Baustelle, intervista

Baustelle, intervista

Di Francesca Binfarè

“Roma Live!” è il primo album dal vivo pubblicato dai Baustelle. Raccoglie tre concerti romani tenuti tra il 2013 e il 2014, durante il tour che presentava le canzoni dell’album “Fantasma”. I 14 brani proposti sono stati registrati durante i live alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, all’ex Mattatoio di Testaccio e all’Auditorium della Conciliazione, con tre diverse formazioni, cioè orchestra sinfonica, sezione di fiati e quartetto d’archi. Si tratta di eventi che hanno fatto parte di un tour speciale, che meritavano un disco.

Di questo abbiamo parlato con i Baustelle.

Dopo 15 anni di carriera avete deciso di pubblicare un disco dal vivo. Perché questo è il momento giusto? 

Perché è un album collegato alla tournée di “Fantasma”, che era un disco molto basato su orchestrazioni. Il tour per noi è stato importante e, all’epoca, abbiamo pensato di registrare tutto. Ma non c’era l’idea di fare un disco live. Riascoltando le registrazioni, così piene di emozioni, abbiamo pensato che meritassero la pubblicazione. Per noi, poi, i live hanno più senso di un best of: in questo caso noi raccontiamo un concerto immaginario, nato unendo tre spettacoli. Insomma, in questo disco non volevamo buttarci dentro canzoni alla rinfusa. E’ anche un buon modo per avvicinarsi ai Baustelle: chi non ci conosce potrebbe iniziare da questo album, che contiene molti successi.

“Roma Live!” ha rappresentato per voi un momento di bilancio?

Un disco dal vivo è fatto di pezzi del passato, quindi una sorta di bilancio lo fai. Ripensi a com’eri quando hai scritto quella certa canzone e com’eri quando è uscita. Il bilancio è inevitabile, ma il nostro è stato senza nostalgie. Mi fa piacere (spiega Francesco Bianconi, nda) che certe canzoni legate a un tipo di denuncia -anche sociale- di qualche anno fa, continuino a funzionare anche scollegate dal loro contesto storico. Alcuni brani mantengono universalità e atemporalità.

Com’è il vostro rapporto con il tempo?

Rachele Bastreghi: A momenti positivo, a momenti negativo. Il tempo ha dato i suoi frutti anche se non sono visibili agli altri.
Francesco Bianconi: L’invecchiamento spesso migliora; sono veri i proverbi come ‘gallina vecchia fa buon brodo’. Mi reputo migliore adesso che a 20 anni. Mi trovo bene e vorrei rendere perpetua questa mia fase da pre-cinquantenne.

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Nei vostri commenti che accompagnano una delle cover (“Signora ricca di una certa età” da “Lady of a certain age” dei Divine Comedy, l’altra è “Col tempo” di Leo Ferrè) dite che in Italia canzoni così non si scrivono più, forse lo facevano i cantautori della vecchia scuola, forse lo fanno alcuni cantautori nuovi.

Francesco Bianconi: E’ una forma retorica per dire che questa canzone è molto ben scritta. Questo tipo di canzoni pop si sente sempre meno. Si va verso l’omologazione nella forma pop, questa invece è molto complessa dal punto di vista della composizione, cosa che non le fa comunque perdere la sua cantabilità e fruibilità. Resta musica leggera. E cose così se ne sentono sempre meno, purtroppo.

In ogni concerto proponete una versione diversa di “Charlie fa surf”…

Questa veste che ha nel disco non sarà definitiva. I ‘grandi classici’ il pubblico li chiede e hai la responsabilità di suonarli. A volte vorresti mettere altre canzoni in scaletta, quindi dare un vestito nuovo a brani noti è il giusto compromesso. Comunque, in questa versione pacata e non up tempo la gente canta “Charlie fa surf” come fosse una canzone di Baglioni. Non abbiamo ancora detto che il primo disco della versione in vinile contiene le canzoni più rock, se si possono definire così; il secondo raccoglie ballad e canzoni sinfoniche: un disco è arancione, uno è nero.

A proposito di colori, la copertina dell’album è stata fatta dallo studio artistico Malleus. Come l’avete scelta?

Rachele Bastreghi: La cover richiama un po’ quella del primo disco. Un’inconscia coerenza, la nostra.
Francesco Bianconi: Le copertine dei dischi live non mi piacciono molto; sono classiche, generalmente una foto del concerto con il pubblico in delirio e finisce tutto un po’ lì. Quindi pensavo ‘come sarà la nostra?’. Eliminare l’elemento fotografico e introdurre l’illustrazione ha risolto il problema. In copertina ci sono due ragazze che fanno parte di un ipotetico pubblico di un festival rock: evochiamo il live in questa maniera.

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Quanto contano le copertine per i Baustelle?

Moltissimo. Nascono da idee nostre, fanno parte di un discorso a 360 gradi che si unisce alle canzoni e agli altri dettagli non musicali.

Francesco tu sei anche scrittore. Come cambia il tuo sguardo quando scrivi libri e quando scrivi testi per le canzoni del gruppo?

Lo sguardo cambia inevitabilmente perché sono due linguaggi diversi. Le canzoni sono più ‘facili’ da scrivere perché hanno più regole, uniscono musica e appigli a cui aggrapparsi, nel nostro caso sono fatte per essere interpretate da un gruppo, hai più maschere. Quando scrivi prosa sei solo e più nudo, anche se inventi totalmente una storia. Poi entrambe, se le vuoi fare bene, sono cose difficili da fare.



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