The Beatles, Eight Days A Week, il tour eterno

The Beatles, Eight Days A Week, il tour eterno

Nel romanzo di fantascienza Guerra Eterna, di Joe Haldeman, del 1974, si racconta della guerra, che si sviluppa lungo un arco temporale lungo millenni, tra l’umanità e una civiltà aliena. Grazie alla velocità prossima a quella della luce impiegata per i loro spostamenti nello spazio,  per l’effetto relativistico, che comporta un dilatamento temporale, i soldati invecchiano di pochissimi mesi mentre sono in missione, e sulla terra passano invece intere generazioni.

Quando John Lennon racconta di come si sentissero, uno per l’altro, i membri dei Beatles verso la metà del ’65, quando non facevano che esibirsi sui palchi e negli stadi del mondo intero, fino a venticinque date in un mese, sempre in viaggio e costretti a scimmiottare se stessi, la sensazione che si avverte è quella di un quartetto di individui che lentamente perde il contatto con il mondo, come i soldati spaziali di Haldeman. Lennon dice che l’unico momento in cui erano musicisti e non gli animali di un circo, era quando si prendevano una pausa dall’estenuante tour eterno e si riunivano in studio a comporre e a confrontarsi. I quattro fratelli sodali, vestiti per volontà del loro manager come pupazzi, tutti uguali, in modo da apparire come un individuo unico, erano chiamati a ripetersi a oltranza sul palco, ammiccando e scuotendo i capelli. Non era chiesto loro niente di più e niente di meno. Certo, all’inizio tutti e quattro erano convinti di gestire questa macchina gigantesca da soli, a suon di battute salaci ai giornalisti e infantili trasgressioni per gli adolescenti che si riconoscevano in loro. Sembrava tutto facile e divertente. Quelli erano però anche gli anni di una delle trasformazioni sociali più convulse della storia recente, e Ron Howard, nel suo film The Beatles, Eight days a week, non manca di ricordarcelo, attraverso un racconto asciutto, fatto di immagini di repertorio, alcune inedite, e di resoconti di alcuni testimoni -come Whoopi Goldberg, Richard Lester, Elvis Costello o Sigourney Weaver- che mescola le immagini del mondo a quelle dei Beatles, tralasciando, buon per noi, il periodo della loro formazione, delle storie di ciascun componente, dei litigi e della separazione, risparmiandoci la solita dose di agiografia.

beatles_3_20160805_1525706705Paradossalmente i Beatles hanno contributo all’emancipazione culturale di un’intera generazione di adolescenti al grido liberatorio di scemenze come “lei ti ama, sì, sì, sì…”. I ragazzini si staccavano così dalle pesanti e oppressive imposizioni dei loro padri; la civiltà borghese stava per fare i conti con se stessa e i quattro ragazzi di Liverpool sembravano essere proprio quel che serviva per dar fuoco definitivamente a questa polveriera. È impossibile rispondere alle domande perché proprio loro e perché proprio così, perché non altri apparentemente più qualificati. Ma dev’essere stato quel connubio di facce pulite, ragazzi comuni dal fare spigliato, che non si facevano mettere i piedi in testa da nessuno, di una rimarchevole capacità compositiva, freschezza e voci dall’impasto perfetto. Musica che non si era sentita ancora, o meglio: non ancora fatta così. Ingenua e smaliziata, di una semplicità disarmante, quanto sarebbe bastato per far dire ai figli che i genitori non avrebbero potuto capire, che apparteneva solo a loro, che era finalmente qualcosa che divideva in maniera certa le due generazioni, e le avrebbe spaccate per sempre. Comunque: ad ogni passaggio, ad ogni ritorno sulla terra, il tempo passava più in fretta di quanto la band riuscisse a viverlo. “Io penso a lei, ma lei pensa solo a lui…” cantano, e intanto muore assassinato John Kennedy, si inasprisce la questione delle segregazioni razziali, la guerra fredda rischia di trasformarsi in una guerra vera, nasce l’OLP, viene incarcerato Mandela e i Beatles continuano imperterriti a cantare per quei ragazzini e quelle ragazzine che nel frattempo però hanno cominciato guardarsi intorno con occhi diversi, senza filtri sociali, a rischiare in prima persona, a rivendicare e a gridare a squarciagola per ciò che amano e quindi anche contro ciò che odiano. Arriva il momento chiave: John fa quella memorabile sparata sulla maggiore importanza che hanno ormai i Beatles rispetto a Gesù. È costretto a scusarsi pubblicamente, ma non sembra rendersi pienamente conto della portata di quell’affermazione. L’America puritana, che fino a quel momento li teneva in palmo di mano, sembra voltar loro le spalle. Hanno tutti bisogno di una pausa. Di riallinearsi al proprio tempo, al mondo che corre ad una velocità diversa.

“Aiuto, ho bisogno di qualcuno, aiuto…” È la metà del 1965 e questo è il primo, disperato, apparentemente scanzonato, grido di aiuto che John e i suoi amici lanciano al mondo che sta andando da un’altra parte. Sì, certo, sono sempre primi in classifica, ma lo sentono il peso, capiscono che è il momento di sbarazzarsi di qualcosa, che così non basta, devono crescere, come il loro pubblico sta facendo ormai. Arriva la prima vera pausa per loro. Lentamente, dopo aver esaurito tutti gli impegni concertistici, smettono di farsi vedere in pubblico. Tre lunghi mesi di stop a riflettere su tutto quello che si sono persi per strada, e poi Revolver e infine Rubber Soul. Vengono invitati nel 1967 da John Phillips a partecipare al Festival di Monterey, il primo grande raduno della musica rock, l’evento apicale della Summer of love, ma rifiutano. Mandano un foglietto disegnato, tanto colorato quanto laconico, con i loro auguri per una buona riuscita dell’evento e basta. Nel ’67 non vorrebbero nemmeno più essere i Beatles, si ribattezzano “La banda del club dei cuori solitari del sergente Pepper” e sfornano il disco che Howard tiene a ricordarci essere stato incoronato dalla rivista Rolling Stone come il più importante della musica leggera di sempre. Quel che è importante è che abbiano partorito suoni insospettabili e che il loro persistere in studio di registrazione li abbia, curiosamente, riavvicinati al mondo. George Martin ci ricorda che quel disco era insuonabile dal vivo, ma la sperimentazione sonora dei Beatles in quegli anni non si arresta (si pensi alla rarissima Carnival of light), e culminerà con i deliri psichedelici di Revolution n. 9. Sarà questo nuovo spirito creativo il più aderente, in termini di rottura e ricerca di orizzonti inesplorati, a quello di quel 1968 che spazzerà via tutto per sempre. E alla fine anche loro. Ah, dimenticavo: la famosa performance sul tetto, emblematicamente conclusiva, sembra proprio significare questo. Non credo che ci sia posto più inadatto per esibirsi dal vivo. Nessuno riesce a vederti, a mala pena a sentirti. Sembra essere la grottesca provocazione finale a una società che in fin dei conti, per come pare volerci dire Howard, li ha sfruttati semplicemente perché erano i ragazzi giusti al momento giusto. Finché servivano. Ma se ha ragione Haldeman, prima o dopo torneranno. Per loro sarà passato solo un paio di giorni e per noi un’altra generazione. Chissà cosa troveranno…

[ot-video type=”youtube” url=”https://www.youtube.com/watch?v=Mj0KLrrl2rs”]

Dal regista premio Oscar Ron Howard, un film evento sui quattro ragazzi di Liverpool che hanno conquistato il mondo. Il racconto delle imprese live della band dai primi giorni ai concerti che hanno fatto la storia della musica, dai tempi del Cavern Club di Liverpool fino allo storico Candlestick Park di San Francisco. La storia di come John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr si sono uniti diventando quel fenomeno straordinario che tutti conosciamo come “I Beatles.” Un racconto costituito da preziosi filmati rari e inediti, che esplora il dietro le quinte della band, il modo in cui prendevano le decisioni, creavano la loro musica e costruivano insieme la loro carriera e mostra l’incredibile personalità e lo straordinario dono musicale che caratterizzavano ciascuno di loro.

E per la prima volta, 30 minuti esclusivi della storica performance allo Shea Stadium il 15 agosto del 1965, in quello che fu il primo concerto rock di fronte a più di 55.000 persone.

Al cinema solo dal 15 al 21 settembre

CAST TECNICO
REGIA
RON HOWARD
SCENEGGIATURA
MARK MONROE
MONTAGGIO
PAUL CROWDER
PRODOTTO DA
NIGEL SINCLAIR
SCOTT PASCUCCI
BRIAN GRAZER
RON HOWARD
PRODUTTORI ESECUTIVI
JEFF JONES
JONATHAN CLYDE
MICHAEL ROSENBERG
GUY EAST
NICHOLAS FERRALL
MARK MONROE
PAUL CROWDER
CO-PRODUTTORI
MATTHEW
WHITE
STUART SAMUELS
BRUCE HIGHAM
PRODUTTORE MUSICALE
GILES MARTIN
CO-PRODUTTORI ESECUTIVI
JEANNE ELFANT FESTA
CASSIDY HARTMANN
PRODUTTORE ESECUTIVO
PER STUDIOCANAL
RON HALPERN
INTERVISTATI
in ordine di a pparizione
Richard Curtis
Eddie Izzard
Whoopi Goldberg
Elvis Costello
Richard Lester
Malcolm Gladwell
Larry Kane
Sigourney Weaver
Dottoressa Kitty Oliver
Howard Goodall
Jon Savage
Ed Freeman

Tags assigned to this article:
Eight Days A Weekrecensionethe Beatles

Related Articles

Gianna Nannini, foto report al Mediolanum Forum – 13-4-2018

Gianna Nannini fa tappa il 13 Aprile al Mediolanum Forum di Assago a Milano. Dopo il grande successo delle quattro

Primo maggio, volevo stare zitto ma poi…

A Roma ballavano con i soldi dell’Eni. A Taranto ballavano protestando contro l’Eni. A Milano protestavano contro EXPO, oggi qualcuno

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Only registered users can comment.