Saba Anglana, intervista

Saba Anglana, intervista

Saba Anglana, la custode della tradizione

Saba Anglana, un nome che difficilmente vi comparirà davanti agli occhi per la prima volta su Jaymag.
Cerchiamo di esporre brevemente la poliedricità della sua carriera. Attrice a teatro (monologo “Mogadishow” al Teatro stabile di Torino) e sullo schermo (per esempio nella fiction Rai “La squadra”), autrice e conduttrice radiofonica (Radio 2, Radio 3, Radio Svizzera) doppiatrice per Disney Channel, per finire musicista completa. Nel 2008 compare in una raccolta internazionale della World Music Records. AMREF (African Medical and Research Foundation) Italia la sceglie nel 2010 come testimonial con la bellissima “Biyo – Water is love”, il brano sull’importanza dell’acqua. Alla fine di un lungo viaggio come ambasciatrice dell’associazione, uscirà “Life Changanyisha” (La vita ci mescola) e vincerà il premio Anima per la musica insieme a Niccolò Fabi.

Grazie una voce incredibile, una tecnica raffinatissima, frutto di una ricerca oculata e profonda, Saba ci fa immergere nel suo ultimo album, “Ye Kamata Hod”.

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L’album non è soltanto una piacevole passeggiata nel mondo della musica etiope. È frutto di una ricerca approfondita e di uno studio definito che ha portato risultati sorprendenti. L’album è in Amarico, l’affascinante lingua etiope e in Somalo, con solo un pezzo in inglese, la lingua, ovviamente, dell’internazionalità. Ma come conciliare strumenti occidentali e musica tradizionale etiope? “Il segreto sta nella pentatonica” ci racconta Saba. “La musica tradizionale etiope si basa sulla pentatonica, dunque si possono scrivere delle basi anche con strumenti occidentali, basta rimanere nel genere. Ma nell’album come strumento tradizionale possiamo trovare, per esempio, la fisarmonica. La fisarmonica è molto usata in Etiopia come strumento popolare, si può trovare dappertutto, è molto comune fra musicisti e cantastorie, una tale ricerca, sia culturale che musicale, necessita di collaboratori preparati. Nel nostro paese non è facile trovare musicisti con la quale dedicarsi alla musica del Corno d’Africa”.

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Il risultato però, è indiscutibilmente un gruppo bene assortito. Fabio Barovero, l’autore insieme a Saba Anglana delle linee musicale, alla fisarmonica e al piano. Federico Marchesano al contrabbasso, Mattia Barbieri alla batteria, Simone Rossetti Bazzarro al violino e alla viola, Fasika Hailu al Krar, Asrat Bosena al Masingo, Cristian Coccia alla chitarra. “È molto difficile trovare musicisti per questo in Italia” ribadisce Saba, “In genere gli italiani credono che l’Africa si fermi al Senegal e al Mali, all’Africa occidentale. È molto raro trovare persone che conoscono la musica del Corno d’Africa. In Italia è difficile. Musicisti etiopi ne ho trovati, che hanno collaborato con me. All’estero c’è più interesse, anche per la tecnica. Per esempio, i giornalisti italiani mi fanno sempre domande biografiche, mentre all’estero mi chiedono cose tecniche, più specifiche. C’è più interesse”. Non volendomi sentire da meno degli altri giornalisti italiani, ho pensato di farle anche domande sulla sua vita. O perlomeno la sua memoria: “Tizita”, la memoria e la tradizione, un brano fondamentale nell’album. Saba Anglana, italiana di padre, somala di madre, dispone di un arsenale molto vasto di tradizione dalla quale apprendere. Ma in questa complessità, qual’è che considera la sua vera identità? “Io ho la ricca tradizione di una famiglia variegata. La mia vera tradizione è la tradizione familiare. Ricordo la musica, il ruolo che la musica ha in una festa. Sono cresciuta con la musica e con l’idea di vivere la musica. Poi ho il lato occidentale, italiano, e anche quello fa parte di me”. La musica è come una tradizione familiare, un tesoro da condividere. “Ye Kamata Hod” è un contributo importante a questa condivisione. È l’espressione di sé, della cultura che sente sua, della storia che permea la lingua e la musica del Corno d’Africa.

“Ye Kamata Hod” è amarico per “Il Ventre della Città”. Durante i suoi numerosi viaggi l’artista esplora le città e ne disegna un quadro fatto di punti di luce e ombra, di mistero e di fascino. “Il disco nasce ad Addis Abeba, perlomeno l’idea del disco. Addis Abeba è una città che sta cambiando, molto più velocemente di quanto cambino le nostre città occidentali. Non ci si rende conto della velocità con cui cambia. Ho girato le strade di Addis Abeba, prendendo ispirazione dalla gente, dalle vie, dalla vita della città. Le città dei PVS [Pesi in Via di Sviluppo] sono diverse dalle città occidentali, ma una cosa le accomuna: Le forme di resistenza alla globalizzazione, all’omologazione. Ogni città ha una sacca di resistenza, una spinta dall’interno, contro la modernizzazione , per la tradizione”. Il ventre della città è dove le cose succedono, i destini si incrociano, dove gli abitanti cercano e creano identità. Tradizione e globalizzazione, con la loro eterna battaglia, addolciscono e inquietano gli animi di cui il ventre della città brulica.

Il risultato è un album dai pezzi estremamente appassionati, che raccontano la gioia, il dolore, e l’incontenibile vitalità delle esperienze e passioni umane. “Tizita”, la memoria, “Tariken” (la mia storia), Markaan Yara (Quando ero piccola) sono come un forte vento di memoria e energia che sorprende e travolge l’ascoltatore. L’album appassiona, affascina, ammalia, accompagna in modo quasi prepotente l’ascoltatore nel proprio mondo, e lo mette di fronte all’indiscutibile bellezza delle proprie melodie. Certo, non si può dire che sia banale, non è una cosa già sentita. È un esperimento. La riposta del pubblico? “Alcuni erano spiazzati, allucinati, all’inizio non capivano. Non ho certo fatto questo disco perché piacesse o per accontentare qualcuno, non ho paura di deludere le aspettative altrui” ma in ogni caso “C’è interesse, c’è entusiasmo e curiosità”.

Testi densi di introspezione e tradizione, musica lontana dalle nostre abitudini, per non parlare delle meravigliose linee vocali: Una modulazione incredibile, un vero e proprio esercizio di stile per la cantante che dimostra di essere padrona della tecnica. Il suo talento si è appoggiato su dei grandi maestri della voce. Per primo Mahmoud Ahmed, famoso cantante etiope che nonostante la rispettabile età di 74 anni continua a solcare i palchi con maestria ed energia. Di lui dice Saba: “è la mia vera fonte di ispirazione; la sua tecnica, il modo in cui modula la voce… Sembrerà strano, è anziano ma si esprime ancora al massimo. Lui è un maestro per me”. Un’altra guida e ispirazione è l’affermata e splendida Aster Aweke. La raffinatezza e maestria della voce di Saba tocca dei picchi di genialità in questo album. Nella realizzazione dell’album, la cosa tecnicamente più difficile è stata, racconta, “Restare all’interno della pentatonica. Evitare di variare, come mi viene naturale per musica occidentale. Bisogna esprimere il più possibile rimanendo nelle note della pentatonica”.

Ma quello che lei porta non è che una parte della vasta e ricca cultura di cui si fa ambasciatrice. Tanto ci sarebbe da scoprire da quelle terre calde e incantate. In particolare, Saba Anglana consiglia al pubblico italiano: “Una delle cose che vorrei far conoscere in Italia sono gli Azmari, i cantastorie. L’Italia dimentica spesso il suo legame con il Corno D’Africa, ha dimenticato la storia… In molti non sanno neanche dove sia l’Etiopia! Molti cantastorie hanno scritto canzoni sugli italiani, ovviamente provocatorie. L’Italia fa parte della storia dell’Etiopia come l’Etiopia fa parte della storia d’Italia”.

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Non si può negare che sia un tasto dolente per il nostro bel paese, ma non un capitolo da cancellare. Della storia non si può cancellare nulla, anzi trovare la ricchezza anche nei passi sbagliati, come potrebbe essere fonte di ricchezza un legame con un paese che ha così tanto da offrire e da scoprire, al punto che si rischia di rimanerne ammaliati per sempre. Chi avrà la fortuna di sentire in concerto Saba, potrà indubbiamente correre questo rischio, essere ammaliato da questi canti così lontani, ma anche così vicini a noi.



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