La voce ai tempi dei talent

La voce ai tempi dei talent

Di: Diana Winter

Se dovessimo classificare lo strumento voce, la definizione più corretta sarebbe quello dello strumento a fiato.
Anomalo però, perché a differenza della famiglia dei classici legni o ottoni, la cassa di risonanza della voce cambia forma, e il suo funzionamento si rivela più simile a quello di una cornamusa ad aria calda o addirittura, in un certo senso,  a una fisarmonica.
I vocologi chiamano l’insieme delle strutture che conferiscono risonanza ‘vocal tract’, indicando con ciò tutte le cavità a livello sovraglottico dove la voce acquisisce i diversi rinforzi armonici: quella faringea, orale e nasale. Quindi a differenza degli altri strumenti, la voce ha la capacità di mutare timbro e di ‘cambiare colore’.
Cosa produce il suono? L’atteggiamento degli organi mobili all’interno del vocal tract (labbra, lingua, palato molle, laringe), le differenze individuali di conformazione di esso, il grado di controllo, lo stato di salute, e il range di appartenenza delle corde vocali, la gestione della respirazione e la qualità del relativo accordo pneumofonico. E fino a qui sembra tutto semplice.
Ma a differenza di un pianoforte o di un oboe, per suonare lo strumento voce non basta premere un tasto o imparare a soffiare. Ecco che l’espressività individuale diventa, a mio avviso, il fattore determinante per la qualità del prodotto vocale. E’ solo attraverso la necessità espressiva che riusciamo a modificare la forma del nostro vocal tract e a compiere le altre azioni correlate, in modo da ottenere il suono che vogliamo comunicare.
Come ripeto spesso agli allievi di tecnica vocale, un insegnante non è in possesso di un telecomando per fare cantare qualcun’ altro. Effettivamente è un dato di fatto che a certe modalità espressive corrisponda un diverso atteggiamento del vocal tract, tanto che alcuni studi come l’EVT (Voice Craft) indicano queste ‘figure obbligatorie’ con i termini sob e cry, mentre ad esempio nella didattica tradizionale del canto lirico si parla spesso di tecnica del sorriso e dello ‘stupore’, entrambe però facendo riferimento a diversi tipi di espressività comunicativa e mimica facciale.
Ecco che magicamente il prodotto vocale non è più scindibile dal suo contenuto. In questa ottica la voce diventa un tutt’uno, un ‘pacchetto’ che porta in sé l’oggetto della comunicazione, e ne è allo stesso tempo il veicolo. D’altra parte, esattamente come accade per il canto degli uccelli o per altri ‘linguaggi’ (mi assumo la responsabilità dell’uso improprio di questo termine), il canto per la nostra specie non è altro che l’eredità comunicativa della necessità di farsi capire nei bisogni primari.
Oggi mi guardo intorno e sento un milione di voci, vedo nella maggior parte delle persone la caccia al successo e spesso il disperato tentativo di diventare qualcuno agli occhi degli altri uscendo dall’anonimato, e non la necessità di esprimere la propria interiorità.
Allo stesso tempo noto quanto la musica e le nozioni tecnico-teoriche vengano sottovalutate e non semplicemente rispettate, e mi domando: a cosa serve una voce, se non ha una storia da raccontare?

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Si chiama “Tender Hearted” il nuovo album della cantautrice Diana Winter, uscito il 28 ottobre in collaborazione con Beta Produzioni, prodotto tra l’Italia e l’Inghilterra, frutto di un lungo processo di lavorazione e che segna un nuovo punto di maturazione nella carriera dell’artista.
Dieci tracce che spostano continuamente il focus dell’album e lo caratterizzano per la sua eterogeneità stilistica, realizzato col produttore e ormai amico Fabio Balestrieri, fedele collaboratore fin dall’esordio di “Escapizm” (2007).

“Tender Hearted” alterna momenti intimistici e autobiografici, come il primo singolo estratto “A Better Me”, a brani grintosi e coinvolgenti (dal funk di “Don’t Want You Around” al rock di “My Name”, uno dei primi brani scritti da giovanissima ma che ha conservato nel tempo la sua carica), strizzando l’occhio a sonorità più contemporanee (il new soul di “Show Me What You’ve Got”, con un richiamo all’esperienza dei talent in tv, vissuta anche in prima persona).
“April Lane” ci riporta dentro la sua sfera privata attraverso una ballad dalle sonorità acustiche, con una spinta vitale che subito dopo ci trasporta sul terreno della critica alla società (da “Why Did You?” a “Get Out Of My Head”, con una netta presa di posizione sulle storture nella nostra recente situazione politica italiana). “Heavy On My Heart” ci porta in atmosfere country e avvolgenti, con un pizzico di ironia, mentre “Killers” e “You want it” si impongono alle orecchie di chi ascolta e fanno ballare.

Diana Winter canta, suona la chitarra, scrive e compone canzoni sin da piccola.
Nel 2007 esce il suo album di debutto “Escapizm”, prodotto da Fabio Balestrieri. Il disco vanta collaborazioni con artisti dello spessore di Phil Gould (Level 42) e del pilastro del jazz mondiale Toots Thielemans, ottenendo un ottimo riscontro dalla critica, che definisce l’album “un lavoro di spessore internazionale” (Repubblica).
Nel 2007 viene notata da Giorgia, che la definisce “una perla”, con cui incide il featuring “Vieni Fuori”, canzone inclusa nel disco “Stonata” della cantante romana. Nel 2009 Giorgia la sceglie come vocalist per il suo tour (e successivamente per quello del 2012) dichiarando: “quando intrecciamo le nostre voci mi sembra di sentire la mia raddoppiata”.
Impegnata in un’intensa attività live in tutta Europa, inizia a lavorare al suo secondo disco e nel 2013 decide di partecipare al programma di Rai Due The Voice of Italy “per gioco”. Contesa da tutti e quattro i giudici, sceglie la quasi coetanea Noemi. All’interno del programma, Diana si distingue tra tutti per le sue interpretazioni originali e per le sue doti da chitarrista, caratteristiche tutt’altro che da talent show.
Il suo secondo album “Tender Hearted”, prodotto tra l’Italia e l’Inghilterra, è in arrivo.

Sito ufficiale: http://www.dianawinterofficial.com

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