Shandon, l’intervista

Shandon, l’intervista

Di Rossella Romano

Questa intervista mi ha emozionato, molto. E di interviste varie e variegate ne ho fatte davvero parecchie. Ma quando hai la possibilità di confrontarti con chi, a sua insaputa, ha contribuito alla tua educazione musicale, è tutta un’altra storia.
Ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con Olly, mente e voce degli Shandon, tornati quest’anno con una nuova formazione (a parte Max, il sempreverde trombonista bergamasco) e un nuovo album, “Back On Board”, oltre ad uno spirito che vive e si alimenta di un’energia contagiosa e positiva. Una vera e propria rinascita.
Con Olly abbiamo parlato di questa “magia” che ha riportato in vita un progetto che scalpitava per tornare sui palchi, della nuova formazione, del disco e del panorama musicale italiano.

Vorrei iniziare subito a parlare con te del tour, dato che l’ultima volta che ci siamo visti è stato in occasione di una vostra data. Come sta andando? Quali sono le tue impressioni?

Il tour sta andando molto bene. C’è una nuova energia intorno agli Shandon un po’ per la nuova formazione, un po’ per il nuovo disco, un po’ per il ritorno. C’è entusiasmo e una grande serenità tra di noi e sul palco. Questo si riflette anche sulle persone, vedo che ritornano a vederci ed è come sancire il rapporto con chi ti segue. Una band che si gli scioglie dopo 12 e ritorna porta con sè tutti dubbi di non confermare quello che le persone si aspettano. Ci sono poi gli scettici, che pensano che la band non sia più quella di prima. Magari sono proprio loro a non avere più le orecchie per ascoltare determinate cose e si immaginano un film che non esiste più. Tutto sommato le date stanno andando benissimo e noi siamo presi bene.

Che effetto fa rivedere facce di ragazzi (ormai cresciutelli) che vi seguono da sempre accanto a volti di giovanissimi?

La cosa figa è che molti ragazzi giovani che vengono ai nostri live sono fratelli o addirittura figli dei nostri fan storici. E’ bellissimo. Quando ci parli ti dicono che hanno sentito i nostri dischi dei fratelli per una vita e ora riescono a venire ai concerti. Non c’è diverbio generazionale, dove i ragazzi si fanno problemi ad andare a vedere un live con i più giovani. E’ tutto molto amalgamato.

Rimanendo in tema di fan, mi parli del video di Landed?

Ci sono alcuni ragazzi che ci seguono che hanno realizzato una clip tagliando filmati di skate e adattandoli alla melodia di Landed. Questa è una delle manifestazioni che ci fanno capire che il pubblico ha apprezzato il disco. Ci sono stati inizialmente dei dubbiosi a riguardo. Dopo dodici anni ti aspetti un suono totalmente nuovo oppure che la band persista con il suo passato. Mi sono chiesto cosa avrei dovuto fare per soddisfare le esigenze di tutti. Quando ho iniziato a scrivere ho pensato a ciò che piace a me, che suona Shandon ma anche 2016. Alla fine sono contento che dopo un po’ sono arrivati commenti sull’album, positivi e negativi, tutti ponderati dopo l’ascolto. Critiche costruttive. E l’ho apprezzato tantissimo.

Qual è stato il motore che ti ha fatto ritornare la voglia di riprendere in mano il progetto degli Shandon e di dargli nuova vita?

Arrivo da tre anni con i SoulRockets, che mi hanno ridato molta serenità nel fare questo mestiere. Dopo 20 anni che lo fai, diventa a volte una questione puramente lavorativa e la passione ti dimentichi che ce la devi mettere. E’ frustrante vedere che, nonostante gli sforzi, devi ripartire da zero, e che devi dare l’anima per far sì che sia un lavoro vero e proprio e non un hobby. Quindi i SoulRockets mi hanno portato molta serenità sia nello scrivere che nello stare in tour. Suonando Rythm & Blues ci sono molti sorrisi e tanta voglia di stare bene sia col pubblico che con la band. Dieci anni di Shandon e dieci di The Fire mi avevano davvero messo a dura prova. Con i SoulRockets ho ritrovato quello spirito che avevo un po’ smarrito e ne sono uscite tre canzoni reggae. Le ho fatte sentire a Max, il primo trombonista degli Shandon sin dal 1994, e lui molto ingenuamente mi ha detto ‘facciamo giù gli Shandon’, col suo accento bergamasco. E io gli ho risposto che questo avrebbe voluto dire rimettere in moto una macchina lavorativa non indifferente. Lui ha controbattuto dicendomi che questa volta lo avremmo fatto col sorriso e che avrei dovuto smettere di pensare alla band come una ex che mi sta sulle palle. Lui mi ha un po’ guarito su questa ottica che avevo. Mi sono detto che però un paio di membri ‘storici’ risiedono all’estero. Quindi, dopo aver ragionato sul fatto che nei dischi non c’è mai la stessa formazione e della primissima formazione ci sono solo io, ho pensato di coinvolgere persone che stimo musicalmente e che mi gravitano intorno da anni. Come Alex, dei The Fire, che per me è un fratello musicale, ogni volta che scrivo una canzone penso alle parti di batteria come la suonerebbe lui, non volevo farmelo mancare nella nuova formazione. Con Marco e Andrea, ex chitarrista e bassista, era partita una grande apatia di dialogo già all’epoca, per cui ho scelto delle persone che mi fanno stare musicalmente bene, artisti bravi, postivi e propositivi. Mi sono circondato di gente che rema tutta dalla stessa parte. Ho dunque pensato a Willy, bassista dei Rezophonic e Figli di Madre Ignota, ottimo bassista a 360°, sa adattarsi perfettamente a ogni tipo di genere. Lo stesso vale per Massa, che si era presentato come batterista per i SoulRockets e ho scoperto che è un polistrumentista. Sapendo che è un fan dello ska, del punk e dell’hardcore era perfetto. Mi ha ridato l’entusiasmo per lo ska e lo skacore che avevo messo da parte, tra di noi c’è una bella interazione. Cercavo proprio questo, Ci sono band dove il leader trascina gli altri. Io so di esserlo, un leader, ma non lo voglio fare. Tra di noi c’è collaborazione totale.

Oltre al sorriso, sul palco si percepisce anche tanta alchimia. Ci avete dovuto lavorare su oppure è stato tutto spontaneo?

E’ tutta alchimia naturale. Abbiamo fatto solamente cinque prove di iniziare il tour, compresi i pezzi del disco. I brani li avevo registrati prima a casa mia, poi ho trovato i musicisti che sono venuti in studio e che hanno registrato le parti. Dopo queste prove non ce ne sono mai più state altre, ci vediamo direttamente sul palco. Questo porta molta freschezza ogni volta al live. Tutto molto spontaneo insomma.

Per quanto riguarda l’ultimo album invece, come sono nati i pezzi? Mi hai detto che ci hai lavorato da solo.

Come ti raccontavo, avevo scritto un paio di pezzi reggae, uno scritto con Jack, chitarrista dei SoulRockets, e un altro con Fabrizio Pollio degli Io?Drama, un grandissimo autore e cantate, Lo considero uno dei pochi cantautori del mondo indie di qualità. Non piacendomi molto il mondo dell’indie italiano, lui ne esce vincente. Ha scritto un testo per una mia canzone che mi calza totalmente a pennello, sembra scritto da me. Queste collaborazioni hanno generato l’entusiasmo per scrivere gli altri brani. In corsa sono saltate fuori le atre come ‘Skate Ska’, scritta in 3 minuti sul letto di camera mia, arrangiata con Ferdy dei Bluebeaters e in un secondo momento con Vic Ruggiero degli Slakers. C’era una grande positività che ha portato a realizzare il disco in 3 mesi.

Una sorta di Karma positivo…

Lo posso dire ad alta voce, per me aver fatto un disco in tre mesi è incredibile, di solito ci metto tre anni (ride) Canzoni uscite a tempo zero sono un miracolo. Ancora adesso quando lo ascolto sento questa energia positiva e sono contento.

Ma Tina Turner invece? Come mai la cover di ‘Proud Mary’?

Da bambino mio padre mi faceva ascoltare Ray Charles, ed è per questo che suono nei SoulRockets. Volevo fare soul,. Grazie al mio background, quando ho ripreso in mano certe sonorità coi Soulrockets, mi sono sentito talmente attaccato a questi suoni che sono saltati fuori tutti i miei idoli di infanzia come Tina Turner, Ray Charles e Otis Redding.
Tina Turner si da bambino mi avevo fatto un effetto stranissimo: sentivo in gola quello che lei cantava. Una sensazione fisica. Non lo riesco a spiegare. Provavo una grande affinità vocale. Quando ho cominciato a fare cose un po’ più punk e con la voce roca, lo associavo ancora a Tina Turner, pensavo a come avrebbe cantato lei certi pezzi. Per questo disco, quando ho proposto agli altri la cover ‘Proud Mary’ avevo un po’ il timore che potesse suonare già sentita o non in linea con il resto, il pezzo è stato interpretato in tantissime maniere. Il risultato però era una bomba e le prime volte ho visto dal vivo lo stupore delle persone che non se lo aspettavano e il piacere nell’ascoltarla allo stesso tempo. Ho cercato di dargli una grinta assolutamente punk rock. Un omaggio tutto mio. E’ ben evidente la passione che ho per lei.

In questi anni c’è qualcosa che avresti voluto fare musicalmente e non ci sei riuscito?

A dire la verità no. Musicalmente, ho fatto più o meno tutto ciò che volevo fare: sono un amante dello swing e ho fatto un disco coi GoodFellas, sono amante della musica vintage e tutt’oggi con i SoulRockets mi riesco a togliere degli sfizi, amo lo ska, il reggae, il punk e la musica alternativa e con i The Fire e gli Shandon ho coperto questa fascia di miei ascolti. Forse potrei dirti che mi sarebbe piaciuto realizzare qualcosa alla Tom Waits, uno dei miei artisti preferiti, ma lui ha un sound talmente personale che non mi sono mai permesso
Rispetto molto chi porta avanti un proprio suono e lo tutta la vita, c’è poi chi come me ha bisogno continuo di cambiamento non per noia ma perché non ce la faccio a essere una cosa sola.
Questa per me è la linfa che mi fa scrivere le canzoni, mentre pensare unidirezionale non mi fa sentire sincero.
Preferisco essere tutti i colori che voglio e non essere solo nero o bianco.
Ogni cosa che fai accontenterà tante persone ma nello stesso momento rovinerà l’ottica lasciata riguardo al disco prima, come piace a me. Mentre chi ripropone sempre lo stesso sound asseconda un filone. C’è chi lo fa con rispetto e dignità e chi segue il detto ‘squadra vincente non si cambia”. Io di cavalli vincenti non ne ho mai avuti, non ho mai avuto un disco da riproporre perché aveva ottenuto vendite stratosferiche. Per me è stata una fortuna perché così negli anni ho potuto fare quello che volevo.

Allarghiamo il discorso alla musica italiana, cosa ti piace e cosa no?

Non sopporto tutti questi piccoli finti De André che stanno uscendo da qualche anno con nomi improponibili. Mi sembra non ci sia più sincerità come poteva essere quella di Paolo Bevegnù o di artisti alternativi come Mimì dei Massimo Volume. Non sento più gente che scrive cose che mi toccano. Non vedo qualità e non mi piacciono le mode dell’indie italiano. Invece mi piacciono certi artisti che nonostante la crisi discografica, pubblicano chicche che rimangono però nell’ombra. Negli ultimi anni è imbarazzante che non si muova nulla. Ci sono musicisti come KG Man, che ha realizzato un disco in Germania con cantanti reggae famosissimi in Jamaica e negli USA e fa fatica a fare 2 date in Italia. Se lo collochi a Londra magari venderebbe 40 mila copie e farebbe un tour mondiale. Fabrizio Pollio, che scrive canzoni che fanno emozionare e fa fatica a trovare chi crede in lui. Oppure Massaroni Pianoforti, che ha vinto il Tenco ma riesce a fare pochissimi concerti. Queste cose mi fanno star male. Se devo chiamarmi “Il guado del fiume” per andare in giro e avere un riscontro, ma anche no, è assurdo. Mi devo chiamare come un gruppo progressive anni 80 per sembrare interessante? Ridicolo.

Tornando a parlare di voi, dove vi si potrà dal vivo?

Siamo il 15 luglio a Figino, il 29 a Cuneo e il 13 di agosto siamo allo Ska Motion di Termoli: ritorniamo a casa dopo 13 anni, dalla prima edizione le abbiamo fatte tutte. Per tutte le info è possibile consultare i nostri canali ufficiali

Per chiudere la nostra chiacchierata, come ti vedi tra 20 anni?

Non mi vedevo 20 anni fa, quindi ora non mi vedo. Non sono mai stato fatalista e non ho mai guardato né al passato né al futuro. Penso al mio presente. Sono stato il produttore degli ultimi 4 dischi di Pino Scotto. Ha l’età di mio padre ma mi ha dimostrato che se hai passione ed energia per scrivere un disco e suonarlo dal vivo non c’è nulla che ti fermi. Penso sarà così anche per me. Questo fuoco mi brucia dentro da quando avevo 16 anni e difficilmente si spegnerà.


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