Kula Shaker live all’Alcatraz di Milano, recensione

Kula Shaker live all’Alcatraz di Milano, recensione

Di Rossella Romano

Londra. Siamo agli inizi dei poco patinati e molto brit anni 90. Quattro ragazzi inglesi, un po’ hippie, molto addicted alle filosofie orientali e alla psichedelia, fanno il loro ingresso nel panorama musicale, in modo parecchio dirompente. Il mantra di “Govinda” risuona presto in tutte le radio e i giovani musicisti si ritrovano ad essere protagonisti di copertine e speciali dei più blasonati magazine musicali, tra il nuovo made in England da tenere d’occhio.
Un suono innovativo si stava facendo largo a colpi di distorsioni e riff dal sapore mistico e non poteva passare inosservato.
I quattro signori di cui si sta parlando sopra sono i Kula Shaker, capitanati dal biondissimo Crispian Mills, che sono tornati con album nuovo, “K 2.0” e con un’anima che non dimentica il passato (“ciò da cui provieni ha forgiato chi sei nel presente”, mi ha detto Crispian in una recente intervista), ma che guarda certamente al futuro.

Ieri sera il gruppo inglese si è esibito sul palco dell’Alcatraz di Milano, la prima delle due date nella Penisola (questa sera saranno a Roma, ndr)
Ad aprire il live i Black Casino and The Ghost, un inizio potente e davvero molto piacevole, La band di Londra, capitanata dall’italianissima Elisa Zoot, è un preludio degno di nota a ciò che accadrà in seguito nella venue milanese.
Dopo una serie di proiezioni caleidoscopiche con i volti dei Kiss e di Kanye West (davvero complimenti ai visual artists che hanno realizzato le immagini proiettate durante tutto live, strepitose). Crispian, che sembra aver bevuto un elisir di giovinezza, e soci fanno il loro ingresso, tra un’esplosione di applausi.

Il live dei Kula Shaker è un viaggio sonoro. C’è tutto: rock ‘n’ roll, magistralmente suonato, tocchi brit, stoner e psichedelia, ogni nota sapientemente dosata.
I brani si susseguono incessanti, poche parole, molta musica.
La scaletta del concerto è perfettamente calibrate tra brani nuovi e pezzi meno recenti: “Sounds of drums”, “Gokula” e “Jerry was there”, per cominciare, con l’invocazione da parte di Crispian dello spirito del caro Jerry.

La nuovissima “Infinite sun”, onirica e surreale, fa andare in visibilio il pubblico, composto per la maggior parte da chi, ai tempi, indossava gli stessi pantaloni a righe di Mills e ne copiava il taglio di capelli.
Durante il live, Crispian snocciola qualche parola in Italiano, chiedendo conferma ai ragazzi sotto al palco, tra un accordo, un salto e un inginocchiarsi, concentratissimo, all’inizio di qualche brano

“Mystical machine gun”, “Mountain lifter”, la misticissima “Tattva” e “Into the deep”, con il suo accattivante “Fly brother fly”, avvolgono l’anima, oltre che la mente.
Boato per la cover di “Hush”, pezzo scritto da Joe South nel 1967, e conclusione magica lasciata a “Govinda”.

L’Alcatraz si svota piano piano, tanti sorrisi, tanti commenti positivi al concerto e tanti pensieri che volano in alto, molto in alto.
Cari Kula Shaker, grazie per questo viaggio, sensoriale, musicale ed anche emotivo. Di cuore.



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