Vacca, intervista

Vacca, intervista

E’ uscito da pochi giorni “L’Ultimo Tango”, il nuovo album del rapper Alessandro Vacca, ormai trasferitosi da sei anni in Giamaica. “L’Ultimo Tango”, il quinto della sua carriera, segna un nuovo e importante capitolo, la fine di un’era. Cosa che si intuisce ascoltando l’ultima traccia del disco nella quale Vacca si cimenta con la lingua creola giamaicana quasi a voler fare intendere l’inizio di un nuovo percorso che si prospetta all’orizzonte.

Abbiamo scambiato una lunga chiaccherata con lui per conoscere i dettagli del suo nuovo lavoro, ma non solo. Si è parlato di rap italiano, Moreno, canne, pistole e kebab…

E’ vero che non hai fumato canne per otto mesi? Scusa, dovevo… poi parliamo del disco…

(Sorride) Bhe si. Per fare un disco diverso ho pensato che cambiare certe abitudini per un po’ di tempo avrebbe influenzato in qualche modo la mia scrittura. Da “lucidi” ci si approccia in modo differente al lavoro. Comunque non preoccuparti, ho ripreso le mie buone abitudini (ride)

Ok, ora che sono più sereno parliamo del disco. “Ultimo Tango”. Titolo sui generis per un progetto dell’area hip hop…

Il disco nasce dalla voglia di raccogliere tutte le esperienze musicali e umane fatte in passato e “ballarle” in un ultimo tango, appunto.

Vivi in Giamaica da ormai sei anni, tutti ci aspettavamo un disco con influenze reggae e caraibiche (ci sono ma soltanto in un paio di pezzi – “Il ragazzo coi dread” e “Manchi solo tu”)… io personalmente ho trovato i suoni piuttosto legati alla vecchia scuola rap…

Mi piace sorprendere e sorprendermi. Mi fa piacere tu abbia notato quell’atteggiamento. Ti aspetti un album reggae perché vivo in Giamaica? Bene, io torno alle radici! Credo sia un disco molto tecnico con beat legati al mio primo amore, il rap. Non manca comunque la sperimentazione anche in questo disco…

Come “recluti” i colleghi per i feat nei tuoi album? In questo ci sono Jake La Furia, Danti, Egreen.

In modo molto semplice. I colleghi chiamati sono prima di tutto artisti che stimo. Ho un modo un po’ particolare però di vivere le collaborazioni, in realtà c’è un aspetto quasi di sfida tra me e loro. La competizione se sana aiuta a crescere.

vacca cover
Nel testo del singolo “ABC” l’invettiva a chi è rivolta? E’ un pezzo bello incazzato…

Non è rivolta a nessuno in particolare, se ho qualcosa da dire a qualcuno la dico in faccia. E’ un pezzo in cui mi sono confrontato con un approccio tecnico. Mi riferisco a cose successe in questi anni, che ovviamente non mi piacciono. La scena rap in Italia è piena di gente che ti fa la bella faccia davanti e poi ti manda affanculo appena ti giri. Proprio qualche giorno fa sono stato all’Hip Hop party, su 40 colleghi presenti ne avrò salutati si e no 10. Non mi piace l’ipocrisia.

Infatti il botta e risposta (dissing) tra te e Fibra è stato di quelli tosti…

Ne ho parlato abbastanza, quello che avevo da dire l’ho detto. A me non frega nulla di lui e comunque non ho più voglia di alimentare lo scontro. Certo, se lo dovessi incontrare per strada faccia a faccia…

Cambiamo argomento, ma non del tutto. Cosa pensi del rap in tv e nei talent. Moreno ha aperto il concerto di Snoop Dogg… cose da pazzi?

Cosa penso dei talent l’ho detto tante volte. Non condivido chi va in tv a fare marchette. Devo però dire che ci sono delle eccezioni, uno come Briga che si è fatto il culo nell’underground romano prima di andare da Maria De Filippi, lo perdono. Ha preso una scorciatoia, ma ha una sua storia alle spalle. Moreno è un caso limite, non è considerabile neanche parte della scena. Te lo dico senza meezi termini: Moreno è la merda d’Italia, non c’entra un cazzo con noi, è uno che venderebbe il culo per un poco di successo. Andare in tv a fare le cover di Emis Killa non è rap, è Karaoke. I media stanno sfruttando la scia della “Moda del rap”, ma questo non ha ucciso la scena italiana, quella vera.

Torniamo alla Giamaica. Vivi a Kingston da 6 anni, come mai questa scelta e come ti trovi?

Ho una figlia di cinque anni e mi sono sposato. Nonostante sia un paese povero è il posto dove voglio fare crescere mia figlia. In Italia non c’è futuro. I problemi di sicurezza non nego che ci siano in Giamaica, ma sono cresciuto sulla strada, certe situazioni non sono poi così diverse da quelle della periferia milanese. Diciamo che a Quarto Oggiaro c’è qualche kebab in più e qualche pistola in meno (ride). Dell’Italia mi mancano famiglia, amici e supporters, ma nell’era moderna le distanze sono superabili con la tecnologia.

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Una figlia, una moglie… in che modo ti hanno cambiato?

Ho smussato ovviamente certi lati spigolosi del mio carattere, non voglio essere un cattivo esempio per mia figlia. Resto comunque me stesso, con i miei pregi ed i miei difetti.

Sei “vicino di casa” di Alborosie, altro Giamaicano d’Italia, vi frequantate?

Certo, siamo amici e viviamo davvero a dieci minuti di auto l’uno dall’altro. Mia moglie e madrina di suo figlio, per dirti. Andiamo a pescare insieme. Certo, ci confrontiamo come artisti, lo ascolto molto perché ho un grande rispetto per il suo rapporto unico con la musica. Siamo però prima di tutto amici.

L’ultima domanda è sull’ultimo pezzo del disco. “Trust No One”, cantata in patwa giamaicano. Ultimo brano non a caso? Nel senso… è l’inizio di una nuova via da percorrere?

Ci hai preso! Questo brano in qualche modo anticipa la strada che voglio percorrere in futuro. Dopo sei anni in Giamaica inizio a masticare bene la lingua locale, ma per non risultare una parodia sto aspettando il momento giusto per confrontarmi con testi in inglese ed in patwa. Per fare questo mi sono affidato ad un gruppo di lavoro per tradurre nel miglior modo possibile dall’italiano ad un altra lingua senza perdere il senso profondo di quello che voglio comunicare. In Giamaica ovviamente la lingua italiana non è capita, credo che la sfida di buttarmi su questa nuova strada possa farmi conoscere anche oltre confine.


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