La Frasca, un poema di Menni

La Frasca, un poema di Menni

Di: Menni

Tutto accadde davanti ad un piccolo piano di legno.
Come uno scavatore, un abbraccio di mamma, una chiave, una folata di un vento caldo che precede l’estate. Come un viandante che ti porta nella cantina della mente, dove i fili sorreggono abiti bagnati e pesanti a loro stessi, dove tappi di cera lacca, come stampi di un bacio, chiudono bottiglie impolverate dimenticate per chissà quale occasione, e dove negli angoli bui si lasciano i silenzi ad invecchiare.
Lui si sedette, chiuse gli occhi e cominciò a vedere immagini che passavano velocemente, provò d’istinto a prenderle come fossero farfalle, ma, proprio come farfalle, volavano via con i loro colori pastello, delicate quasi fossero di carta velina.
In quel tentativo di rincorrerle si trovò perduto in mezzo a quel niente che però gli faceva pressione. Un’ombra che di giorno non ti lascia mai solo, un’ombra, che con l’avanzare della sera si univa ad altre ombre fino all’arrivo della signora, la notte, che tutte le ombre porta con sé.
Avanzando, anzi brancolando come un cieco arrivò ai piedi di una collina dove una carrozza lo stava aspettando. Una carrozza trainata da un cavallo arrivata da lontano e pronta per andare (o tornare che dir si voglia) con lui, ancora lontano. Entrò, e fra panchine, ruscelli e vetrine dove il sole batteva senza curarsene molto, sopportò il peso di quella notte e del nero.
Ad un orario prestabilito la carrozza partì. Lui dormiva ancora, ma ad un sussulto si svegliò, guardò fuori e vide il mare, un mare di gente e palazzi e macchine e vie, come labirinti in cui nessuno entrava, e muri e campi arati dove uomini tiravano i buoi. I buoi ridevano e vedevano quegli uomini entrare in buchi e coprirsi di tanta terra quanti erano gli anni che si portavano addosso.
A quel punto la carrozza si fermò e lui ebbe il tempo di guardare in alto. Sentiva una musica che gli riempiva la testa, testa che nel frattempo era diventata un grande libro che il vento, avaro, sfogliava. Lui pensò e poi disse: “la vita è fatta per diventare persone”; la carrozza ripartì in quel preciso momento.
Il viaggio continuò per molto tempo senza pause.
Era mattina presto quando la carrozza si fermò e lui scese. Si chinò su una foglia e la goccia di rugiada che si era formata sopra, quasi fosse una lacrima, non riusciva a scendere. Stagnava proprio come la tentazione a cui però lui non era impermeabile, e cosi per quella lacrima fu facile superare la debole barriera della sua attenzione. Ma alla prima di una serie infinita di curve, andò a fracassarsi a lato proprio come la speranza di avere in pugno la superficie scivolosa dell’avvenire.
Cercando conforto aprì un vasetto e si mise a snocciolare ciliegie ormai sbiadite come il pensiero che l’aveva portato a mangiarle, poi il gusto pungente della grappa che si avvertiva tra i denti come uno sciame d’api, sembrava quasi che lo prendesse sotto braccio per invitarlo a ballare il valzer della resa, una danza popolare fra gli amanti del pensiero corretto.
La sera cominciò a scendere come i vortici descritti dai movimenti del ballo, schiaffi, sulle sue ore. Ansimante, tutto attorno a lui era buio, ma questo non voleva dire che non c’era niente. Dovette giocarsi così la carta dell’ultimo quarto, quella che gli permetteva di cambiare tempo e di accettare quello precedente, consapevole che ogni cosa ha la sua funzione nella strada verso l’alto.
Quella notte la passò in una casa che, come vide appena entrato, era rimasta orfana di chi
l’abitava. Le case, si sa, piangono, e tutto sembrava venir giù e ammucchiarsi ai piedi dei muri come i ceri accesi di una chiesa che lui si sentiva quasi di profanare.
Più tempo restava fra quelle stanze e più lo spirito di una vita sicuramente silenziosa e sudata sembrava invaderlo, sostenendo col suo bastone quell’animo vecchio in un corpo giovane.
Tutto era rimasto com’era, anche gli occhi severi che si sentiva puntati addosso e quel bicchiere di vino lasciato a metà come tutte quelle domande che lo assalivano: le stesse domande scritte, impresse, disegnate, cantate dagli uomini e gridate al cielo. Quelle domande che, poi, sono le lancette dell’orologio da polso del tempo.
Il mattino seguente uscì e la sua attenzione fu catturata da un forte rumore secco e da un grido che pareva provenire dal ramo più alto dell’albero che aveva di fronte. Un grido che, come una panchina sembrava aspettare il ritorno di chi è stanco. Il grido di chi è stato intrappolato come accade al cervo con la volpe, di chi ha perso il suo cuore, di chi ha le ali, ma non riesce a volare e si sente, come tutti, imprigionato nella libertà di un tempo da gestire.
Il tempo è una sala d’attesa nella stazione della storia. Tempo, che continua inesorabile appeso ad un ramo, si dondola su un filo come fosse un’amaca, sotto la luce di un lampione che illumina solo le cose veramente importanti: per la storia gli uomini, per il tempo sicuramente la strada.
E cosi anche il suo tempo doveva continuare, e se ne andò verso la carrozza rincuorato dal quel grido che, pacifico, gridando aspettava.
Una notte in cui dormire gli riusciva difficile, cominciò a pensare ai ricordi e al loro senso.
Ricordi, quella ragnatela di connessioni che fanno rivivere un momento come se stesse succedendo lì, mentre tu ti giri e rigiri nel letto, ma indubbiamente sei intrappolato e finirai dove tutte le trappole portano: ad una notte insonne, a un giorno dove il sole ti acceca anche se non lo guardi, e dove il freddo è un filo che ti entra nelle ossa.
Lui quel filo lo sentiva, se lo vedeva addosso, appiccicoso come l’aria pesante di una giornata pesante di un pranzo altrettanto pesante. Si alzò, attraverso uno scorcio vide fuori, era giunto ormai quel momento dove notte e giorno non si distinguono più, e pensò che presto o tardi tutto sarebbe finito e sarebbe iniziato sicuramente qualcosa di nuovo. Ecco, lui ci pensò e si diede una pacca sulla spalla, ma quel ricordo non lo abbandonò e come un francobollo attaccato con lo sputo alla cartolina, lo accompagnava ancora in quel suo viaggio.
Il tempo era giunto ed il cavallo fermò la carrozza al lato della strada, vicino al benzinaio. Lui scese e la carrozza ripartì.
Attraversò svelto la strada ed arrivato davanti alla porta della casa si fermò sulla soglia del suo dolore, uno scalino basso che però gli sembrava una montagna, con coraggio entrò e vide la sfoglia sulla tavola e le mani sul mattarello che la tiravano. Vedendo quelle mani callose, sintomo d’insistenza, pensò al mattarello, alla malattia del tempo che ci tira, che ci fa prendere forme e spessori diversi  e ci ricorda che veniamo tutti da quella pasta, che siamo quella pasta arricchita da curiosità ed esperienza; strumenti questi indispensabili per avere la possibilità di scolpire il marmo impassibile della convinzione e di ponderare cosi la verità.
Quella mano lo strinse forte, poi lui con lo stesso coraggio di prima uscì, prese una frasca, e la piantò.

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Uscirà il 21 settembre edito da ‘La Clinica Dischi’, il nuovo disco di “Menni” dal titolo ‘La Frasca’.

FaceBook: https://www.facebook.com/lmenni
SoundCloud: https://soundcloud.com/luca-menni


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