Quello che ho da dire su Maurizio Merli

Quello che ho da dire su Maurizio Merli

Oggi Sandra è andata in biblioteca a studiare e quindi, con il computer tutto per me, ho potuto guardare ITALIA A MANO ARMATA indisturbato.
I poliziotteschi esercitano su di me un fascino che non so spiegare. Quei fotogrammi così tipicamente anni Settanta, quei colori, quell’Italia urbana ancora così tanto legata ai suoi dialetti, insomma tutte queste ed altre cose che son già state ampiamente discusse in modo ben più attento e approfondito altrove, mi affascinano.
Gli occhi di Maurizio Merli ad esempio, così rassicuranti anche quando colpisce con i suoi celebri ceffoni un feroce assassino o si lancia in un inseguimento al cardiopalma -rigorosamente tra i banchi di un mercato- oppure quando stringe a se un bambino ferito durante una rapina e a denti stretti promette giustizia  mentre i criminali scappano via in moto. Insomma, non è che non sia stato un bravo attore, ma complici anche i “buchi” clamorosi delle sceneggiature, penso che non ci si possa proprio angosciare guardando quella sua espressione accigliata. Poi anche su di lui e sulle sue interpretazioni sono state scritte e dette tante cose, ma per me quegli occhi hanno un qualcosa in più, qualcosa di familiare. Sarà che anche mio padre da giovane, quando io ero bambino e in giro c’era ancora qualcuna di quelle auto e le cabine del telefono erano marchiate SIP, aveva i baffi. Non aveva quei capelli, ma aveva i baffi e quello sguardo che, ora me ne accorgo, è lo sguardo di un uomo buono.
Ma forse la cosa che più mi affascina dei poliziotteschi sono proprio quei buchi nelle trame, quelle scene in alcuni casi girate evidentemente alla veloce, quelle interpretazioni super dilettantesche di certe comparse, quel non prendersi troppo sul serio e presentarsi per quello che si è. O forse sono solo io che la voglio vedere così, magari le intenzioni dei produttori e dei registi erano tutt’altre. Però mi piace quest’idea.
Perché in fondo credo che la spontaneità sia una parente stretta della sincerità. E credo anche che chi abbia la pretesa di fare musica, letteratura, cinema, arte in generale, debba essere prima di tutto sincero.
Così come mi piacciono i dischi imprecisi, le interpretazioni stonate ma genuine, i testi che parlano di cose vicine, di quotidiano, le canzoni con i nomi di persona ad esempio, così che se si deve fare una compilation per qualche ragazza e si ha la fortuna di trovare un pezzo col suo nome è fatta (ma questo è un altro discorso). Insomma, le cose, come dice bene il mio amico Giacomo -che voi non conoscete ma credetemi: è uno in gamba- spogliate da quella brillantina emotiva che le appiattisce soffocandone il contenuto.
Comunque tra un po’ piove e ho tutte le magliette da raccogliere ché se si bagnano troppo poi devo scappare da Sandra che mi inseguirà giù fino al mercato. E io mica ce l’ho una Kawasaki per seminarla.

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Bonetti è una figura dinoccolata coi piedi lunghi appartenente, come diceva qualcuno, al popolo alto dei camminatori. Quelli che camminano per ore con le mani in tasca per la città, o per qualche stradina di campagna ¬non fa differenza¬, e pensano e si guardano intorno, fanno andare le gambe e gli occhi in giro sulle cose, anche su quelle già conosciute, caso mai ci fosse qualcosa di nuovo da scoprire.
Bonetti è un ipotetico tributo ai Beach Boys fatto dai gruppi della Sarah Records.
Bonetti, come Boccalone, il suo romanzo preferito, è una storia vera piena di bugie.
Bonetti è un cantautore che a breve pubblicherà il suo primo disco per Costello’s Records.

 

https://www.facebook.com/bonettimusica


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