Italian gods 5

Italian gods 5

Di: Alessandra Perna

Ho preso delle gocce di LSD: ho incontrato Giulio Cesare che mi ha confidato che secondo lui nessuno, in questo paese, sa comandare. Quando l’ho visto camminare verso di me il Tevere era nero come il petrolio e un lampione mi infastiva con la sua luce intermittente (causa lucertola morta dentro). Non era vestito come un antico romano né era a cavallo, né aveva una corona. Si è avvicinato e si è presentato in maniera gentile, parlando un italiano pulito, con una vaga cadenza romana, degno di un impiegato delle poste.
“La prima dote di un comandante è imparare a non comandare.” Credo di aver fatto la stessa espressione che si fa davanti ad una cartella di Equitalia. “Avanti, dimmi il nome di qualcuno che lo sa fare.” Non sapevo cosa rispondere. In effetti non ci avevo mai pensato.
“Devi stare più attenta, ha detto. Tutti in questo paese vogliono comandare senza saper fare nulla. L’empatia, prima di tutto. Per chi è più stupido e meno sensibile di te. Spiegare, mai imporre. Mai rinfacciare. Mai mostrare. E poi il complottismo. Hai fatto caso al fatto che tutti credono di sapere cosa pensano gli altri e non aspettano mai un istante in più per lasciarsi smentire?”
“Giulio.”
“Che c’è.”
“Ti hanno ammazzato. Ti hanno teso una trappola. Quelli ai quali avevi concesso clemenza, e in mezzo c’era Bruto. Forse avresti dovuto essere un po’ più paranoico e intransigente”
“Che c’entra.”

Ha tirato fuori un’agendina e ci ha appuntato qualcosa sopra. Mi ha chiesto se poteva pescare nel fiume perché gli era venuto un certo languorino: oltretutto erano secoli che cenava da solo, insomma, questa cosa dell’assassinio proprio non gli andava giù, poi si è voltato verso di me e ha detto: “Ti insegnerò a comandare: vai a casa di tua madre e lava il piatto doccia. Un’impresa di valore è tale anche se non se ne cantano le lodi.”

Quando mi sono svegliata ero seduta accanto al fioraio che sta fuori l’ospedale San Camillo, all’alba. Mi ha regalato una rosa, mi ha detto: lava quel piatto, gli ho risposto che è una merda per colpa dei miei denti, li lavo tutti i giorni sotto la doccia per guadagnare qualche minuto, allora lui si è alzato in piedi per insultare in una lingua incomprensibile l’aiuto fioraio che aveva appena fatto cadere un vaso di petunie, senza chiedersi perché l’altro non capiva e piangeva: uno veniva dal Pakistan e l’altro dal Bangladesh, uno non sapeva comandare, l’altro non sapeva come chiedere scusa.
Allora sono tornata a casa di corsa e ho chiesto a mia madre, che intanto friggeva melanzane, come potevo lavare la doccia.
“Con l’acido muriatico, no?”
Ora è tutto chiaro.


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