Rome (Jérôme Reuter), Intervista

Rome (Jérôme Reuter), Intervista

Le grandi storie e le grandi passioni degli uomini

Nessuna occasione migliore di parlare di Rome nell’anno dell’uscita della sua raccolta, “Anthology 2005 – 2015”. Parlare di Rome significa parlare principalmente di Jérôme Reuter. I collaboratori, Nickos Mavridis e Patrick Damiani, hanno apportato un contributo prezioso che si amalgama nel progetto fondamentalmente solista di un musicista sognatore e misterioso. 

Jérôme Reuter, lussemburghese, sogna, come sogna un poeta, ma i suoi sogni sono sogni che restano sulla terra, vagando nel tempo e nella complessità delle vicende umane. Appassionato di letteratura e di storia, utilizza pesanti suoni industrial, quasi militareschi, per trasportare pesanti storie di passioni umane, vere o ideali. Racconti di guerre, di eroi, di amori, di disperazione, di rassegnazione stoica, di rinascita, di avventura, di eterno riscatto umano di fronte alla potenza della storia. Pochi strumenti, tanti bassi, tante variegate percussioni che danno quasi la sensazione tattile di toccare ferro e acciaio. Tocca anche il folk, con un sempre più frequente utilizzo di strumenti a corda e acustici per toccare l’anima antica e popolare della musica. Si ispira a grandi classici del cantautorato come Jacques Brel e Léo Ferré. La sua è un’eterna passione per le vicissitudini umane, se non una passione per le passioni umane. Le melodie sono semplici ed evocative, è facile chiudere gli occhi ed essere trasportati in un campo di battaglia sotto un cielo grigio dell’Europa del Nord, o nel cuore di un soldato trascinato lontano da casa, in qualche altro tempo e spazio carichi di passioni umane che aspettano di essere raccontate. L’emblematica “To Die Among Strangers” racchiude il pathos epico tipico del musicista, come “A Farewell to Europe” e “One Fire”. Imperdibile anche “The Ballad of the Red Flame Lily”.

“Anthology 2005 – 2015” ripercorre i passi fatti in questa ricerca musicale e umana. Dalla romantica e quasi rudimentale “The Accidents of Gestures” alla popolare e passionale “One Fire”, alla tormentata “L’Assassin”. Poliglotta, Jérôme Reuter vaga fra le pagine della letteratura classica francese, tedesca e inglese in ricerca continua di storie. Le sue atmosfere sono particolarmente apprezzate nel Nord Europa, nell’Europa orientale, in Israele, ma non ci si deve sbagliare. La sua musica non è politica. “Io ho una mente pensante, cambio idea continuamente. Chi mi viene a sentire viene a sentire la musica e l’importante è condividere la passione per la musica”. La passione per la musica e per le grandi storie degli uomini. Il 2016 vedrà comparire nuovo album e le nuove storie che Jérôme vorrà raccontare.

L’atteggiamento è semplice e alla mano ma allo stesso tempo misterioso. Alle domande risponde con semplicità e naturalezza, ma sempre lasciando qualcosa all’immaginazione.

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Perché il nome Rome? Ha per caso a che vedere con il glorioso passato militare di Roma?

No, è perché il mio nome è Jérôme!

Ma davvero? Non è anche un richiamo alla città?  

(Ride) No, è solo il diminutivo del mio nome, anche se effettivamente mi appassiona la storia di Roma. Sono un appassionato di storia e in particolare storia militare.

È dalla tua passione per la storia militare che prendi i temi e i testi per i tuoi pezzi? 

Anche, ma più di altro mi ispiro alla letteratura. Di testi storici ne ho letti tanti, ma quello che mi appassiona di più è la letteratura, i grandi classici in particolare. Non sono veramente uno studente di storia, non sono andato a lezioni, ma parlo con la gente, leggo. Mi interessano le storie delle persone e sì, spesso mi interessa collocarle nel contesto storico, nel periodo.

Qual’è il genere letterario che più ti appassiona? 

Mi piace la letteratura francese, tedesca… Conosco l’inglese, il tedesco e il francese. Mi piacciono soprattutto i classici, i grandi classici del passato. Sono raramente informato sulla letteratura contemporanea, non credo di aver letto niente scritto negli ultimi vent’anni!
Ci sono talmente tanti bei classici da leggere, non c’è mai abbastanza tempo. La letteratura è una crescita interiore. Vai avanti nella vita e pensi di aver raggiunto una certa comprensione di essa, poi ti si aprono nuove sfide, i libri aprono nuove strade e nuove idee da affrontare e accompagnano la crescita.

Parlami del tuo ultimo album, “A Passage to Rhodesia”. Pensi che abbia portato qualcosa di nuovo? 

In realtà, in un certo senso è abbastanza convenzionale. L’idea ce l’avevo da tanto tempo, per questo ci ho messo tanto. Mi interessavano il soggetto, il periodo storico. Pensavo “Qui deve esserci una storia”. Per molto tempo però non sono riuscito a trovare una vera voce a questa storia. Ho fatto delle ricerche e ho cominciato a lavorare al pezzo. Ma ci è voluto tempo perché sentivo che era come qualcosa che avevo già fatto, dovevo trovare la giusta voce. É molto “old school”, la produzione era intenzionalmente greggia. Questo per me era importante, volevo una produzione schietta, basilare, evitando le raffinatezze.

Avete appena fatto uscire una raccolta, “Anthology, 2005-2015”. Riascoltando il tuo lavoro passato, cosa pensi sia cambiato negli anni?

Sai, quando inizi, non puoi certo immaginarti che uscirà una raccolta un giorno con quello che fai… Quando inizi, fai quello che ti senti di fare. Difatti quando ero in mezzo, vedevo solo cosa stavo facendo. Poi ho dovuto mettermi a tavolino e riascoltare tutto ed è stata davvero un’esperienza particolare! Alcune cose le ho riscoperte con orgoglio, per altre ho pensato semplicemente “Oh mio Dio…” [ride]. Non rimpiango neanche una cosa, non cambierei nulla di quello che ho fatto. Forse un paio di cosette! Ma questo è normale. Si migliora, si cresce, si invecchia… Il gusto cambia. Non è stato facile scegliere i pezzi che si potevano considerare più “rappresentativi”, quello che i fan avrebbero voluto sentire, le cose cambiano così tanto… L’ultimo pezzo che ho inciso in questi 10 anni è anche il primo pezzo che ho inciso allo studio dove oggi lavoro.

A livello tecnico, qual’è l’elemento che secondo te rende unico il tuo lavoro? 

Per la verità, se lo sapessi lo userei continuamente! Sono sempre in ricerca di qualcosa di unico e originale, qualcosa a cui non ho ancora pensato. Penso di poter contare alcuni pezzi nella mia carriera che hanno davvero un suono unico, la mia impronta insomma. Qualcosa che mi fa pensare “Sì, questo pezzi è decisamente mio” quando lo ascolto. Quando ho iniziato, ho iniziato anche la mia ricerca, poi con il tempo questa impronta si è naturalizzata nel mio lavoro. Sotto questo aspetto, ci sono dei pezzi di cui sono particolarmente felice, ma in realtà non saprei dire davvero perché. È semplicemente qualcosa di mio. Ma non saprei definire esattamente cosa sia.

Pensi che il tuo sia un genere di nicchia? O pensi che sia adatto anche a un pubblico vasto? 

Certo, se parli delle origini, di ciò che mi piace e delle mie influenze risponderei sì, decisamente è per un pubblico scelto, non tutti apprezzerebbero o capirebbero. Ma riguardo al mio lavoro attuale, è decisamente più accessibile. Anche a me piacciono le cose accessibili. Certo, apprezzo le cose che ti portano a pensare: “Sì, sono l’unico a capire questo pezzo!”, ma allo stesso tempo mi piace prendere rischi. Diciamo che vorrei un mix fra i due mondi, con alcuni pezzi più orecchiabili, e altri più misteriosi.

La maggior parte dei vostri fan sono nell’Europa del Nord e nell’Europa orientale. Quali sono i posti che preferisci quando sei in tour?

Questo è impossibile da dire! Abbiamo avuto un pubblico meraviglioso, in Russia, in Scandinavia, nel resto d’Europa. È sempre una sorpresa. Mosca, per esempio, la conosciamo bene, è sempre un’esperienza fantastica. In Germania abbiamo avuto fra i nostri migliori e peggiori concerti! Ma non si può dire. Anche a Israele ci hanno accolti con entusiasmo. La cosa importante è suonare quello che ci piace, ci piace quando anche la folla apprezza. Non si può davvero dire quale sia il posto migliore! Siamo stati molto fortunati a trovare fan un po’ dappertutto.

Progetti futuri?

Ho finito il mio nuovo album, sono agli ultimi ritocchi, sicuramente il prossimo anno uscirà. Continuerò a fare quello che faccio! Di sicuro saremo occupati con i tour, ci aspetta una lunga lista di date.

Avete fatto uscire anche dei vinili, credi che l’industria stia rinascendo, che valga la pensa investire sul vinile? 

Ci sono ancora persone a cui piace sentire, toccare la musica, avere qualcosa di fisico da mettere sullo scaffale. Apprezzare una copia fisica, una copertina. Questo genere di persone continuerà sempre a comprare copie fisiche, perché fa parte del loro modo di viversi la musica. Il vinile è un formato particolare ma questa è una cosa positiva e spero che continui. Oggi nel mondo della musica non girano più tanti soldi. Sono abituato a dover sempre guardare al centesimo, era già così quando ho iniziato, e non credo che le cose miglioreranno al riguardo.

Non sei ottimista… 

No, assolutamente. Prima il musicista vendeva copie fisiche dei cd e finanziava in quel modo il proprio lavoro. Oggi andiamo avanti con i live. Se la gente inizia a comprare i vinili è una cosa buona, possiamo finanziarci più agevolmente, essere meno alle strette. È importante pagare per la musica. Va bene anche semplicemente venire al live e comprare un paio di t-shirt, ognuno può sostenere la band a modo suo. Se potessi vendere molte copie di un album, potrei finanziarci il prossimo senza preoccupazioni. Bisogna pagare lo studio, e i soldi sono pochi. Il mondo della musica è sempre in movimento, non si sa mai come cambierà. Dobbiamo tenere duro e vedere cosa succede. Alla fine, se si riesce a pagare l’affitto in qualche modo, va bene. Io, anzi noi non suoniamo davvero per fare soldi, per essere grandi star. Vorremmo semplicemente poter essere sicuri di avere sempre le risorse per continuare a fare la musica che ci piace.

C’è qualche band neofita che apprezzi o pensi stia seguendo le tue orme?

In realtà non saprei, ogni giorno scopro qualcosa di nuovo. Riesco a essere sempre fuori dal mondo, sono sempre l’ultimo a scoprire le cose. Quante volte capita che vada da qualcuno a dire che ho scoperto qualche band, e loro mi guardano stralunati e mi chiedono “Ma dove sei stato fin’ora”? Non seguo molto le update del mondo della musica, non seguo blog, riviste, cose del genere. Più che le tendenze o il mio stesso genere musicale, mi interessano le persone che amano suonare e che hanno qualcosa da dire. Il mondo è pieno di musicisti che dovrei conoscere, o che avrei dovuto conoscere da molto tempo. Più viaggio, più incontro e scopro persone e cose che dovrei conoscere. Cerco sempre di conoscere cose nuove. Non si finisce mai di scoprire…

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