Shandon ,‘Brandelli d’Italia Vol 1’: l’intervista

Shandon ,‘Brandelli d’Italia Vol 1’: l’intervista

Di Rossella Romano

Amare uno o più generi musicali con l’anima, ma soprattutto con tantissimo cuore, vuol dire conoscerne le radici, vuol dire andare fondo cercando e scoprendo chi ha reso tali sonorità musica celestiale per le proprie orecchie. Il punk, lo ska e l’hardcore hanno sempre fatto pensare ad un immaginario piuttosto anglosassone o statunitense, e sono stati riposti spesso in quel contenitore chiamato, “nicchia”, che li ha resi tanto speciali quanto fruiti da un numero abbastanza ristretto di individui. Lo dico da amante e molto appassionata di questi generi, lo dico da fanatica di punk e hardcore, lo dico da frequentatrice di concerti che hanno visto tra il pubblico 10 al massimo 15 persone, tra amici dei gruppi e band medesime.
Gli Shandon hanno fatto un gran bel lavoro di riscoperta, ricerca e di nuova luce di un notevole patrimonio punk ska – core della nostra Penisola. Il tutto è racchiuso in ‘Brandelli D’Italia Vol 1’, un EP che contiene sei tracce di gruppi storici della scena, riproposti dalla band di Olly Riva con la partecipazione di chi questi brani li ha scritti e cantati. Si parla di Senza Benza, Kina, Skiantos, Ritmo Tribale, Search e Casino Royale.
Tra ricordi, memorabilia e racconti, ho fatto quattro chiacchiere con Olly, voce degli Shandon, riguardo questo progetto e ai suoi protagonisti.

Parto subito col chiederti, com’è nata l’idea di ‘Brandelli D’Italia’?

E’ nato tutto in maniera molto naturale. Eravamo in giro a suonare con gli Shandon dopo tanti anni e ci siamo ritrovati a parlare con fan o fratelli più piccoli di fan che ci seguiva vent’anni fa, o addirittura figli (il che ci ha fatto sentire vecchi, ride), e ci trattavano come se fossimo dei veterani di guerra di una scena, come io posso considerare i Dead Kennedys per dirti. Questa cosa ci fa piacere da una parte, ma dall’altra ci fa molto strano. Ho chiesto ad alcuni di loro se avevano mai sentito i Negazione, i Kina, gli Indigesti e mi sono reso conto che ciò che davo per scontato non lo era affatto. Gruppi che in Italia hanno fatto la differenza sono entrati nel dimenticatoio, e non solamente per quanto riguarda le nuove generazioni. Ad esempio parlavo con un fan dei Casino Royale che non aveva idea del loro passato ska, e ti racconto di un ragazzo di 35 anni. Mi sono accorto, quindi, di un antro in cui sono gruppi importanti per il nostro Paese, i quali partendo da zero sono riusciti a fare grandi cose senza aiuti di etichette, senza contratti e senza sostegno economico da parte di terzi, cose che ruotano attorno alla musica quando ci sono i soldi e persone che aprono le porte. Vedere come un gruppo di Latina, come i Senza Benza, che riesce a fare un disco con i Ramones, è un miracolo. Come nel mio piccolo ho suonato con gli Offspring, con Iggy Pop o Alice Cooper negli anni, un fatto straordinario se pensi che nessuno ci ha dato una mano.
Così ho deciso di tramandare ( o di far conoscere nel caso in cui non lo fossero), proprio questi gruppi che hanno fatto la differenza. Confrontandomi con gli altri, abbiamo tirato fuori alcuni nomi che hanno contribuito al suono degli Shandon e che sono stati un esempio da seguire.
Ti parlo ad esempio dei Ritmo Tribale, ci siamo chiesti come abbiano fatto a d essere una band trasversale, in pieno periodo di nicchie, dove c’erano dark, punk e metallari. Loro erano per più palati, cosa impensabile dato che se appartenevi ad una scena non potevi ascoltare altro se non quel genere musicale che la caratterizzava. Abbiamo quindi rispolverato delle band che hanno fatto passi da gigante costruendosi le cose con le proprie forze. Soprattutto in questo periodo Xfactoriano è giusto sapere che c’è stato chi si è sporcato le mani per la propria musica.

Come sono stati scelti i brani della tracklist di questo EP?

Fondamentalmente siamo partiti dalle cose che si ascoltavano in furgone con gli Shandon agli inizi. Ci siamo anche focalizzati sui gruppi che hanno fatto la storia del genere che suoniamo noi, quindi Search, Casino Royale, Senza Benza. Sono stati gruppi che hanno permesso di far pensare agli ascoltatori che il punk, lo ska e l’hardcore sono generi che possono essere realizzati anche in Italia.

C’è un pezzo a cui ti senti legato tra quelli scelti? Se si perché?

Ti direi tutti, ma se devo scegliere dico “Eptadone” degli Skiantos, per l’amicizia che mi legava a Freak Antoni. Quello con Freak è il più ‘emo’ di tutti come ricordo, perché è diventato un amico di famiglia, dopo averlo presentato ai miei genitori. Passava il weekend a casa loro per staccare dai concerti. Era diventato familiare vederlo in giro. L’ho conosciuto meglio quando ho prodotto il disco dei Pay e in un secondo momento quando ho formato la Punk Crew, è stato il primo a dirmi di sì, e avrebbe potuto rifiutare, dato il suo status dell’epoca. Con lui ho sicuramente il ricordo più emozionante.

Com’è andata con le band quando hai proposto loro il progetto ‘Brandelli D’Italia’?

Fortunatamente la maggior parte di loro li conoscevo o li avevo già incrociati, come nel caso dei Kina, con cui ho suonato 20 anni fa. La figata è che chi ha vissuto quel periodo sa che la musica viene presa come qualcosa che serve ad unire le persone, non a dividerle, anche se all’epoca le nicchie erano a dir poco dittatoriali. Potevi vedere una band che dava consigli su locali e aiuto per suonare in giro, tutti questi scambi stavano contribuendo a costruire una scena. Per cui, quando li ho chiamati non avevo dubbi che avrebbero fatto parte del progetto con entusiasmo. L’attitudine è rimasta e con mio grande piacere ho scoperto che non è cambiato nulla. E’ stato emozionante avere tutti questi sì.

Ho notato che questo EP è stato apprezzato anche da chi la scena punk hardcore e ska non l’ha vissuta più di tanto, e lo trovo fantastico. E’ un modo per far conoscere queste meraviglie ai più?

Ho avuto anch’io la stessa sensazione. Un po’ credo sia dovuto al fatto che sono distaccato dalla tecnologia moderna, non sono particolarmente social. Mi hanno stressato dicendomi che dovevo adeguarmi ai tempi, perché sono un topo da studio e penso che la musica vada fatta li. Ma i tempi sono cambiati e mi sono dovuto un po’ adeguare. Inizialmente, volevo scrivere due righe all’interno del disco per ogni canzone per far notare che questo progetto era di cuore, ma dopo tutto quello che mi era stato detto mi sono domandato se sarebbero mai state lette. Allora, mi è venuta in mente l’idea di realizzare dei video (tutti visibili sui canali ufficiali degli Shandon, NDR). Siccome la clip di ‘Skate Ska’ l’abbiamo realizzata in due col telefonino, ho pensato di usare la stessa modalità per fare delle interviste e delle auto interviste da diffondere in Rete per spiegare il progetto. Così, persone che col punk non c’entrano nulla, hanno apprezzato molto, cogliendo la semplicità e la serenità delle mie parole, come quelle degli ospiti. E ha funzionato.

La genuinità è stata sicuramente apprezzata. Io però ti devo ringraziare, perché band come i Kina, che io conosco perché fanatica del genere, sono davvero da conoscere per la storia dell’hardcore italiano e grazie a questo progetto finalmente lo potranno essere. La sera della presentazione dell’EP ho avuto il piacere di parlare con Sergio, batterista dei Kina, e per me è stata un’emozione trovarlo tanto contento.

E ti dirò che era anche gasato di avere un microfono in mano e cantare in prima linea sul palco (sorride).

Facendo un po’ di memorabilia, qual è stata la scintilla che ti ha fatto scattare l’amore per il punk, lo ska e l’hardcore?

Quando ero alle medie, i ragazzini ascoltavano i primi U2. Il primo Bon Jovi, o chi aveva visto i Cure al Festivalbar seguiva il dark, ma nulla di più. Quando mi sono iscritto alla scuola d’arte, un misto tra grafica e liceo artistico, ho conosciuto ragazzi di Milano e di Monza che mi hanno fatto scoprire i Suicidal Tendencies e i Metallica, ma anche i Negazione e gli Indigesti. Alioscia dei Casino Royale aveva frequentato la mia stessa scuola. Ho iniziato poi ad andare in skate e ho conosciuto meglio la scena, ho cominciato a frequentare lo Zabriskie (noto negozio di dischi di Milano), parliamo del 1989. In Brianza oltre al rock non c’era molto altro, devo ringraziare la scuola che ho frequentato

Ti ricordi il primo concerto a cui sei stato?

Il primo non era proprio un live punk, avevo 16 anni e sono andato a sentire al Bloom di Mezzago i Mordred, un gruppo funk metal, i fratellini piccoli dei Faith No More che poi non hanno fatto successo. Era una notte di Halloween e il cantante era indemoniato, mi ricordo di essere stato travolto da tutto ciò.

Il disco del cuore, che ti ha cambiato la vita?

Sicuramente Generator dei Bad Religion. Ero molto spesso a casa di un ragazzo che poi è diventato batterista dei Crummy Stuff, Tiziano, che lavora anche al Lo-Fi. Ci frequentiamo da quando lui aveva 22 anni e io 16. Mi ha passato tutti quei dischi che non trovavo, tipo Nirvana e Down By Law. Un giorno mi dice che al Rolling Stone avrebbe suonato un gruppo punk, io mi aspettavo gli Exploited, per me il punk significava cresta, Invece mi trovo questi che erano vestiti in maniera normalissima. A fine concerto avevo ancora le loro melodie in mente. Il giorno dopo da Zabriskie ho comprato tutti i loro dischi e per quattro anni ho ascoltato solo i Bad Religion e nient’altro. Ero ossessionato.

C’è da dire che loro hanno una marcia in più ancora adesso. Loro, come i Descendents…

Pensa che con i Descendents abbiamo avuto anche un trascorso. Gli Shandon dovevano suonare con loro in un locale in provincia di Varese (anno 1997) e quando siamo arrivati non c’era fisicamente posto per un’altra band sul palco. Loro per scusarsi hanno suonato con le nostre magliette sia quel giorno che il giorno dopo a Biella. Erano uscite anche delle foto su Rumore che testimoniano la cosa, bellissimo.

Tornando a parlare del disco, Vol 1 lascia intendere che ci sarà anche un 2 e così via..
Abbiamo fatto un po’ come le serie Tv per lasciare la suspance, per vedere se piaceva o meno questo progetto. Capitoli dove fai un po’ di cultura perché tramandi e un po’ fai il tuo piacere personale.

Porterete in giro dal vivo i pezzi di ‘Brandelli D’Italia’, dopo la presentazione all’Alcatraz di Milano?

Si, siamo nell’ottica che questi brani dovranno essere in scaletta per tutto l’inverno. Abbiamo due date in Sardegna, due in Veneto, ci sono un po’ di cose in ballo, stiamo portando la band nelle città in cui non siamo ancora riusciti a suonare in questa nuova formazione.

Per chiudere, abbiamo parlato di storia e diffusione di una bella scena punk ska hardcore italica. Tre dischi da avere assolutamente?

Sicuramente il primo disco dei Casino Royale prodotto dalla Vox Pop, ‘Rien va plus’, non c’è un brano che riesci a saltare, ha ancora oggi un potere come un disco degli Specials o dei Madness. Per chi ama il genere o non lo conosce, e per assurdo per chi si è affezionato a gruppi brit come i Bloc Party, che hanno contaminazioni piuttosto ska. I Casino Royale lo facevano già nell’87/88.
“Gigius”, il secondo lavoro dei Senza Benza, il loro album più caratteristico.
“Monotono” degli Skiantos, il secondo dopo ‘Inascoltabile’ (che era veramente inascoltabile, cacofonia pura). Questo disco non ha una canzone brutta, era una bomba atomica quando è uscito, diverso da tutto. Per farti un esempio attuale, un po’ come se Skrillex andasse a Sanremo.



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