Ci vuole una vita per diventare bravi in qualcosa

Ci vuole una vita per diventare bravi in qualcosa

Di: Alvise Rittà Ziliotto / Vox Delitto

«Devi scegliere bene in cosa diventare bravo».

Si chiude così la prima stagione di True Detective, la serie TV di Nic Pizzolatto.

Perché una serie thriller doveva lasciarci con questo monito?

Chiariamoci subito, non è necessario fare una recensione, né dilungarsi sul fatto cinematografico. La domanda sorge perché questa battuta, che suona come una sentenza al termine dell’ultima di otto puntate senza respiro, dove non c’è dettaglio che sfugga a un raffinato senso della misura e a un thrilling senza falle, ha un valore assoluto rispetto alla vicenda: si possono rintracciare legami di significato e coerenza con gli avvenimenti, ma di fatto il dialogo finale si regge da solo. E forse nel momento in cui viene pronunciata la frase in questione, siamo troppo intenti a ripercorrere i batticuore e l’incalzante incedere della trama appena scioltasi per apprezzarne il significato. E subirne il peso.

Oggi in quanti sono davvero disposti a diventare bravi in qualcosa?

E ancora, cosa significa diventare bravi in qualcosa?

Quest’ultima domanda trova una risposta già tra le righe della battuta precedente:

–Rust: «(…) ci vuole una vita per diventare bravi in qualcosa».

–Marty: «Se ti basta…»

Una vita! Diventare bravi in qualcosa significa dedicare la propria vita a cercare di conoscere profondamente una disciplina, un’arte, e far rivivere questa conoscenza nella forma nuova delle proprie opere. Diventare bravi, in questo senso, significa una vita di sacrificio, fatica, dolore. Significa mancanza di garanzia.

Noi viviamo nel tempo, invece, in cui la tecnica ci dà la garanzia che tutti possano essere bravi in tutto senza fare una gran fatica: una reflex digitale ci può garantire (anche solo utilizzando la modalità AUTO) di ottenere scatti con una definizione straordinaria, da milioni e milioni di pixel. E chissenefrega se quegli scatti sono sovraesposti, ipersaturi, scentrati…mal che vada c’è la garanzia delle garanzie, Photoshop.

Come non bastasse, l’assenza di criticità nel web ci dà una garanzia ulteriore: potremo facilmente ottenere appagamento e sentirci realizzati grazie all’approvazione conferitaci dai likes. Tutti infatti ci sentiamo una grande famiglia democratica di artisti, e possiamo esprimere i nostri apprezzamenti per ciascuno con i gratuiti mezzi del like e del «commento».

«Bravo!», «scatto meraviglioso!!!!», «fotografia bellissima!», «toccante!».

In realtà chiunque abbia un minimo di senso del vero può capire che quella foto è una merda. Fatevi un giro sulla pagina facebook Nikon Italia, se volete farvi due risate (amare).

Oppure, divagando un po’ a casaccio: chi non ha mai assistito all’avvilente spettacolo delle standing ovation che acclamano le volgari esecuzioni dei cantanti nei talent show, che interpretano senza rispetto e senza coscienza autori e opere molto più grandi di loro? Senza entrare nel merito della discussione talent sì o talent no, quello che abbiamo di fronte è pura follia, per non dire pura violenza.

Ecco, nel grande marasma contemporaneo in cui l’hobbista si sente artista, in cui YouTube ha dato a tutti la possibilità di ricevere appagamento dall’acriticità della massa, la cosa più

Avvilente è proprio l’incapacità critica di chi invece propone prodotti del genere come un qualcosa di valore.

A proposito di questo, poco tempo fa, Uto Ughi si dichiarava offeso dal successo di Allevi, ma ancor più dall’incapacità delle istituzioni dello Stato, che con la loro pochezza artistica e culturale avvalorano l’equivoco secondo cui un modesto musicista viene accostato a grandi interpreti della musica classica, e anzi viene posto un gradino al di sopra di questi per il fatto che lui è pure «compositore».

(Qui trovate il link dell’articolo: http://www.lastampa.it/2008/12/24/spettacoli/il-successo- di-allevi-mi-offende-JPzmyr6NI0F4RbEMGfKXsM/pagina.html)

Ma torniamo al «diventare bravi». Dedicare una vita intera a diventare bravi in qualcosa, non comporta solo rischio e fatica: significa anche vivere nell’èros, ovvero nella tensione verso la bellezza e verso l’autentica libertà che possiamo trovare solo in questa tensione, solo dentro di noi, solo nelle nostre opere.

Abbiamo visto però, che la libertà come la si intende comunemente oggi non è proprio questa.

La libertà di oggi ce l’hanno insegnata gli Americani, ed è la libertà secondo cui tutti sono liberi di fare tutto, senza regole. Tutti hanno il diritto di avere talento e di esprimerlo. Tutti sono liberi di esprimere la loro «creatività».

Qualcuno ha detto: «a me l’America non mi fa niente bene…troppa libertà! Non c’è niente che appiattisca l’individuo come quella libertà lì. Nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro. Come sono geniali, gli americani. Te la mettono lì, la libertà è alla portata di tutti, come la chitarra: ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà!».

Questa libertà non è altro che schiavitù, la subdola schiavitù a cui ci ha condannati la sublimazione della tecnica e la sua consacrazione nella rete: la schiavitù dell’arbitrarietà.

Come liberarci da questa schiavitù?

La risposta la conosciamo già: «Devi scegliere bene in cosa diventare bravo».

Dobbiamo riscoprire la morte da cui «quella libertà lì» ci ha alienati. Dobbiamo riscoprirci «durata» e riscoprire i tesori «che ai morti ci legano: il linguaggio, il paesaggio, il mito e il rito», perché sono questi il bagaglio che accomuna gli uomini di ogni tempo.

Un rito può essere anche il cambiare il rullino di una macchina fotografica. E lo scatto sapiente e «azzeccato» di chi ha impressionato rullini su rullini nel tentativo paziente di diventare bravo, sarà la sua la celebrazione. Sarà la ricompensa del suo sacrificio.

Ecco allora che la battuta conclusiva della prima serie di True Detective ci sembra molto più chiara: è un invito a diventare bravi in qualcosa, perché solo cercando la nostra libertà dentro di noi potremo davvero trovarla.

Rimane solo da chiederci se siamo davvero disposti a dedicare tutta la nostra vita al sacrificio, alla fatica, alla paziente ricerca della nostra libertà.

[ot-video type=”youtube” url=”https://www.youtube.com/watch?v=rac6nv4II8o”]

I Vox Delitto si formano nell’autunno del 2012: Alvise Rittà Ziliotto (chitarra e voce), Francesco Fiorindo (chitarra, flauto traverso, violino, Moog, cori), Marco Sorgato (basso), Marco Francescon (batteria). Nel 2013 sono cofondatori dei Sotterranei, nell’ottobre dello stesso anno aprono la stagione concertistica del collettivo.

Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 il gruppo registra alcuni brani e accoglie un quinto membro: Stefano Barzon, alle percussioni. Ad aprile i Vox Delitto sono in studio di registrazione. Nell’ottobre 2015 esce il primo EP Potlatch.


Related Articles

La canzone perfetta

di: Davide Lasala Siamo sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, qualcosa che ti investe di emozioni e che ti

La smetti di svegliarmi nel cuore della notte?

Di: Alessandra Perna Quando mi hanno telefonato per dirmi che era morto non ho pianto. A dire la verità non

Noi non esistiamo

Di: Marco e Luigi   Noi non esistiamo. Per ogni mondo esiste una sola coscienza che proietta altre coscienze. Ci

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Only registered users can comment.