The Maccabees live al Fabrique di Milano, recensione.

The Maccabees live al Fabrique di Milano, recensione.

I Maccabei, anche noti come i martellatori, erano una famiglia ebraica di ribelli che diede vita ad una potente dinastia che regnò sulla Giudea, ed è a loro che si deve la festività ebraica dell’Hannukah. Tutte queste nozioni, però, i The Maccabbes non le conoscevano nel momento in cui hanno scelto il nome per la loro band, infatti per decidere il proprio nome i componenti del gruppo hanno sfogliato una Bibbia puramente a caso, scegliendo un nome praticamente alla cieca. Nonostante la scelta dal libro sacro, nessuno dei componenti della band si professa religioso, eppure qualcosa di spirituale c’è nella loro musica, e, come ci hanno dimostrato nella loro unica data italiana del 2016, anche nei loro concerti live.

La band londinese di indie-rock si è formata ben 15 anni fa, ma è solo nel 2007 che il loro nome inizia a risuonare nei circuiti musicali, grazie all’uscita del loro primo album Colour It In. Da lì in avanti i The Maccabees non hanno mai smesso di produrre e suonare musica facendo ballare e innamorare i numerosi fan di tutto il mondo. Ed è proprio l’Italia, a detta del secondo chitarrista Felix White, il paese “straniero” nel quale si sono esibiti più spesso. Nonostante ciò, il Fabrique di Milano non si è riempito del tutto per il loro show nel bel Paese, ma questo non ha scoraggiato né i fans sfegatati né tanto meno la band, che ha suonato come se si stesse esibendo alla O2 Arena di Londra.

Vedere l’enorme Fabrique diviso a metà, come spesso accade anche al più anziano Alcatraz, fa stringere davvero il cuore, ma basta poco a far passare la tristezza per il ridimensionamento della location, basta un po’ di buona musica. Come il sound di Johnny Llloyd, il gruppo spalla che ha aperto il concerto della band londinese. Il cantante ha le sembianze di un giovane Julian Casablancas, con una ventina di chili e di anni in meno, mentre il sound della band, senza troppe pretese, riesce a riscaldare un po’ gli animi dei fan già in attesa dei The Maccabees e a far completamente riempire il mezzo locale.

Dopo il sound check, non appena si spengono le luci, non esiste più il mezzo Fabrique, non esiste più niente, se non il sound dei sei componenti sul palco e soprattutto della voce così particolare di Orlando Weeks, che cura e allo stesso tempo ferisce i cuori di chi l’ascolta. I fan sono in fermento e si inizia subito con il botto: Marks to Prove It, brano omonimo e primo singolo dell’ultimo album del gruppo, è anche la prima canzone del live italiano della band londinese. Si prosegue poi a ritroso con Feel The Follow dal terzo album e Wall of Arms dal secondo.

Il sound della band, che sfiora il blues e raggiunge picchi di progressive rock, è assolutamente unico, caratterizzato dalla presenza di ben tre chitarre, che si rincorrono e si scambiano i ruoli di principale e coriste. Felix White, che si può definire secondo chitarrista, dopo il cantante della band con il quale si contende anche titolo di frontman, è la chitarra più presente che spesso sovrasta perfino la voce. Ma sono anche queste prepotenze, questi pugni in faccia, il marchio di fabbrica dei “martellatori”.

Numerose sono le tracce più datate presenti in scaletta, mentre pochi sono i pezzi dal nuovo album, come il nuovissimo singolo Kamakura, Spit it Out, River Song, e la struggente Silence, interamente scritta e interpretata dal giovane fratello White, Hugo. Dopo questo pugno al cuore di dolcezza un boato esplode al Fabrique, il pubblico non smette di applaudire il giovane White, perché nonostante l’immensa bravura di Orlando, la sua voce tristemente dolce e un po’ impacciata ha straziato i nostri cuori. E dopo un lunghissimo, meritato applauso, rimane poco tempo per rimuginare sul brano appena ascoltato, perché è l’ora del primissimo singolo della band, X-Ray, che torna a far ballare il pubblico.

“L’ultima canzone, PER ORA” è Something Like Happiness, un altro singolo dal nuovo album, e sempre dell’ultimo album sono anche i primi due brani dell’Encore, ma a concludere questo attesissimo concerto sono stati due fra i più apprezzati e noti brani della band: Toothpaste Kisses e Pelican.

Alla fine di tutto questo una sorta di vuoto risuona nel locale, un vuoto interiore, perché i fan non la smettono di invocare la band londinese. Una sorta di promessa è stata fatta dal gruppo durante il live, la promessa di un nuovo Hannukah, che si manifesterà al prossimo live italiano, ne siamo certi.



Related Articles

Filler: tra illustrazione, punk e DIY, ecco la quinta edizione

Filler: tra illustrazione, punk e DIY, ecco la quinta edizione

Fabrizio De Andrè, l’antologia, il film: un patrimonio da restituire al futuro

Fabrizio De Andrè, l’antologia, il film: un patrimonio da restituire al futuro

St Vincent, recensione del live a Milano, 2014

Felicità e pazzia sono due sostantivi perfetti per descrivere lo stile musicale di una delle artiste più eclettiche degli ultimi

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Only registered users can comment.