Kula Shaker, intervista a Crispian Mills

Kula Shaker, intervista a Crispian Mills

Di Rossella Romano

I Kula Shaker sono circondati da un allure mistico e onirico, forte, fortissimo. E questo da sempre, da quando vent’anni fa pubblicavano il loro album di debutto, “K”, facendo il loro ingresso nel mondo musicale con un sound assolutamente innovativo.

Eccoli oggi, con un nuovo lavoro: “K 2.0”, che uscirà il prossimo 12 febbraio, a sei anni da “Pilgrim’s progress”

Tra psichedelia, stoner e rock ‘n’ roll, il lavoro in studio della band di Cripian Mills, è composto da 11 brani, anticipati dal singolo “Infinite sun”, un “viaggio visionario”, come lo definisce Mills.
E proprio con Crispian, frontman del gruppo, facciamo due piacevoli chiacchiere riguardo al disco in uscita, al panorama musicale odierno e ai progetti futuri.

Mi piacerebbe iniziare a parlare con te del nuovo disco partendo dal titolo, “K 2.0”, che riprende qualcosa dal vostro passato musicale e qualcosa dal nostro presente. Sembra quasi che vogliate chiudere un cerchio di questi 20 anni di Kula Shaker. E’ così?

Credo non si tratti di voler chiudere un cerchio. Simbolicamente il cerchio non ha un inizio ne una fine. Si può parlare piuttosto di una spirale, nella quale terminando una parte del ciclo continuo prosegui verso il futuro.
Come in vent’ anni di matrimonio o di relazione c’è un certa nostalgia guardando indietro, è assolutamente naturale. Ma ciò da cui provieni ha forgiato chi sei nel presente. Ritengo quindi che passato, presente e futuro siano racchiusi tutti nel momento che stiamo vivendo adesso, e penso che questa sia una dimensione di felicità e benessere per noi.

Non sei il primo che paragona un matrimonio alla vita con la band. A proposito, com’è stato ritrovarsi con gli altri membri del gruppo in studio per registrare il nuovo lavoro?

Sai, quando suoni da tanto tempo con le stesse persone sembra che non ci sia mai stata una pausa, anche se trascorriamo del tempo per conto nostro fino a quando non ci troviamo a scrivere del nuovo materiale. Abbiamo passato insieme gli anni della formazione musicale ed è sempre come tornare alle proprie radici. Una dimensione rilassante, a volte però è complicato riuscire a ritrovarsi tutti insieme nella stessa stanza, perché abbiamo tutti una nostra vita e delle famiglie. Ma quando ci concentriamo e chiudiamo la porta, senza bambini urlanti, tutto va tutto benone (ride, ndr)

Com’è nato il disco e cosa possiamo trovarci dentro?

Musicalmente penso sia un bel momento da festeggiare. Quando tracci il punto dei vent’anni di carriera va bene essere nostalgici. E’ un po’ il caso della canzone che apre il disco, “Infinite sun”, la suonavamo quando avevamo 19 anni ai festival, non la abbiamo mai sviluppata ne arrangiata per farla diventare una traccia sino ad ora. Tornare indietro e ritrovare i suoni del nostro passato, le nostre radici, è stato bellissimo. Abbiamo esplorato anche nuovi territori, e il risultato è stato assolutamente sorprendente e fantastico. Sicuramente è un disco che contiene sorprese ma anche similitudini riguardo al nostro sound più familiare.

Come mai avete deciso di estrarre dal disco “Infinite sun” come primo brano del nuovo album?

L’ordine delle tracce del disco è qualcosa che adesso potrebbe risultare obsoleto dato che, con l’avvento del download, le persone possono ascoltare i brani singoli seguendo una propria preferenza. Ma credo che ci sia una parte di fan che desidera seguire un percorso. “Infinite sun” è un’ottima apertura, suona come l’inizio di un concerto, come l’intero disco. In realtà ogni nostro disco è come se fosse un live dei Kula Shaker, pieno di richiami all’arte e al cinema.
In ‘Infine sun” c’è una forte componente narrativa, le sonorità del brano invitano a creare una visione della canzone nella propria mente, suscitando delle immagini., diverse per ognuno. Un concetto che si può definire correttamente hippie (ride ancora)

C’è un brano al quale ti senti più legato in questo disco?

Ogni canzone è come se fosse un figlio e ti ritrovi ad avere questo rapporto con loro. Ma ho un bel ricordo di “Here come my Demons” perché il titolo del brano è merito di mio figlio. Aveva tre o quattro anni e stava cantando un motivetto, mi sono avvicinato e gli ho detto “bella la tua canzone, come si intitola?”. Lui candidamente mi ha risposto “Here come my Demons”. Probabilmente stava guardando qualche libro su Medusa o su Shiva. Ho pensato che questo titolo era perfetto per un mio pezzo.

Com’è cambiata la scena musicale in questi 20 anni secondo te?

La gente fa ancora musica e non può vivere senza, ma sempre meno gente vuole pagare per ascoltarla. Sicuramente il mercato musicale è cambiato. Internet ha mutato molte cose. I computer hanno cambiato il modo di fare musica, di scriverla e registrarla. E’ l’era della tecnologia, che ha modificato tutto. Spero vivamente che non si arrivi alla dittatura della tecnologia. L’importante è saperne fare un buon uso.

Qual è il segreto di essere ancora una band unita dopo così tanto tempo?

Per noi il segreto è essere una famiglia, e la band è molto di più rispetto a quello che siamo noi individualmente. Il nostro nome è ripreso dal Re Kula Shaker, un grande saggio nell’India del nono secolo. Devoto a Krishna, un artista e una persona profonda. Quando la gente pronuncia il nome Kula Shaker non ha sempre presente cosa rappresenta per noi. E’ portatore di buona sorte, è il capo, è il nome che ci unisce come musicisti.

Sarete in Italia per due date, cosa vedremo dal vivo?

Ho rotto una costola qualche giorno fa, posso cantare ma non posso dimenarmi più di tanto. Se faccio un salto in alto, cado e non mi rialzo, sapete perché! Forse potreste vedere ambulanza e paramedici. Scherzi a parte, ascolterete una rock ‘n’ roll band suonare dando assolutamente il proprio meglio.

Come ti senti quando sei sul palco?

Il palco è il mio elemento naturale, sono totalmente a mio agio quando mi esibisco. Mi piace suonare pezzi come ‘Govinda’, canzoni misteriose e magiche che durante il concerto fanno raggiungere picchi talmente alti che si trascende il rock ‘n’ roll e si raggiunge un punto di unione col pubblico davvero speciale. Siamo fortunati perché questa magia si verifica ad ogni nostro concerto e credo sia questo il motivo che ci fa andare avanti, questa sensazione

Mi racconti com’è stato il primo concerto dei Kula Shaker?

Il primo concerto dovrebbe essere stato al Brastìon Brew Festival nel 1993. E’ stato un caso fortunato aver suonato li. Avevamo in fugone gli strumenti e avevamo notato che i Krishna che si occupavano del cibo avevano un palco per le preghiere e i mantra. Ci siamo accordati per suonare e ci hanno incoraggiati. E’ stata la prima volta che abbiamo suonato “Govinda” in pubblico, ai devoti è piaciuta molto. E’ stata una sorta di proiezione di ciò che sarebbe accaduto dopo.

Progetti futuri invece?
Suoneremo per il resto dell’anno, abbiamo da lavorare sodo per un po’ di tempo. Per quanto riguarda me, ho un altro film da girare (come regista, il primo film è del 2012, “A fantasitic fear of everything”)

Un film? Mi puoi anticipare qualcosa?
No, purtroppo, non ne posso parlare, ci sto ancora lavorando .E poi sono scaramantico.

I Kula Shaker si esibiranno dal vivo il 25 febbraio all’Alcatraz di Milano, la seconda il 26 all’Orion di Roma.



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