Mezzala, intervista

Mezzala, intervista

Il nuovo disco “Irrequieto” esce a quattro anni di distanza dall’esordio solista “Il problema di girarsi” anni in cui Mezzala (MIchele Bitossi) ha realizzato un album e un ep dei Numero6, ha scritto molte canzoni per sé e per altri e ha lavorato a vari progetti musicali in diverse vesti. “Irrequieto” è un album con caratteristiche molto diverse rispetto alle precedenti produzioni sia per quanto riguarda l’approccio alla scrittura, sia in tema di arrangiamenti, registrazioni e produzione in generale. “Irrequieto” è stato registrato al Sam studio di Lari (PI) in presa diretta. 

Per conoscere meglio il lavoro di Mezzala lo abbiamo intervistato…

Partiamo dal titolo del lavoro. Cosa ti ha reso, ti rende “Irrequieto”?

Guarda, a volte ce la metto tutta ma è più forte di me: non riesco assolutamente a stare fermo, a rilassarmi un po’. L’idea di annoiarmi mi terrorizza e per questo sono in continuo movimento, sia fisicamente che con la mente. Mi rendo conto che tutto questo spesso mi ha portato a fare belle cose come anche cazzate spaventose. Ma fa parte del gioco, lo so e accetto serenamente di correre questo rischio. Comunque, venendo alla tua domanda, per battezzare il nuovo album cercavo un aggettivo che mi rappresentasse davvero e quando mi sono imbattuto in “irrequieto” non ho avuto molti dubbi. In realtà questo è un disco che nasce sì da un’irrequietezza di fondo ma è anche parecchio ponderato, curato, approfondito per quel che riguarda la produzione, i suoni, la “visione” di fondo. Per cui direi che possiamo parlare a di un’ “irrequietezza ragionata”.

MEZZALA-IRREQUIETO 1440

Sono passati quattro anni da “Il problema di girarsi”… tanto tempo, cosa hai fatto (oltre a lavorare, scrivere canzoni) in questo lungo periodo? 

Beh, intanto sono papà di due splendidi bambini, Eva e Pietro. Amo dedicarmi il più possibile a loro, insieme a Ilaria, la mia compagna. Tengo moltissimo alla famiglia da cui traggo tantissime energie da riversare nella mia musica. Ho poi pubblicato un album coi Numero6, “Dio c’è”, ho scritto per altri, ho prodotto alcuni album con la mia etichetta, la The prisoner, e fatto una miriade di altre cose che hanno a che fare con la musica. Detto questo, mi rendo conto che quattro anni da un album all’altro al giorno d’oggi possano sembrare un’eternità. Di questi tempi c’è un’ansia di esserci sempre e comunque a mio avviso veramente demenziale. Io credo però che chi pubblica dischi debba farlo sempre e comunque partendo da un’onestà di fondo assoluta. Io lo faccio solo quando sento di aver qualcosa da dire. Può succedere che passi un anno da un album ad un altro, come anche quattro. Non devo rendere conto a nessuno di questo. Comunque, “Irrequieto” è uscito da due settimane e sto già lavorando al prossimo disco che vorrei far uscire tra un anno circa. Sono o non sono un irrequieto?

Sei quello che si definisce un outsider della musica. Come si “campa” da outsider? 

Personalmente cerco di non etichettare mai niente nessuno per partito preso e tendo a rifuggire ogni tipo di etichetta riguardo quello che faccio. Se, come immagino, intendi dire che fino ad ora i miei dischi non sono entrati nella top ten dei più venduti e che coi miei tour non ho riempito i palasport non posso che darti ragione aggiungendo che io “campo” in maniera molto serena e felice scrivendo suonando e interpretando le mie canzoni per me e per tutti quelli che hanno voglia di ascoltarle. Per quanto riguarda la mera pecunia (perchè mi sa che la tua domanda alla fine vertesse su questo) come ti ho detto mi occupo di varie cose che hanno a che fare con la musica, alcune hanno anche poco a che fare con la creatività pura. Alla fine del mese, bene o male, ci arrivo sempre con una certa tranquillità.

Nel pezzo “Chissà”. collabori con Zibba, altro ligure. Come nasce la collaborazione? 

Avevo bisogno di una voce esterna che interpretasse la sezione centrale della canzone, in cui do voce a una sorta di “discografico” che mi regala un feedback immaginario. Stimo molto Sergio sia come autore che come cantante. La sua voce calda e profonda, un po’ da “mangiafuoco” circense era l’ideale per concretizzare l’idea che avevo. E’ stato tutto molto semplice e naturale. Gli ho raccontato cosa avevo in testa, è venuto al Greenfog, il mio studio e abbiamo passato una bella serata a cantare e raccontarcela.

Parlami della squadra che hai voluto accanto a te per la realizzazione del disco… 

Questo disco è nato in maniera assai diversa da tutto quello che ho fatto in passato. Sentivo di voler cambiare sound e, più in generale, impostazione. Per farlo ho deciso di fare più di un passo indietro per quel che riguarda tutto ciò che riguarda arrangiamenti e produzione dei brani. Ho scritto un bel po’ di canzoni, ho fatto dei provini molto scarni (praticamente tutti voce e chitarra) poi li ho dati a Ivan Rossi (che ha anche prodotto e fissato l’album) e a Tristan Martinelli, due grandi amici e musicisti eccellenti che hanno giocato un ruolo decisivo nella realizzazione di “Irrequieto” che, di fatto, paradossalmente sebbene sia firmato solo da me è un disco molto più corale di altri che ho pubblicato in passato con una band. A Ivan e Tristan ho raccontato che tipo di suono avevo in mente, qualcosa che fosse “fuori dal tempo”, che potesse non temere una data di scadenza. Volevo tanti colori, fiati, archi, strumenti vintage e musicisti veri che registrassero tutti insieme in uno studio, alla vecchia maniera. Volevo ispirarmi a dischi italiani degli anni settanta che amo tantissimo. Penso a quelli di Ivan Graziani, Alberto Fortis, Lucio Dalla, Eugenio Finardi. La squadra di musicisti l’ha messa insieme Ivan e devo dire che ha fatto un lavoro straordinario coinvolgendo gente molto molto brava ma assolutamente non turnisti che arrivano in studio, fanno la loro parte leggendo sul pentagramma non vedendo l’ora di portar via le palle e di prendere la cagnotta. Tutt’altro, i ragazzi che hanno suonato in questo disco si sono appassionati da subito al lavoro e hanno dato un valore aggiunto decisivo alle canzoni.

mezzala 2

Hai una tua etichetta, la The Prisoner. Esigenza personale, unico modo per prodursi o un mix delle due cose?

Guarda, ho messo in piedi la The Prisoner ormai quattro anni fa. E’ stata una decisione a dir poco incosciente dettata dalla volontà di dare una mano ad alcune band a mio avviso molto meritevoli che non riuscivano ad avere uno sbocco. Non ho mai avuto chissà quali ambizioni come “discografico”. Faccio quello che mi piace, cerco di dare un valore aggiunto ai progetti che scelgo e tendo a collaborare con artisti che oltre a fare bella musica siano anche persone pienamente consapevoli di ciò che gli sta succedendo intorno, nel bene e nel male. Quanto ai miei dischi, fino ad oggi, nonostante avessi un’etichetta, ho sempre evitato di pubblicarli con The prisoner per una serie di ragioni affidandomi sempre a strutture esterne. Anche per “Irrequieto” volevo proseguire su quella strada e sono arrivate anche delle offerte che però ho rifiutato in quanto le ho reputate assolutamente non adeguate. Con questo disco sono diventato anche editore perchè mi sono stufato di affidare le edizioni dei miei brani a gente che le parcheggia nel suo repertorio e non fa un cazzo per provare a ottenere dei risultati. Uscire con la mia etichetta è stato, semplicemente, la cosa più intelligente e conveniente da fare.

Cosa pensi della discografia in italia?  

Nel panorama indipendente ci sono etichette che si muovono molto bene, che hanno saputo creare un mondo molto riconoscibile, sia musicalmente che esteticamente. Penso a 42 records, La tempesta, Garrincha. Le major da anni brancolano nel buio e stanno inesorabilmente dirigendosi verso una fine davvero ingloriosa. Non c’è più nessuna propensione allo scouting, alla progettualità a medio-lungo termine. Quello che noto e’ una netta propensione allo spremere il piu’ possibile band o personaggi che hanno avuto una certa visibilita’ televisiva o un po’ di popolarita’ sul web per ragranellare qualche risultato che “muova un po’ la classifica” e cerchi di mandare avanti la baracca. Peccato che poi, nella maggior parte dei casi, si tratta di fenomeni che svaniscono nel nulla dopo pochi mesi. D’altra parte io un po’ li capisco questi poveri discografici. Non sanno piu’ che pesci prendere, molti ragionano ancora come se fossimo nel ’96… devono cercare di mantenere il loro posto di lavoro e le tentano tutte, spesso in maniera molto goffa. Molti mostri sacri della canzone d’autore italiana, negli anni settanta e ottanta, prima di affermarsi, si sono dovuti confrontare con fallimenti incredibili in termini di riscontri commerciali e di seguito di pubblico. Al loro fianco pero’ avevano discografici illuminati che hanno continuato a credere in quei progetti e il tempo spesso ha dato loro ragione. Oggi purtroppo tutto cio’ e’ pura fantascienza. D’altro canto escono migliaia di dischi ogni mese, la gente ha perso quasi totalmente la testa, c’e’ davvero poca autocritica in giro col risultato che il “mercato” e’ saturo all’inverosimile. Ho l’impressione che siamo vicini a un punto di non ritorno e la cosa, devo ammetterlo, non mi dispiace poi più di tanto.

Nel disco c’è uno spirito che ricorda il cantautorato italiano anni ’70… 

Confermo pienamente. Come ti dicevo per realizzare “irrequieto” ci siamo ispirati a dischi degli anni ’70 italiani che hanno un suono e un mood generale che definirei “senza tempo”. Eravamo alla ricerca di un suono che non rischiasse di avere una “data di scadenza”. Il concept di base era di curare molto gli arrangiamenti servendosi di una tavolozza di colori molto ricca. Un ruolo di primo piano lo abbiamo riservato ai fiati perchè ci piaceva lavorare su un’idea di soul bianco. In generale, comunque, abbiamo utilizzato solo strumenti vintage. Anche riguardo alle tecniche di produzione ci siamo rifatti al passato. Tutti i brani infatti sono stati registrati in diretta da musicisti che suonavano e sudavano nella stessa stanza. Al giorno d’oggi spesso di predilige la pulizia assoluta nelle produzioni, una pulizia che più di una volta fa rima con freddezza, impersonalità, ma che ti può dare qualche chance di finire in radio. Noi abbiamo deliberatamente deciso di non farci condizionare da niente e nessuno, abbiamo lavorato con l’obiettivo di far del bene prima di tutto a noi stessi. Ovvio, se poi il nostro lavoro fosse piaciuto ad altri sarebbe stato ancora meglio. Per questo non si siamo posti troppi limiti, abbiamo spaziato ispirandoci al passato per realizzare un disco che avesse comunque la freschezza tra le sue peculiarità principali. Proprio come facevano molti protagonisti del cantautorato italiano.

Sei genovese. Genova, sinomimo di cantautore. Una etichetta comoda o anche a volte una gabbia perché la gente si aspetta da un cantautore genovese certe cose… 

Personalmente mi importa pochino di quello che la gente si aspetta da un cantautore genovese. A parte il fatto che l’etichetta di “cantautore” può starmi bene a patto che non sia connotata con retrogusti cupi, ombrosi. Io sono uno che scrive e canta le sue cose. Per questo sì, sono un “cantautore” ma mi sento parecchio lontano dal modus operandi di certo cantautorato che reputo decisamente autocompiaciuto. Ovviamente non mi sto riferendo a produzioni enormemente significative come quelle di un De Andrè o di un Tenco, bensì a certi loro “eredi”. In generale, comunque, trovo un po’ scontato, poco interessante, accomunare un musicista genovese contemporaneo alla famigerata Scuola Genovese. Personalmente, pur amando la produzione di alcuni cantautori genovesi, da sempre mi ispiro completamente ad altre esperienze.

Dei tuoi colleghi chi ti piace? 

Ti dico un nome solo. Marcilo Agro Football Club.
Sono di Novara e sono strepitosi.

Sei ovviamente appassionato di calcio. Cosa pensi del calcio moderno? Lo segui ancora con passione? 

La prima volta che ho visto una partita del Genoa, la squadra per cui tifo in maniera sfegatata, è stato nel 1979, a quattro anni. Da allora la mia malattia non ha fatto che aggravarsi. Seguo la mia squadra con grande passione e vado allo stadio ogni domenica. Detto questo il calcio moderno mi fa schifo per tanti aspetti. Mi sono innamorato di questo sport quando non c’erano tutti questi assurdi interessi economici, quando le maglie dei giocatori andavano dalla uno alla undici, quando gli stadi erano sempre pieni e si poteva decidere di andarci anche un’ora prima dell’inizio delle partite, senza bisogno di tessere del tifoso o di fare assurde code davanti a un tornello. Credo che se fossi bambino oggi faticherei ad appassionarmi al calcio. Ormai però ci sono troppo dentro e credo che sarà difficile che me ne allontani.



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