Todo Modo, intervista

Todo Modo, intervista

Un trio unico: Paolo Saporiti, Giorgio Prette, Xavier Iriondo… e no, Paolo Saporiti non vuole fare il Manuel Agnelli della situazione, anche se una delle critiche ricevute è stata proprio questa. I tre vogliono fare musica e la vogliono fare bene, sono entusiasti del progetto e… bè, leggetevi quello che ci ha raccontato Paolo Saporiti, molto meglio…

Paolo, ascoltando questo disco mi sono chiesta come tu abbia fatto a conciliare la tua voce, il tuo lato romantico e gentile, sempre toccante, con questa musica dura, graffiante, a tratti angosciante…

Ho chiuso gli occhi e ho iniziato a cantare, in buona compagnia tra l’altro, tanto per cominciare. E poi non so, credo che si tratti semplicemente della prosecuzione di un lavoro, di un modo di essere che comunque stava già venendo a galla da solo nei live soprattutto ma credo un poco in tutti i miei ultimi dischi. Una seconda faccia di me, un secondo lato, neanche troppo velato, che andava approfondito e così ho fatto grazie alla proposta di Giorgio e Xabier. Ho spinto molto negli ultimi dischi, anche concettualmente e avevo bisogno di questo aspetto aggressivo manifesto, senza ricadere sui miei soliti schemi, per mettermi alla prova e continuare a crescere. Credo ci sia, da sempre, il rischio di una forte idealizzazione della mia parte dolce, in chi vuole e ha voluto vedere soltanto quella e forse anche in me stesso. Volevo testarmi. Nel fermarsi ad ascoltare bene i miei testi però, le cose che dico, penso che chiunque possa cogliere la ricerca e la necessità di far trasparire tutto quello che sono, sotto ogni aspetto, le zone d’ombra e quelle di luce. L’ambiguità dell’essere umano, la sua doppiezza, la sua totalità, il Bene, il Male che abbiamo dentro; indagare, domandare, chiedere. Questa per me è stata ed è l’opportunità di investigare in maniera ancora più chiara ed evidente la mia molteplicità e ringrazio.

Come’è nata l’idea di questo trio davvero particolare? Tu, Iriondo, Prette… come diavolo ci siete finiti insieme?

Io e Xabier collaboriamo da tempo ormai, otto anni mi ricordava proprio qualche giorno fa, dal momento in cui iniziai a frequentare il suo Sound Metak. Giorgio è amico suo, di vecchia data e quando hanno deciso di chiamarmi per ricoprire questo ruolo, ho accettato più che volentieri la sfida, dalle mille insidie per me e che, mi rendo conto davvero soltanto in questi giorni, non tutti riescono ancora o vogliono ancora digerire. Siamo un paese conservatore dopotutto, scopro, nonostante le pose progressiste assunte da qualcuno, poco da fare. Todo Modo parla inevitabilmente anche di questo.

I compiti sono ben divisi? Per esempio, tu ti occupi dei testi e gli altri due della musica, oppure fate tutto insieme? Raccontami com’è nato questo disco…

Le prime cose sono nate da delle improvvisazioni di Giorgio e Xabier. Ho iniziato a lavorare sui pattern di Giorgio ma poi ho subito afferrato la necessità di lavorare in presenza dei riff di chitarra di Xabier e così è stato. Mi servono anche dal vivo, al posto della mia chitarra. Ho cantato e scritto, in qualche giorno, quattro brani su queste prime bozze. Ho portato cinque o sei brani scritti ex-novo o in parte già elaborati ma che andavano comunque contestualizzati, rispetto al gruppo e così sono nate in meno di due settimane “Togli le mani da lei”, “L’attentato”, “Il mio amore per te”. Le altre aspettano in un cassetto l’evoluzione del progetto. Quando poi abbiamo iniziato a provare in saletta, abbiamo buttato giù gli altri brani. Abbiamo iniziato a registrare e il lavoro in studio è durato tre settimane. L’urgenza è stata nostra musa e spietata compagna, magari a discapito di alcune performance che con una diversa idea produttiva avremmo probabilmente potuto rielaborare ma il motto è stato “buona la prima”, anche su cose che ho scritto in macchina o davanti alla console del mixer, tra una parte di Giorgio, le mie e quelle di Xabier.

Quali sono le critiche positive ricevute fino adesso?

Ce ne sono parecchie fortunatamente, tra cui segnalerei la sincerità del lavoro in generale e la sensazione di trovarsi di fronte a una serie di sessioni suonate quasi dal vivo; un’eterogeneità di brani fortemente contraddistinta da sonorità e personalità mature e ben consolidate. Di sicuro quello che si è messo di più in discussione sono io e per questo pago e pagherò dazio inevitabilmente.

E quelle negative, se ce ne sono state?

Certo! Per ora vince il gioco delle somiglianze e delle differenze rispetto a Manuel Agnelli, per quanto attiene testi e parti vocali ma il paragone era inevitabile, lo sapevo, ma sta già finendo.

Ma questo progetto nasce e muore con questo album o avete già in mente di fare un secondo disco?

Non più tardi di ieri mattina pianificavamo registrazioni e idee da mettere a terra con l’inizio dell’anno nuovo. Dobbiamo solo muoverci tra gli impegni di ognuno. Questo è il punto.

E i vostri progetti solisti, continueranno in parallelo?

Assolutamente sì! Tra i progetti solisti vanno contemplati gli importanti progetti di gruppo in cui alcuni di noi sono coinvolti. La mia carriera solista è sotto controllo e spero che quest’esperienza porti frecce ulteriori al mio arco espressivo/interpretativo ed esperienziale in generale.

Qual è stata la cosa più difficile del conciliare tre menti, per te che sei abituato a lavorare da solo?

L’esperienza pregressa di ognuno, il passato e la fobia nelle piccole cose che cambiano ma non è stato poi tanto diverso dal lavorare sui miei progetti solisti. Comunque un disco non si fa mai da soli e io amo lasciarmi permeare dalle idee e dalle capacità altrui, fino all’ultimo, fino a un momento sembrano regnare la confusione e la perdita dei confini, da cui poi però scaturisce la piena consapevolezza. Un processo entusiasmante. E’ difficile mollare gli ormeggi, se ci si appoggia soltanto sulle proprie capacità e talenti consolidati, bisogna saper ascoltare gli altri e lasciarsi trasformare per salpare davvero. In questo credo. Compito impegnativo comunque questo e cosa che, a questo mondo, in questo paese in particolare, riesce ai più difficile se non impossibile.
La cosa che più ti ha entusiasmato di questo progetto?

Lavorare e veder crescere le cose col tempo. A partire dall’intuizione e dalle lacrime iniziali, quelle del primo contatto telefonico, per arrivare fino alla realizzazione magica del video di “Soffocare”, alle prove di oggi e tutto il resto. Per me è un onore poter fare cose così, con questo gruppo di lavoro e interagire a questo livello, poter assistere alla messa a terra di un sogno che collima poi con quello di tutti.

Alla fine questo disco sembra un tuo album solista ma con gli arrangiamenti belli e crudi di Iriondo, sbaglio?

Ti ringrazio, perché se dici così vuol dire che stimi e conosci il mio lavoro passato e questo mi fa davvero molto piacere ma non ne sono molto convinto sai, anzi, credo che siamo andati proprio in direzioni diverse, proprio per evitare che questo accadesse. Abbiamo già lavorato tanto sulle mie cose, ora si cercava qualcosa di ulteriore e credo che ci sia.

Un trio del passato che nei tuoi sogni ti sarebbe piaciuto veder formare, non come partecipante, ma come ascoltatore, esempio: un trio composto da Robert Plant, David Gilmour e David Crosby…

David Crosby appunto, John Fahey e Tom Waits oppure Tim Buckley, Leonard Cohen e Jerry Garcia oppure Van Morrison, Joni Mitchell e Stevie Ray Vaughan. Eddie Vedder, Thom Yorke e Kurt Cobain oppure Billy Corgan, Mark Lanegan e Neil Young.

La canzone di questo album su cui è stato più complicato lavorare e quella su cui è stato più bello e soddisfacente…

“L’attentato” è stata una delle prime intuizioni, anche perché io l’avevo pronta da tempo ma in inglese e con altre dinamiche, altra struttura, altri strumenti in memoria. Abbiamo iniziato a lavorarla subito ma è una canzone delicata ed è stata l’ultima a essere terminata alla fine, perché molto ricca. Quando Xabier ha messo le sue “scudisciate” di chitarra su “Togli le mani da lei” ho pianto e quando, quasi a fine lavori, è uscita “Soffocare” dal cilindro, abbiamo capito che una nuova forma compositiva era possibile, si era appena sviluppata dall’incontro. Un obiettivo importante da raggiungere per un gruppo neonato.

Perché questo album?

Perché ce n’era bisogno, da parte nostra ovvio, non mi permetterei mai, anche se un poco lo penso in generale. Credo che un’unione come questa possa portare nuova linfa a chi vuole osare, cambiare un poco le dinamiche e sperimentare, anche e soltanto a livello di formazione. Certo in tanti ci stroncheranno, perché vogliono che sia così, che tutto rimanga fermo e uguale a se stesso. Gli After devono rimanere gli After, i Toto i Toto e Rocco Siffredi Rocco Siffredi, esattamente come “Todo Modo” voleva denunciare. Per ottenere una risposta a una mail ci vogliono mesi qui, tutto è bloccato e le persone, nel loro piccolo, ormai si sono perfettamente adeguate. Tutto va bene mentre precipita e anche le nuove generazioni si sono integrate perfettamente coi clichet del vecchio stile, al massimo si promuove la fuga dei cervelli. E’ incredibile.

Secondo te cosa manca alla musica italiana in questo periodo storico e perché il giro della musica indipendente italiana non riesce mai a uscire dal giro della musica indipendente italiana?

Io non so se la colpa sia della Musica italiana ora come ora, lo pensavo tempo fa ma oggi mi verrebbe da puntare più l’attenzione su tutta la nostra società, il suo stato, la sua forma mentis, come dicevo prima. E’ impastata, difetta per scarso coraggio e per un’assoluta, radicale necessità di conferme, non di altro. I risultati vanno ottenuti tutti e subito, di fretta. C’è una scarsa volontà di mettersi alla prova e di rischiare, di investire nel credere in qualsivoglia progetto, nella crescita delle persone, degli artisti. Alla base di questo, temo ci sia un meccanismo di difesa individuale che ormai è diventato parte integrante della società e che risponde soltanto alle paure di fallimento, all’insuccesso dell’Occidente che ha, in via definitiva, venduto l’anima al Diavolo, ai soldi. Tutto viene giustificato ormai, compreso, concepito soltanto in relazione alla presenza o all’assenza del Dio denaro. Si fa tutto perché si hanno i soldi, li si cerca, li si ostenta. Non si fa perché non ce n’è ma si va ben oltre la correttezza nella lettura delle ragioni di fondo. Perfino la passione è stata monetizzata e spiegata soltanto in funzione dei soldi; non la si sa neanche più riconoscere. La questione umana è ben altra cosa. Non i soldi. Non l’economia. E’ evidente.

E in versione live cosa verrà fuori?

Una lettura ancor più scarna e schietta dei brani del disco e qualche inedito. Il nostro vuol essere un live al fulmicotone, anche nella sua durata.



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