Bugo, intervista

Bugo, intervista

Settembre 2011: Bugo pubblica l’album “Nuovi rimedi per la miopia”. Maggio 2015: Bugo si rifà vivo con il brano “Cosa ne pensi Sergio”. Il 23 ottobre viene pubblicato l’ep “Arrivano i nostri”, per ora solo in digitale: sei brani, definiti ‘in progressione’. Di questo e di altro abbiamo parlato con Bugo, a volte anche perdendo il filo… ma si continua. L’importante è andare, anzi meglio: correre. Correre è un verbo importante per “Arrivano i nostri”.

Di Francesca Binfarè

Un ritorno con un ep e non con un album più corposo. Come mai?

Ho tanti pezzi pronti ma mi andava di tornare a pietanze singole, per ripresentarmi dopo tre anni (un po’ di più, a voler essere precisi, nda) nel modo più calmo e diretto possibile. La scelta in fondo è stata solo quella di diversificare il mio rientro.

Comunque sono cose che già si facevano negli anni ’60. Come sono nate queste canzoni?

Le ho scritte nell’ultimo anno, quando ero in India (ma avevo contatti continui con l’Italia). Comunque nel disco non ci sono diretti riferimenti alla musica o al vivere là. Avevo queste canzoni, ho chiamato Carosello (la sua nuova etichetta, nda) e ho detto “Ragazzi ho dei pezzi forti”. Li ho preprodotti io, poi sono stati registrati e prodotti qua a Milano, unendo le macchine di una volta con quelle di oggi.

Qual è la canzone a cui sei più legato?

“Arrivano i nostri” è la canzone che per me ora significa di più. A me piacciono molto i modi di dire, e questo per me è un messaggio di attesa del momento in cui le cose miglioreranno. Come? Non lo so, ma già desiderarlo è qualcosa. La musica per me è sempre attesa, e porta un messaggio positivo anche se le canzoni non cambiano il mondo. O meglio (si agita, si sistema sulla sedia, nda), non so se lo possono fare, però mi fanno sognare, mi fanno sentire vivo. Basta come risposta o vuoi sapere altro?

“Arrivano i nostri” è anche il titolo dell’ep, parliamo di questo.

E’ una frase che mi ricorda i film americani, quando l’esercito amico sta per intervenire; è il desiderio di far parte di una comunità che la vede un po’ come me. E’ il desiderio di usare la mia testa. Non da solo però. Il mio è un messaggio diretto a chi comanda tutto, e non so se sia la politica per forza a comandare tutto. E’ il desiderio di farcela, di cambiare, espresso anche nel titolo del disco e non solo nella canzone. E’ un messaggio importante per me e spero lo sia anche per gli altri.

Bugo

Anche “Vado ma non so” sembra rappresentarti molto.

E’ stato il secondo singolo che ho lanciato ed è un po’ il manifesto di come sono e di come sarò. C’è dentro un’idea di inafferrabile, un desiderio di libertà (anche se la libertà è sempre una chimera). È molto seria per me questa canzone, perché la fuga quando non hai una meta contiene anche solitudine. E’ importante buttarsi: non è facile ma è quello che mi tiene vivo. “Vado ma non so” sono sicuro che avrei potuto scriverla anche 15 anni fa. Forse adesso l’ho focalizzata meglio.

Poi cosa c’è nella tracklist?

“Tempi acidi”. Racconta il lato assurdo, che ho chiamato acido, del vivere contemporaneo. La razza umana non è fatta per la pace. Non ho inventato le cose che canto (tipo donna forzata a picchiare il forno a microonde, nda), le ho lette sul giornale e in rete! Questo è il lato acido dell’uomo. Musicalmente il basso è importante, tiene il ritmo e dà una cadenza acida, che trasmette la frenesia che racconto nel testo. C’è una progressione nei pezzi: prima dico ‘vado’, poi penso ‘che mondo!’, e poi ‘arrivano i nostri’.

Seguono “Nei tuoi sogni” e “Sei la donna”.

Ragazzi, mi emoziono sempre a parlare dell’amore, anche troppo. “Nei tuoi sogni” racconto di un amore a distanza. Dico ‘Continua a sognare che io ci sono’. E’ una sorta di “Arrivano i nostri” in versione amorosa. La prima versione di questo brano era molto più onirica, lenta, quasi una ninnananna, ma sentivo il bisogno di dare una ritmica che tenesse vivo tutto. Sentirsi vivi è la cifra di questi pezzi. “Sei la donna” è una canzone d’amore per me diversa, direi inedita per come canto e perché mi sono immaginato una scena cinematografica in cui guardo questa donna che si cambia. Le dico ‘stai lì che voglio solo vederti perché sei bella’. Questo per me è stato inedito, ed è stato anche difficile cantarla. E’ meno amore e più ti prendo, quindi il mio modo di cantare doveva essere diverso – e non mi veniva! Musicalmente il pezzo esplode con l’assolo, lì è la goduria massima.

Chiude il disco “Cosa ne pensi Sergio” (Sergio è un cane) in versione live.

Ho voluto fare un regalo a chi mi segue dal vivo riproponendo questo che è stato il primo singolo del disco. Mi piaceva dare una cosa in più, in questo caso non l’originale del brano ma la versione live. Credo molto nei live, penso siano la mia forza vera… no, la mia forza viva. Per essere vero, lo sono anche nei dischi! Datemi un palco e io ci provo a fare le mie cose al massimo.

Che rapporto hai con le tue canzoni di qualche anno fa?

Ho un rapporto pacifico col mio passato. Ogni canzone per me è importante, era vera quando l’ho scritta e rimane vera. Alcune sono venute meglio, altre meno, ma questo capita a tutti. Certamente non sono nostalgico. Sono in pace e vado avanti.

Avanti cosa vedi?

La mia vita non mi ha mai permesso di sedermi. Non riesco molto a star tranquillo. Devo buttarmi, correre… la corsa contiene il respiro, l’affaticarsi, il darsi da fare. La progressione, la corsa, la velocità sono in questo disco. Adesso c’è il tour: con sette album la scaletta sarà corposa. Sarà un live dei miei, energico ma con spazio per canzoni più dilatate, anche con momenti voce e pianoforte.

Una curiosità sull’India: cosa ti ha lasciato?

L’India mi è servita molto per acquisire più sicurezza e consapevolezza, c’è sempre da imparare dal nuovo. E’ un posto che ti prende a schiaffi, poi la capisci e ti fai trasportare. Non mi ha coinvolto spiritualmente, ma quella indiana è una grande cultura… Non sono diventato George Harrison, eh!


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