Italian Gods #7

Italian Gods #7

Achille fa il macellaio, ha il negozio a cento metri dal mio palazzo e ogni volta che vado a comprare della carne lui me ne fa assaggiare un pezzetto cruda. È il nostro gioco, il nostro piccolo segreto. Fa il macellaio da tutta la vita e da tutta la vita ha le mani sporche di sangue. Un colpo secco sul tagliere e una mano che si allunga verso di me per passarmi quel pezzo di carne rossa che ogni volta mi fa venire l’acquolina. Ha iniziato cucinando spiedini per strada, perché suo padre gli diceva che ad un bambino di sei anni non avrebbero mai fatto la multa. È la prima cosa che ha imparato della vita reale. E infatti lui di multe, in tutta la sua vita, non ne ha mai prese.

Tre spiedini per volta, mille lire. Il fuoco sempre acceso. Non si riconosceva negli altri bambini che giocavano, ma negli uomini che vendevano le caldarroste d’inverno in Via del Corso. Achille si fermava accanto a loro e chiedeva consigli per tenere il fuoco sempre vivo, per non morire di freddo. Caffè, caffè in pillole, anfetamine, una volta un tipo gli aveva regalato i suoi guanti e la sua sciarpa. Suo padre non gli aveva mai comprato un cappotto, diceva che bastavano fogli di giornale sotto i vestiti. Odiava quel lavoro, odiava dover tagliare la carne in pezzi uguali, odiava dover stare seduto tutto il giorno. “Sono cresciuto cercando un’identità in tutti quei pezzi di carne che mi passavano dalle mani. Non sapevo chi fossi e tutti gli altri bambini a scuola mi prendevano sempre in giro perché dicevano che puzzavo di maiale.”

Poi inizia a imprecare contro suo figlio, che passa tutto il giorno su Facebook. “Lo sai qual è il problema di tutti questi ragazzini? Non è che non hanno la possibilità di andare avanti, è che hanno la possibilità di tornare indietro.”

Achille smette di parlare, entra un tipo di colore, allora lui gli dice che potrebbe spacciare la sua pelle per dell’ottimo fegato di vitello, e quel tipo se ne va schifato mentre lui ride di gusto.

“Ora, dimmi. Che c’è che non va?”
Mi sento osservata da tutte le bestie nel bancone. Achille ha quello sguardo. Quello del bambino che non prendeva multe. Achille sa che vivo in uno stato di semi incoscienza dalla sera del concerto con i Placebo all’Arena di Verona. Vivere mi costa troppo, e in questi ultimi mesi non ce l’ho fatta. Devo stare continuamente da un’altra parte. Lo sa perché non lo guardo più negli occhi e parlo lentamente. Se lo ricorda quando diceva m i l l e l i r e con un tono di voce che non era il suo.

È l’ultimo giorno dell’anno, mi allunga della polpa di manzo, e mentre io sto per rispondere, lui si ferma e dice: “Ci sono cose che ci piace fare più di vivere, non c’è nulla di male in questo.” Poi punta il coltello sul tagliere, mentre ancora vibra va nel retro a prendere una busta di carne per una signora appena entrata nel negozio.

 

 

 


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alessandra pernaLuminal

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