Italian Gods #9

Italian Gods #9

“Cosa diresti a quel vecchio te stesso?”

“Gli direi che va tutto bene. Che hai incontrato le persone che volevi incontrare. Che il tuo sguardo è diventato più limpido. Ci hai messo un po’ a togliere quelle barriere, ma alla fine ci sei riuscito. Che hai fatto tutto quello che volevi fare. L’hai fatto a modo tuo, ma l’hai fatto, e soprattutto hai imparato che cercare è ciò che ti rende vivo, non stupido e distratto. Gli direi che la mente si può controllare e la volontà si può esercitare. Gli direi che ha fatto bene a non perdonare quelle persone dal pensiero piccolo, perché quelle persone hanno cercato di rovinare tutto. Quel pensiero t’insegna ad annullarti, ma tu non hai ceduto, e per questo gli direi che sono orgoglioso di tutte le volte che ha resistito. Gli direi che l’intimità con una persona è vitale e rinunciarci è da idioti. Gli direi che non importa se in quella stanza dove ti riposi nella tua testa c’è il divano che puzza di piscio e tutta quella polvere che ti fa venire l’orticaria negli occhi. Sono la tua stanza, il tuo divano, i tuoi occhi. E tu sai come sono fatti. Conosci ogni piega, ogni buco, ogni stortura. E allora gli direi questo: che non c’è nulla di più prezioso di quella consapevolezza. Gli direi che se cammini per la strada giusta ad un certo punto capisci che cos’è la libertà e cos’è l’amore: la libertà non serve a niente e amare significa tirare fuori la luce da una persona e poi lasciarla andare via. E allora sei pronto: per essere libero e per amare.”
Aveva dodici anni meno di me, il fisico atletico, le spalle grandi, poca peluria sul petto e un figlio già abbastanza grande da intuire il vero lavoro di suo padre. Aveva quattordici anni la prima volta che era uscito di casa nel cuore della notte per portare il pane in giro per Roma: ristoranti, bar, caffetterie. Mi è sempre piaciuto, era un bel ragazzo, dai modi ingenui e dallo sguardo gentile.  D’estate c’incontravamo sempre al sesto cancello di Ostia, al primo binario di Termini d’inverno, secondo spazio fra le colonne. Avevamo entrambi paura dei luoghi aperti, dei luoghi grandi, dei luoghi dove non ti puoi nascondere: è stata una delle prime confidenze che ci siamo fatti, quando la mescalina stava per fare effetto. Parlavamo.
Amava il mare e le stazioni più di ogni altra cosa al mondo: “non c’è nessun altro posto dove una persona può essere totalmente sincera con se stessa” diceva, poi sorrideva, poi stringeva la mano nella mia, e mi chiedeva come stavo, e quando lasciava la presa mi diceva che sarei stata meglio.

Tossì. Guardavamo il mare. Non mi accorsi della sabbia sporca di sangue.
“Sai qual è la differenza fra un disperato, un pazzo e un tossico?”
“No Cesare, non lo so.”
“Un disperato se ne va per sempre, un pazzo se ne è già andato, un tossico non può andare via.”
Restai qualche istante in silenzio. Cesare tossì ancora. Continuai, senza rispondere: “Ho questa sensazione, sempre con me. Di dover spingere. Spingere. Non riesco a smettere.” Eccolo lo spazio aperto, troppo grande, e io non potevo nascondermi.
Tossì, di nuovo. “Come un tossico.”
“Come un cannibale.”
Sorrise. “Non fa differenza.”

 

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