto c’era Signorini. Ah no, lui è ancora lì, ha solo fatto spazio. Ops.

Vengo alle due sottoculture che forse conosco meglio, e che frequento, quella soul e quella mod. Entrambe restano di nicchia, molto di nicchia, anzi quasi da club segreto nonostante gli sforzi di alcuni (gli Statuto su tutti) per diffonderla e renderla accessibile a tutti (ho sempre amato la frase di Oskar degli Statuto per cui “mod non si nasce, si scopre di esserlo”). Quella soul è forse più viva in questo momento, complici una serie di serate sparse per l’Italia e alcuni collettivi molto attivi, in special modo a Torino, Roma e Milano ma anche a Genova e Reggio Emilia, e grazie ai primi corsi di ballo e alle produzioni discografiche di artisti internazionali contemporanei come Sharon Jones e Charles Bradley è riuscita ad avvicinare un discreto numero di persone, senza ovviamente arrivare alla saturazione e all’effetto “mascherata” (anche perché il soul non presuppone particolare vestiario) di cui accennavo riguardo al rockabilly. Vediamo come si evolverà la cosa nei prossimi anni, non è escluso che anche il soul possa diventare una moda. Ciclica, come tutte.

Ciclici invece non sono i mod, che dagli anni Ottanta (quando sono sbarcati in Italia, con vent’anni di ritardo sull’Inghillterra) in poi hanno sostanzialmente mantenuto gli stessi canoni, estetici (com’è giusto) ma anche aggregativi. Resistono perciò (eccome) i Raduni, come quelli di Marina di Ravenna, di Lavarone, di Rimini e serate più o meno grandi si tengono in tutta Italia, ferme restando Torino con la sua piazza Statuto come capitale del modernismo italiano. A livello numerico, come si diceva, i mod non sono numerosi, anzi, ma sono parecchio agguerriti e attentissimi a ciò che succede nella scena e fuori. Pochi ma buoni, insomma. Ultimamente sembra un po’ latitare, tuttavia, il ricambio generazionale, anche se a mio modo di vedere non è semplicissimo capire a quindici anni il concetto di una ribellione “mimetizzata” sotto il segno dello stile (negli anni Ottanta c’erano i Jam ed era più facile illustrare il concetto). Immagino che se un giovanissimo oggi come oggi decide di sposare una sottocultura dev’essere la più appariscente possibile (e qui c’è l’imbarazzo della scelta).

Ma in generale penso – e molti veterani con cui ho parlato me lo confermano – che tutte le sottoculture siano un po’ in crisi (per un motivo o per l’altro), o meglio sia un po’ in crisi l’idea di sottocultura in particolare tra le ultime generazioni, che in questo momento sembrano avere un po’ abdicato al concetto di aggregazione inteso in senso tradizionale, e hanno una fruizione più ondivaga e meno totalizzante della musica. Anche qui, potrebbe essere una cosa passeggera, figlia del fatto che i social network sono ancora bene o male considerati il modo migliore per stare in compagnia (è un po’ un paradosso, ma tant’è), ma se l’eventuale ritorno alla vita “reale” (che ci sarà, prima o poi) comporterà anche un ritorno massiccio alle sottoculture giovanili, è un’incognita. Non da poco.

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“Nient’altro che routine”, l’album d’esordio dei Rudi, uscirà il 28 settembre prossimo e sarà presentato al Raduno MOD Italiano 2015 di Ravenna due giorni prima.
I Rudi sono un power trio con Who, Small Faces e Jam nel cuore, che spazia dallʼ rʼnʼb al mod revival e al garage-beat anni ʼ60.
Lʼingrediente principale della band, che per scelta suona senza chitarra, sono le tastiere di Gabriele Bernardi (già membro della band di Shel Shapiro e degli Olly Riva & The Soul Rockets), a cui si aggiungono la voce e il basso del fratello Silvio e la batteria di Stefano Di Niglio, e un lavoro di fino sulle armonie vocali e sui testi che tiene ben presente la lezione del beat italiano.
“Nient’altro che routine” contiene otto canzoni, tra cui i tre pezzi dell’ep “Tre pezzi di routine” qui proposte con con un nuovo mix e nuove tracce vocali, e abbraccia tutte le influenze del sound dei Rudi, dai brani più energici a quelli dalla vocazione maggiormente pop o black per chiudere con un adattamento in italiano di “Melanie”, pezzo simbolo di una grandissima band inglese degli anni
Ottanta, a torto un po’ dimenticata: i Prisoners.
Formatisi nel 2010, sono approdati alla formazione in trio solo nel 2013, pubblicando verso la fine di quell’anno un,ep in free download che ha ben impressionato gli appassionati, collezionando ottime recensioni su testate online e non, passaggi nei principali programmi radiofonici a tema mod e la benedizione del “modfather” italiano, Antonio “Tony Face” Bacciocchi.


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