Radiohead, la recensione di A Moon Shaped Pool

Radiohead, la recensione di A Moon Shaped Pool

I Radiohead sono dei figli di puttana, in senso buono, ovvio. “A Moon Shaped Pool” è un gran disco. Sono tornati e hanno sfornato un album degno di “In Rainbows” o quasi. Non è perfetto come “In Rainbows”, forse, ma certi brani riportano alla mente vecchie canzoni della band, vecchie emozioni, vecchi ricordi. È difficile oggi per noi ascoltare “Ok Computer” o “The Bends” e non ricevere un pugno allo stomaco. Ogni canzone ci restituisce quello che è stato e non sarà più. Certe canzoni ci fanno ricordare perfettamente come pensavamo e vivevamo all’epoca in cui quei brani li consumavamo. Oggi ci viene donato un altro album che si potrà benissimo ascoltare allo sfinimento per dar vita poi a nuovi ricordi. “Ful stop” e “Glass Eyes” sono due canzoni incredibili, che nessun’altra band avrebbe potuto sfornare, e la cosa vale anche per “Desert Island Disk”, “The Numbers” (il cui giro di chitarra in alcuni punti strizza l’occhio a Optimistic di Kid A), “Present Tense”, e il brano di chiusura che conosciamo tutti molto bene, “True love waits”. E questo perché? Perché Thom è tornato a suonare e a far suonare quelle dannate chitarre, anche se lievi e acustiche, che per anni si era perso per strada. Lunga vita alla chitarra, al pianoforte, al basso, e fanculo ogni tanto all’elettronica, alle dissonanze e ai cambi di nota inaspettati che ci hanno fatto divertire e gridare anche al genio, ma mai emozionare veramente. Con questo album si è tornati alla commozione. Perché l’elettronica permetterà pure di sperimentare (e non è che in queto disco sia sparita), ma a volte rimane fredda, inutile negarlo. Thom, con la sua voce e una chitarra, un basso e una batteria, ci ha fatto piangere, ha fatto canzoni che rimarranno nella storia della musica per sempre. E allora che entrino anche i violini, come in “The Numbers”, altro che batteria elettronica. Il brano di apertura, “Burn the Witch”, trae in inganno. Fa credere che sia un altro “The King of Limbs”, anche se più intenso, ma non è così. Bisogna andare avanti e arrivare alla struggente “Daydreaming” per capire che qualcosa è cambiato, anzi no, che qualcosa è tornato.
Ci vuole coraggio a mettere su un disco dei Radiohead e sentirlo tutto dall’inizio alla fine, e questo vale per il disco nuovo e anche per quelli del passato. Perché Thom il malessere, la malinconia, il disagio, te lo sbatte in faccia, lo ha sempre fatto, e non smetterà mai di farlo. Ti fa riflettere, ma soprattutto ti fa sentire, cosa che molto spesso evitiamo come la peste, così come ascoltarsi senza fuggire. Thom, con la sua musica, ci ricorda che dobbiamo vivere ma poi morire, e non possiamo far finta che non sia così. Si muore, ragazzi, e quindi la vita va vissuta, assaporata, in tutte le sue sfumature, nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore. Ascoltare un disco di Yorke è un sodalizio, un patto che si fa con lui e con la sua band. È un matrimonio che fa paura ma che in fondo si desidera. Noi abbiamo sposato i Radiohead tanti anni fa. Gli abbiamo traditi spesso, ma poi siamo sempre tornati, e mai nessuno ci ha regalato quello che ci hanno regalato loro durante vent’anni di matrimonio. Ora li sposiamo per la seconda volta, per consolidare un rapporto mai finito, inimitabile, che forse solo i Sigur Ros sono riusciti un po’ a eguagliare… ma no, forse neanche loro, alla fine. I Radiohead per noi sono importanti e insostituibili come i Pink Floyd, hanno superato pure i Nirvana, che abbiamo adorato ma smesso di ascoltare tanti anni fa. I Radiohead no, i Radiohead sono uno di quei gruppi di cui si potrebbe scegliere anche una canzone da far sentire al proprio funerale. Se doveste scegliere quale canzone sentire prima di morire, quale sarebbe? Cosa vorreste ascoltare per l’ultima volta in questa vita? Qualcuno nel mondo sceglierebbe sicuramente una canzone dei Radiohead, ci scommettiamo.
Era dai tempi di “In Rainbows” che non ci sbilanciavamo così; è che non ne hanno sbagliata una. Certo, il disco precedente a questo non era un capolavoro, “Hail To the Thief” aveva delle chicche, “Amnesiac” e “Kid A” erano stupendi, ma forse fin troppo ricercati per i nostri gusti e pure per i Radiohead stessi. Quelli sono stati esperimenti. Bisogna pur cambiare nella vita e provare cose diverse. Bè, “A Moon Shaped Pool”  è un ritorno, è una conferma, ma non una ripetizione. È come se racchiudesse qualcosa di tutti gli album precedenti dei Radiohead. C’è qualcosa di tutti i loro figli. Queste canzoni hanno i tratti somatici e caratteriali di tutti i loro antenati, si capisce e apprezza già dal primo ascolto.
Un album da godere tutto intero, tutto insieme, tutto in una volta, con coraggio, come si accetta che si nasce, si cresce, ci si sposa, si fanno figli, si muore, e che questa è la vita. Che poi chi ci dice che di là non ci sia niente e non si possa sentire almeno la musica… Quindi coraggio, ascoltate “A Moon Shaped Pool” e vivete, vivete più forte che potete, anche con la malinconia nel cuore.



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