Vhelade, l’intervista

Vhelade, l’intervista

Di Rossella Romano

Oro nero” è il titolo del nuovo singolo di Vhelade, artista poliedrica e dal carattere davvero deciso. Un brano che parla di essere liberi di viversi come si è, nel quale ognuno può trovare un significato personale e intimo, può scorgere le sfumature di se stesso e guardarsi dentro. “Ci sono tanti significati e tanti sentimenti racchiusi in questo pezzo, non mi piacere attribuire etichette”, mi racconta l’artista, che raggiungo per fare quattro chiacchiere in merito a “Oro nero”, al suo lavoro attuale e ai suoi progetti futuri. Dieci anni al fianco di Chiambretti nei suoi show televisivi e un domani tutto da scrivere.

Iniziamo subito a parlare di “Oro nero”, il tuo nuovo singolo. Com’è nato il brano e da cosa hai tratto ispirazione per scriverlo?

Mi chiedo spesso come sia nata “Oro Nero” e come nascano le canzoni. Non c’è un modo, nascono e basta. “Oro nero” non è un pezzo nato di getto, ha necessitato più fasi nella sua composizione. Inizialmente doveva partire in una maniera, poi è diventata altro. Quando mi chiedono di cosa parla il brano o quale sia il suo significato, faccio sempre fatica a dare una spiegazione, perché il pezzo assume significati molteplici a seconda di chi l’ascolta. E’ una canzone che parla della rivendicazione dell’Io ed è un brano che aiuta a mantenere salda la propria dignità, la propria anima, cercando di non scendere a compromessi nonostante la vita ci costringa a cambiare per adattarci. In tutti gli ambiti, spesso siamo obbligati a un cambiamento. Questo Oro Nero è un materiale prezioso, ancoro un po’ grezzo, che un giorno brillerà. Il nostro Io più profondo.

Ci puoi anticipare qualcosa in merito al tuo nuovo disco? Ho letto che uscirà dopo l’estate..

Esatto. Ci abbiamo messo un anno e mezzo a completarlo, anche se ci stiamo ancora lavorando. E’ un disco molto vario, passa dalla musici acustica, cantautorato, per poi sfociare nell’elettronica minimale. E’ un mix di ciò che mi piace, ho lavorato sia sulla scelta dei suoni che di un concetto portante. Ho scelto un fill rouge per quanto riguarda i testi, ma musicalmente si spazia davvero parecchio. Mi piace mischiare molto i generi per crearne di nuovi, Sono alla ricerca costante di suoni contaminati. Generi già esistenti che creano nuovi generi. Un po’ come me, che sono figlia di una sarda e un africano, una nuova razza. Cerco il nuovo anche nella mia musica

Mi hai detto che il disco è molto vario musicalmente e rispecchia i tuoi gusti in fatto di sette note. Cosa ti piace ascoltare?

Ascolto sempre musica, da quando mi sveglio a quando vado a dormire. La mattina, per iniziare la giornata, preferisco la musica classica, mi piace molto. Adoro il jazz, Ella Fitzgerald, Jaco Pastorius, Miles Davis, Thelonious Monk. Ascolto anche rap e hip hop, ma degli anni 90, e poi Stevie Wonder, Prince, Fossati, Conte. Ma il primo tra tutti, il mio preferito è sicuramente Michael Jackson.

Michael Jackson è quindi l’artista che ti ha ispirato di più musicalmente?

No. Non ho mai voluto copiare questa persona o prenderlo da esempio. Mi sono sempre sentita unica, diversa anche per le varie esperienze che ho vissuto nella mia vita sin da piccola. Ho sempre adorato Michael Jackson. Lui è una divinità, io posso ispirarmi a lui ma, Jackson è oltre. E sto cercando la mia dimensione. C’è chi ha il santino di Padre Pio o della Madonna, io ho quello di Michael. (ride, ndr)

Mi hai detto di aver avuto una vita molto variegata. Ho letto che hai vissuto all’estero e hai avuto un’esperienza circense, giusto?

Si, mia madre tanti anni fa si fidanzò con un figlio del circo, un discendente di una famiglia circense importante. Per circa quattro anni abbiamo vissuto come artisti circensi, è stata un’esperienza divertente ma anche faticosa. La vita in un circo è disciplina totale. Ho imparato a fare la trapezista e contorsionismo. Mi ha formato questa esperienza. Mi ha aiutato anche per la timidezza, ad uscire fuori.

Ho letto anche che sei stata modella…

Ho avuto un’esperienza da modella verso i 12-13 anni. Siccome negli anni 80 erano in pochi i volti misti, mi hanno scelta spesso per degli scatti pubblicitari. Ho lavorato per Benetton, Vogue e altre campagne.

E alla musica, quando ti sei avvicinata?

Sono cresciuta in una famiglia di artisti. Mio padre è musicista, mia nonna è una cantante. Credo sia stata lei a darmi il là per quanto riguarda la professione nella musica. Quando ero piccola la ascoltavo incantata cantare e mi ha sicuramento ispirato, tanto quanto Michael Jackson. La prima esperienza da professionista è stata grazie a un coro gospel americano. Ero molto giovane, avevo 15 anni ma la mia voce era già molto potente. Sono stata con loro in tour per qualche tempo, è stata una gavetta davvero importante. Grazie a questa esperienza ho capito che cantare sarebbe stata la mia vita per sempre. Di lì a quattro anni è arrivato Chiambretti e si è messo in moto tutto

Mi hai nominato Chiambretti, cosa ne pensi dei programmi musicali che ci sono in Italia, tipo i talent?

Mi hanno sempre proposto di fare dei talent show, tra X Factor, Amici e The Voice. Ho sempre rifiutato. All’inizio mi sembravano dei format strani e mi aspettavo che questo fenomeno morisse. Invece, hanno preso sempre più piede. E si era verificata la situazione in cui avrei potuto fare un disco solo se avessi aderito a quei programmi televisivi o lavorato col produttore del momento. Non c’è cultura, non c’è arte, c’è solo arrivismo. Ho iniziato ad arrabbiarmi. Non è possibile che tutta la musica attuale ruoti attorno ai talent. Non viene data l’attenzione giusta a chi studia per vent’anni e avrebbe canzoni bellissime da fare ascoltare, ma non volendo passare attraverso al talent, è destinato a rimanere nell’oblio. Anche Mogol parlava di questo impoverimento culturale e musicale del nostro Paese. Raccontava che lo fermano spesso in strada per chiedergli come mai non ci sono più le canzoni di una volta, quelle che ci fanno sognare, non ci sono più artisti. Lui risponde sempre che di artisti ce ne sono, forse anche di più, ma oggi è tutto strumentalizzato. Proprio per questo io e Fabio Merigo, mio socio e produttore, abbiamo aperto un’etichetta, siamo stanchi di tutto questo

Programmi per i prossimi 10 anni?

Mi vedo sicuramente a fare musica, non più TV, almeno non con quella modalità, è stata una bella esperienza ma il lavoro sulle cover è finito, per me è durato anche troppo. Riassumendo, come dice sempre mia nonna “Finchè Dio mi darà la vita, farò musica”, decisamente!


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