Folco Orselli, Outside is my side (Recensione)

Folco Orselli, Outside is my side (Recensione)

Parte il disco è succede quello che non ti aspetti, o meglio, quello che solo chi ha seguito per lungo la carriera del cantautore milanese si può aspettare: un pezzo, “Legato a un palo della luce”, di quasi 8 minuti in cui l’alternanza tra un sound pazzoide e psichedelico e momenti intimi disegna una parabola di quelle che sono le sue fonti di ispirazione. Folco è stato troppo spesso paragonato ad un Capossela senza le stesse fortune, a torto. Nel suo background c’è una storia che parla anche la lingua del rock, basti pensare al progetto Arm On Stage in cui il nostro canta in inglese che pare quasi Eddie Vedder, per dire. Tutto regolare per chi queste cose le sa, insomma.

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“Essere outsider, per me, significa essere in compagnia di chi ha scelto di rimanere fedele a un proprio ideale di bellezza, ponendosi in alternativa all’establishment per essere libero di proseguire in quella ricerca che gli sarebbe preclusa (forse, ma il rischio è alto) se si facesse integrare nel grande gioco – spiega Folco Orselli – Il produttore di vino che preferisce fare 1000 bottiglie piuttosto che 10000 per offrire il meglio della sua vinificazione, l’artigiano che assembla a mano rinunciando ad un guadagno maggiore se meccanizzasse, l’imprenditore che tiene più alla soddisfazione del cliente che al guadagno a tutti i costi, il parrucchiere che ti massaggia la faccia col panno caldo perché sa che ti piace, il ristoratore che ti accoglie con un bicchiere di vino perché tu ti senta a tuo agio”. Questo il suo racconto di quello che rappresenta per lui la musica, ma anche del modo in cui lui la vive. Sempre per chi non lo conosce, leggendo questa auto-descrizione del lavoro, potrebbe considerarla ricca di cliché a costruire un personaggio, che adesso fare il bohemien tira. Niente affatto, e chi vive a Milano in particolare lo sa. Folco lo puoi davvero trovare per caso in un locale della periferia meneghina con la sua chitarra a raccontare le sue storie ad un pubblico di 10 o di 300 persone, e sempre con la stessa intensità e lo stesso amore per quello che fa. Folco la strada la vive davvero, Folco è un cavallo pazzo, di razza. E’ così che entrano naturalmente nelle sue canzoni: La strada, l’asfalto, i cappotti appesi, le persone incrociate in fila per pisciare davanti al cesso di un bar, gli amori nati la dove non crescono fiori, gli sguardi degli emarginati incrociati in stazione centrale, le storie di quelli “nati per lasciar perdere” (citando il suo amico poeta Vincenzo Costantino Cinaski), di quelli fieri di essere outsider, appunto. E allora nella sua sana follia ci sta che in uno stesso album convivano il Jazz e le atmosfere di quei bar di una volta dove potevi fumare cento sigarette, con il blues roco alla Tom Waits (perché la Milano vissuta davvero, e non da turista dell’Expo, ti può strappare via il cuore). Ci sta che ci scappi una cover dal sapore quasi tex mex di “Quello che canta onliù” di Jannacci che quasi quasi te la immagini la polvere che sale su dalle scarpe mentre la fischietti malinconico in una gita fuoriporta, al Giambellino; ci sta il funk sghembo di “Il Lupo”. Ci sta tutto, perché un outsider vero può permettersi tutto. Folco è un rabdomante, laddove trova acqua si ferma, che sia del rubinetto, lo schizzo di una pozzanghera, il tintinnare della pioggia. Per noi disco italiano del mese, consigliato in particolare a quelli che “a me il Natale mette ‘na malinconia…”. “Outside is my side” è stato prodotto insieme a Gino & Michele.



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1 comment

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  1. alecava92
    alecava92 11 dicembre, 2015, 15:46

    è un album imbarazzante.. Senza una logica.. Un vero schifo

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