Luca Carboni, intervista

Luca Carboni, intervista

Luca Carboni pubblica oggi il suo nuovo album, “Pop-up”. “Luca lo stesso” ha fatto da traino, ma nel disco c’è molto altro che fa dire davvero ‘bentornato Luca’. Merito anche della produzione di Michele Canova, che ha contribuito a far nascere le nuove canzoni tra l’Italia e Los Angeles. “Pop-up” si muove tra privato e sociale, tra Bologna e Milano, c’è il personale e l’universale, ci sono amore, poesia e ironia: 11 canzoni che Carboni racconta così.

 

Di Francesca Binfarè

 

Luca, sei sempre lo stesso?
Sono sempre lo stesso dentro.

“Luca lo stesso” è una sorta di rivendicazione del tuo ruolo di cantante di successo?

No, la canzone non è nata per esserlo, non ne sentivo l’esigenza. Non ho smanie da primo della classe. Nel corso della mia carriera ho fatto la scelta di essere più da parte, e di fare dischi meno diretti di questo.

Quindi questo è un album in cui c’è poco da spiegare o da aggiungere?

Sì perché è molto esplicito, non ha barriere, muri o difficoltà. Per me è pop nel senso più ampio del termine.

Dicci allora del titolo.
Cercavo un titolo simile a “Forever”, in inglese, qualcosa che facesse solo intravedere album e non lo spiegasse. Ho scelto “Pop-up”, come i libri magici per bambini che hanno elementi ritagliati che aprendosi diventano tridimensionali, o come le finestre nel web. Altri titoli suonavano o riduttivi o troppo cantautorali: non rispettavano la parte musicale delle canzoni, che vale quanto quella autorale.

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Com’è nato questo lavoro?

Michele Canova l’ho cercato due anni fa perché avevo in mente di fare un disco come questo. Abbiamo scritto “Fisico e politico”, e abbiamo poi deciso di fare una raccolta. Quello è stato il primo step che ha portato a questo disco. Mi piace Michele quando fa cose elettroniche e lavora di programmazione: in questo album hanno suonato pochissimi musicisti, di fatto solo tre. Sotto questo aspetto è un disco molto simile a quello del ‘92 (“Carboni”, nda). Io, poi, ho sempre scritto tutte le canzoni prima di andare in studio, tranne nel ’92 e oggi. In entrambi i casi abbiamo completato un pezzo alla volta. Poi ho scoperto la bellezza di Garage Band (programma figlio di Apple, nda): quando ero al porto dell’isola d’Elba ho scritto e registrato “Invincibili”.

Michele Canova ha prodotto il tuo disco. Ha prodotto i dischi di tanti, o, come qualcuno pensa, ha prodotto troppi dischi negli ultimi tempi?
Canova è un grande produttore, non fa dischi (bellissimi) tutti uguali a quello che è lui, ma entra in sintonia con la personalità di chi quel disco lo sta facendo. Il mio album suona diverso da quelli di Tiziano Ferro e da quello di Lorenzo (prodotti da Canova, nda). Questo perché Michele si mette a disposizione del disco.

A te piace ispirarti alla poesia: “Chiedo scusa” nasce da un componimento della poetessa polacca Wislawa Szymborska.

Sì, quando scrivo canzoni non ascolto musica. Mi metto invece a leggere, o a rileggere, poesie da cui mi faccio ispirare.

In diverse canzoni appare la parola odio.
Odio è una parola che, di solito, non uso. Questo album è un insieme di canzoni d’amore. Sono la mia arma per combattere l’odio, che purtroppo oggi è vivo e vegeto.

L’amore è indubbiamente il filo conduttore del disco, ma alcune sottolineature (o stoccate) in ambito sociale non te le sei negate…
Sono temi che hanno sempre fatto parte della mia musica, presenti in canzoni come “Inno nazionale”. L’amore è il tema del disco, parlo di altre cose ma tutto poi viene ricondotto all’amore.

Insieme al disco hai lanciato anche un hashtag, #undiscopuòdarelafelicità…
L’ho fatto perché a me ha dato felicità fare questo album e provo felicità ad ascoltarlo. Ripenso all’attesa dell’uscita dei dischi quando ero ragazzino, a me dava felicità l’arrivo della musica. L’idea dietro questo slogan però è una cosa profonda: un disco ha una funzione sociale, agisce sull’anima e sul cuore di chi lo ascolta. Oggi questo aspetto è sminuito, invece un disco è una cosa importante.

Una curiosità: in “10 minuti” a un certo punto dici ‘spazio rap’. Perché?
Era un appunto. Inizialmente pensavo che mi sarebbe piaciuto avere una parte rappata (il rap italiano mi piace molto), ma alla fine non ero più così convinto dell’idea. E’ rimasto come invito a rappare quando ascoltate il brano.

In caso a chi avresti proposto di farlo?
Il mio rapper italiano preferito è Lorenzo, che non fa più rap: non lo avrei chiesto a lui. In realtà non ho nemmeno pensato a un nome, direi J-Ax, Clementino. Fabri Fibra no perché abbiamo già lavorato insieme (per “Fisico e politico”, nda).

Cosa ci dici del tour?
Che l’ho posticipato all’anno prossimo perché voglio avere il tempo di pensarci bene. Lo voglio molto figlio di questo album, con questo suono. Ho anche idee estetiche di racconto che vorrei elaborare bene… vi racconterò più avanti.


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