99 Posse, l’intervista

99 Posse, l’intervista

Di Rossella Romano

“Ce l’hai dentro e quando chiama chiama, vocazione rivoluzionaria”. Ed è proprio questa vocazione, fatta di musica, attivismo e lotta, che da ben 25 anni pulsa fortissima dentro ai 99 Posse. Una storia che parla di rabbia e di dolore, ma anche di speranza e di volontà di non soccombere, di combattere, quella del collettivo napoletano guidato, alla voce, da Luca “O Zulù” Persico, e del quale fanno attualmente parte Massimo Jovine, Marco Messina e Sacha Ricci.
I 99 Posse hanno pubblicato proprio negli scorsi giorni il loro nuovo capitolo discografico, “Il tempo, le parole, il suono”, un disco bello denso, ricco di collaborazioni (Enzo Avitabile, Mama Marjas, Lo Stato Sociale e Rocco Hunt, solo per citarne alcune) e molto intimo. “Una sorta di nostro flusso di coscienza”, mi dice Luca “O’Zulù”, che incontro al Leoncavallo, in un pomeriggio umido ma piacevole. Nel giardino del noto centro sociale milanese, “O’ Zulù” mi racconta come sono nate le tracce dell’album, del tour in essere e di questi 25 anni di evoluzione e rivoluzione del gruppo.

Prima di parlare dell’interno del disco e di cosa c’è dentro, vorrei cominciare dalla copertina. Pixel art, anni ’80 e videogame. E’ una sorta di trasposizione della realtà, che racchiude ciò che circonda in un contenitore che risulta un po’ fittizio?

Secondo me si, un po’ è questo. Poi bisognerebbe chiederlo a Totto che l’ha disegnata. Non gli abbiamo dato nessuna indicazione. Quando lavori con un artista del calibro di Totto Renna lasci che ascolti la musica e che tiri fuori una sua interpretazione. Questa cosa del viversi addosso, e anche del conviversi addosso, è un po’ il leitmotiv di tutta la nostra storia. In questo momento pubblichiamo un nuovo album ma festeggiamo anche 25 anni di attività insieme. Credo sia proprio questa l’idea che gli è ronzata in testa quando ha disegnato la copertina. Ci ha raffigurati nudi, inoltre. Ha individuato una certa intimità in molte cose che sono state scritte e l’ha voluta esprimere mettendoci nudi sopra a quel palco. Quello che viene fuori è che siamo tanti, tutti diversi gli uni dagli altri e ci viviamo addosso, gli uni sugli altri e dobbiamo farlo in modo tale che sia soddisfacente per tutti. E’ il tema principale del disco ed anche quello della canzone che dona il titolo all’album, “Il Tempo, le parole, il suono” dove si parla del mix di una canzone, dove ci sono tanti suoni, e quando li vai a mixare devi trovare il modo di dare il giusto volume, il giusto spazio a tutti gli elementi che la compongono, perché quando suoneranno insieme e avrai trovato l’equilibrio perfetto, saranno tutti valorizzati. E’ un po’ la metafora che si dovrebbe attuare in una società così complessa e in continua evoluzione, quale è quella in cui viviamo.

Volevo chiederti del titolo del disco appunto, avete scelto proprio questo brano perché rappresentativo di tutto il lavoro?

Dopo aver finito di scrivere il disco e averlo riascoltato, ci siamo accorti che abbiamo voluto concentrare la maggior parte della nostra attenzione su quello che siamo, su come ci siamo interfacciati negli anni e su come ci interfacciamo con la realtà che ci circonda, con le sconfitte, con i pareggi, con i conflitti e le contraddizioni che la vita ti porta a vivere giorno dopo giorno. Tutto questo ci sembrava ben rappresentato da “Il tempo, le parole, il suono”, che sono tre ambiti in cui pur cambiando, crescendo, e spesso anche sbigottendo il nostro pubblico, perché lo abbiamo abituato a un certo tipo di sonorità, e poi le abbiamo cambiate, e cambiate ancora, siamo però sempre riusciti a esprimere un tempo diverso, con delle parole diverse e con un suono diverso. Tre ambiti in cui siamo riusciti a esprimere il nostro essere altro e a preservarlo in qualche maniera. E’ il nostro patrimonio, tutto quello che abbiamo e che meglio ci rappresenta. Questo è un disco in cui abbiamo cercato di parlare di noi stessi, della nostra identità e di quello che proviamo, perché siamo quello che siamo proprio perché sentiamo le cose in un certo modo. Abbiamo voluto chiarire questo. Viviamo in un’era di grande confusione, dove la gente crede di appartenere a delle cose a cui non appartiene, o appartiene ad altro, e su questa confusione quelli che ne escono vincitori sono tutti quelli che vogliono che resti tutto invariato o vada a peggiorare, vorrebbero un modello di sviluppo dove il 99% si sacrifica per l’1%. Noi vorremmo il contrario.

Com’è nato il concept di questo album?

In realtà non c’è stato un concept. Avevamo pensato all’inizio di vederci per parlare un po’ di quello che volevamo tirare fuori però il giorno fissato per la riunione avevo già scritto tutto quello che dovevo scrivere. E loro avevano già suonato quasi tutto quello che dovevano suonare. Inoltre quel giorno fissato per la riunione non potevo andare, loro si trovarono ugualmente e buttarono giù un paio di idee strumentali, che mi mandarono. Io la sera stessa e io scrissi due testi completi per queste strumentali. Ed è una cosa strabiliante. Nella vita ci ho messo sempre mesi per scrivere una canzone, un parto molto doloroso, ogni singola parola doveva essere sottoposta al giudizio critico di ogni mia singola personalità che mi compone. Invece, già per gli inediti di “Curre Curre Guagliò 2.0”, misteriosamente con la nascita di mio figlio mi sono sbloccati dei canali di comunicazione. Sento l’esigenza di scrivere, anche se non ho ben chiaro di cosa. Questa accomuna gran parte dei miei colleghi ma io non l’ho mai avuta e sempre invidiata. Da tre anni e mezzo mi vivo anch’io questa necessità: come una coltellata alla stomaco. Se la sento, butto giù anche solo una parola e da lì nasce il resto. Anche per loro è stato lo stesso, erano un po’ di anni che non si vedevano per suonare (per Curre Guagliò 2.0 è stato più che altro un lavoro di remixaggio, a parte 4 inediti). Era dal 2010 che non si mettevano a suonare insieme cose nuove. A loro sono venute tutte queste melodie di getto che mi hanno stimolato questo fiume di parole. Quando poi ci siamo visti, abbiamo parlato di come rendere sotto forma di disco tutto il materiale, che era tanto: abbiamo tagliato, stravolto, smussato. Il disco è stato realizzato in pochi mesi (ottobre, novembre e dicembre 2014). Il resto del tempo lo abbiamo utilizzato per dargli un ordine, avevamo già tutto.

Si può quindi dire che è un flusso di coscienza?

Un nostro flusso di coscienza. Se vai a vedere tecnicamente il disco parla di me che lo sto scrivendo. In più punti di varie canzoni ci sono richiami alla musica, al mix (Il tempo le parole il suono), al ritornello (Tutto sembra splendere), alla penne che si muovono da sole (Vocazione rivoluzionaria). In realtà racconto me stesso in questi mesi, pregni di gioia regalatami da mio figlio piccolo e di consapevolezza dello sfacelo del mondo. Abbiamo perso tanti compagni tra il 2013 e il 2015, abbiamo avuto almeno 5/6 persone molto intime che sono venute meno per cui c’erano parecchi sentimenti contrastanti. Al centro io che devo scrivere un disco. Utilizzo questa metafora della musica per parlare di me, di quello che sono e di come lo sono diventato, di come mi gestisco questi 25 anni di musica, questi oltre 30 di attivismo, questi 45 di vita reale. Credo di avere avuto l’esigenza di fare un po’ i conti, alla fine dei quali viene fuori un quadro tutt’altro che scoraggiante. Il disco si conclude con “My way” e “Tutto sembra splendere”, due brani molto distanti tra loro, ma aggressivi e con un giudizio finale assolutamente positivo.

In questo disco infatti traspare molto la sensazione che, nonostante la realtà che ci circonda,  c’è sempre una speranza..

Più che una speranza è l’esempio dell’unica pratica che conosciamo per reagire, ovvero fare collettivo, allargare il numero delle persone coinvolte, essere inclusivi. Al contrario della società odierna, individualista. Che poi è molto simile alla società italiana degli anni 80, dal rifiuto dei quali nasce il progetto dei 99 Posse. Le due tipologie di società si assomigliano molto se non fosse che quella degli anni 80 è figlia dei 70, per cui c’era ancora quella che veniva definita coscienza di classe che oggi mi trovo a definire allo stesso modo sentendomi ancora più vecchio dei vecchi che c’erano quando ero giovane io. Ma come la vuoi definire? La coscienza di classe allora c’era, i giovani si informavano parecchio e discutevano parecchio, di loro e di ciò che li circondava. Oggi tutto questo si sta man mano perdendo ed è la consapevolezza di tale situazione che ci ha dato l’input di realizzare un disco in cui si parla di quello che sei piuttosto che di quello che vorresti essere.

Sembra quasi che i giovani di adesso si lascino vivere in un certo senso..no?

Non tutti. Ad esempio nell’album ci sono due ospiti, Lo stato Sociale e Rocco Hunt, molto diversi tra loro, ma accomunati dalla consapevolezza di avere uno strumento forte tra le mani e di volerlo utilizzare per fare qualcosa per chi ti sta attorno e non solo per te, e questo li accomuna moltissimo anche a noi. Se cerchiamo di immaginare un mondo inclusivo, aperto, non possiamo soffermarci sulle differenze musicali o culturali. Noi siamo figli degli anni 70, anche se tecnicamente degli 80. Io sono nato negli anni Settanta e anche se ero molto piccolo ricordo benissimo l’omicidio Moro ad esempio, sono figlio di un’altra società. Loro sono figli di questa società e, nonostante le grandi differenze tra le due, ci accumuna il sentire la comunità I giovani che spostiamo noi cominciano ad essere sempre più consistenti, ma i giovani che spostano Rocco e Lo Stato Socilae sono davvero tanti. Ho avuto negli scorsi sei mesi la fortuna di partecipare a un live di entrambi, sold out, e in entrambi i concerti ho sentito dire più di una cosa intelligente, ho sentito fare più di un invito alla riflessione su cose importanti. E questo mi ha rincuorato. I giovani che hanno voglia essere qualcosa di più di un individuo nella massa sono parecchi. Magari devono imparare un po’ di più a compattarsi. Noi ai tempi abbiamo creato i centri sociali, la musica antagonista per rappresentarci in una società in cui non ci identificavamo. Manca un po’ questa scossa, manca un’identità chiara, che si può definire, come noi che siamo stati definiti la generazione dei centri sociali o della “Musica Posse” (che poi non esiste come genere musicale, posse identifica una band). Non bisogna essere quindi troppo pessimisti, ma neanche troppo allegri. Una via di mezzo diciamo.

In questo disco spicca la collaborazione con Enzo Avitabile in “Vocazione Rivoluzionaria”, me ne parli?

Avevo scritto una canzone, molto breve, che ho mandato ad Enzo. Lui aveva scritto un paio di testi molto brevi che mi ha mandato a sua volta. Apparentemente avevamo scritto due cose che non parlavano dello stesso argomento. Però ho sentito che c’era qualcosa in comune. Quando ho capito di cosa aveva spinto Enzo a scrivere quei testi dopo aver letto il mio, ho intuito che mancava un ritornello. Quando ci siamo visti, la prima cosa che ci ha detto Enzo è proprio la stessa, che mancava il ritornello appunto. Abbiamo avuto una visione come se fossimo terzi, e non gli autori dei brani. Quando ci siamo visti si è riaperto il flusso di comunicazione e abbiamo sistemato la canzone, incastrando le strofe. Questo featuring è l’esempio di come la musica sia più grande di chi la porta in giro. Siamo delle antenne, captiamo e trasformiamo segnali in musica. E i segnali esistono.

Cosa mi dici della poesia “Nun è overo?” presente nella tracklist?

La poesia è una dichiarazione d’amore post mortem a Pino Daniele, Zio Pino. Esprime un sentimento che in molti a Napoli hanno provato dopo la sua morte, ovvero quella sorta di fastidio in questa quasi santificazione generale che tutti indistintamente hanno sottoscritto dopo la sua scomparsa. Quando era vivo non era così, tanti erano fortemente critici nei suoi confronti. Dopo la sua morte è stato un coro di “o mio Dio, la musica è finita”. Di fronte a questa cosa il papà di Marco, il nostro dubmaster, ha scritto questa poesia, che esprimeva esattamente quello che provavamo in quei giorni. Io l’ho recitata e a lui è piaciuta molto la mia interpretazione. I ragazzi poi ci hanno messo sotto un beat.

Si parla di una Napoli diversa in questa poesia, lontana dal classico “luogo comune”…

Si, uno si immagina che a Napoli abbiano tutti il cuore in mano, ti invitano a casa, è sempre festa e tutto il resto. Invece, scopri che esiste l’indifferenza, la cattiveria, esiste anche un altro modo di essere Napoli che la rende un po’ più simile al resto del nostro Paese.

Come mai avete scelto proprio “Combat reggae” come primo singolo”?

Perché ci piaceva assai come suonava e ci sembrava un anello di congiunzione tra quello che abbiamo sempre rappresentato e quello oggi esprimiamo con questo disco. Ci sembrava preparatorio, ci saranno altri 2 singoli a seguire. Mama Marjas, inoltre, è una sorella che abbiamo scoperto tardi e che non molliamo più, sarà presente in ogni disco. La canzone racconta della musica come elemento di salvezza, un riscatto da una realtà disegnata per te ma che a te non piace. La musica è stata salvifica per molti. Io ad esempio la politica l’ho conosciuta grazie alla musica, così è stato anche per i miei colleghi. Ma il dato strano è che non è stato il reggae a salvare la mia vita, nel mio caso si è trattato dell’heavy metal e dell’hard rock e del rock ‘n’ roll classico, dai Beatles agli Iron Maiden, passando per Suicidal Tendecies, Ramones, Bruce Springsteen e Jimi Hendrix. Massimo viene dall’hardcore/punk, Marco viene dalla psichedelia e Sasha dal jazz. Perché questo Combat reggae? Perché il reggae, più correttamente la black music, è stato il terreno comune in cui queste quattro personalità musicali differenti hanno potuto esprimersi e dare vita a un suono nuovo.

Attualmente siete in tour, cosa si vede sul palco?

Si vede quello che siamo. Del nuovo disco facciamo 9 pezzi. Ce ne sono tanti altri del passato, in tutto 27 pezzi per un’ora e quaranta di live, un esercizio atletico più che un concerto. Cerchiamo di esprimere sempre noi stessi, e lo abbiamo fatto in ogni periodo della nostra vita artistica, cercando prima di tutto di scardinare l’immagine che gli altri si sono fatti di noi, soprattutto quando l’immagine è distante da chi siamo in realtà. Con chi ci segue ormai il rapporto è talmente chiaro che è diventato inutile lavorare a smitizzare immagini precostruite, queste immagini servono a chi non ti conosce, chi ti conosce sa chi sei.

In 25 anni di carriera avete mai pensato di mollare tutto?

Si, certo. E lo abbiamo anche fatto. Nel 2001 ci siamo sciolti, anche se lo abbiamo chiamato anno sabbatico, che si è protratto sino al 2008, momento in cui ci siamo rivisti. Con i 99 eravamo arrivati ad un punto in cui non eravamo più in grado di gestire la necessità di riconoscerci in quello che facevamo, con tutto quello che ci circondava. Troppe teste, troppe opinioni diverse, il mercato era veramente all’arrembaggio. Eravamo in classifica, ci trovavamo più spesso in tv che a casa di mamma. Era un periodo complesso dove era importante avere un’unità di intenti, che purtroppo è venuta meno. Abbiamo mollato il colpo e abbiamo ripreso quando avevamo tutti gli strumenti per avere di nuovo quell’unità.

Progetti per i prossimi 25 anni?

Accompagnare Raoul (il figlio n,d,r,) nel percorso che lo porti ad essere un uomo felice. Con la musica, invece, ora siamo arrivati a 10 album dei 99 Posse (11 se si considera anche Rafaniello e Salario Garantito), direi farne altri 10. Anzi no, altri 5, un disco ogni 5 anni va.



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