Ontologia pulp

Ontologia pulp

Di: FRΔCTΔE

C’è Beethoven nel suo salotto pieno di persone falZe che odia davvero col cuore, sono tutte lì a casa del Maestro diventato sordo da qualche tempo a fare pr stile apericena in San Salvario. Ludwig sta seduto al pianoforte, con la destra suona una manciata di note che stanno in quattro dita, diventerà la melodia più importante della storia, con la sinistra invece picchia violentemente i tasti bassi in modo da produrre dei suoni insopportabili per i suoi disprezzati ospiti e anche per evitare che quegli stronzi che ci sentono gli rubino le idee e le usino nelle loro musichette da messa della domenica. Amen.
Insomma il nostro amico Ludwig non sente ‘na mazza eppure ha appena composto quello che tutti conosciamo come l’Inno alla gioia, tema più volte ripreso nel quarto movimento della Nona, la sinfonia più famosa del mondo.
Io invece me ne sto dentro la mia Panda gialla a benzina verde che quando piove troppo negli ingranaggi della centralina inizia ad impazzire e si accendono spie a caso sul cruscotto tipo luci in discoteca, penso a Beethoven.
Mi chiedo in che modo esista la Nona, dov’è?? E’ scritta su uno spartito? C’è perché gli altri l’hanno sentita? O esiste solo perché il Maestro l’ha pensata? Mi sembrano tutte risposte insoddisfacenti e la plastica appiccicosa del volante umido non mi aiuta a srotolare il groviglio. L’ipotesi spartito in fondo mi pare la traduzione in un codice condiviso di un pensiero, storie di semiotica, la eliminerei. Il fatto che gli altri l’abbiano sentita non mi pare così rilevante dal momento che il suo autore è sordo come ‘na campana o che un qualunque sordo che nel suo cervello conosca le altezze unite ai timbri dei suoni e sappia leggere uno spartito potrebbe apprezzarla; eppure esisterebbe la musica senza le vibrazioni dell’aria che entrano in contatto con il timpano nell’orecchio? Questa domanda preclude specularmente anche l’ultima opzione delle tre.
Sono confuso e la pioggia filtra anche dal finestrino, decido di dirigermi a un festival di musica elettronica dove suona un progetto che adoro: gli Autechre, un duo che fa glitch/ noise, ovvero genera una “musica” attraverso l’utilizzo di rumori manipolandoli. Sono esaltato, ma il mio vicino in botta di MDMA commenta ad alta voce che “stammerda non è musica” e non vede l’ora che finiscano per scatenarsi col prossimo dj. Mi metto nei suoi panni: i rumori che genera un cantiere non sono considerati un’opera d’arte mentre i nostri Autechre che stanno per finire il loro set davanti a un pubblico un po’ interdetto sono considerati fra i più grandi esponenti dell’elettronica sperimentale. Torno in macchina, i tappetini della Panda puzzano di muffa, penso che dovrei cambiarli e che andando più a fondo della questione effettivamente per gli Autechre non varrebbe la terza opzione di Beethoven sul pensiero, infatti la loro opera d’arte esiste perché è essa stessa suono e dalla sua materialità si genera mentre la Nona di Beethoven continuerebbe ad esistere anche se nessuna orchestra la suonasse mai più.
Dare definizioni ontologiche allora diventa un’impresa hard, sia per la natura delle opere d’arte che hanno delle proprietà in più rispetto alle cose materiali che non lo sono sia perché nell’ambito specifico della musica i confini entro cui possiamo parlare delle modalità di esistenza di una composizione sono liquidi (come gli ingranaggi della Panda sotto la pioggia).
Eppure qualcosa di certo c’è, esiste. Quella tensione comunicativa primordiale della musica c’è perché la senti nelle viscere, è pre-linguistica e irrazionale. È vibrazione e pulsione. Beethoven secondo me lo sapeva e la sentiva anche se non udiva. Mi chiedo invece se il caro Ludwig avrebbe tollerato per più di 3 secondi il suono del mio tergicristallo posteriore a cui è partito il gommino e striscia sul vetro producendo uno stridio a metà fra teen a un concerto di Justin Bieber e il lamento di un girone infernale, magari domani lo campiono e lo faccio diventare un’opera d’arte.

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FR∆CT∆E è un ragazzo con un computer e un microfono.
FR∆CT∆E sono i teoremi della scrittura pop uniti agli algoritmi della musica elettronica.
FR∆CT∆E è un tatuaggio geometrico sul braccio che si ripete in loop come un beat di batteria, come le facciate di certi palazzi di periferia a Torino, la sua città.
FR∆CT∆E sono frammenti di tempo, quelli di un sample campionato da un vecchio disco o quelli in cui si prova un’emozione autentica veloci come il bagliore di una strobo.
FR∆CT∆E sono canzoni nate nella bocca dello stomaco, le quattro del mattino in autostrada, cassa e clap, poesie scritte sui muri con lo spray, una ragazza che balla sul tetto di un palazzo cappuccio in testa e sneakers ai piedi, le insegne intermittenti che tagliano il buio, una partita di calcio in un parcheggio deserto,
suoni morbidi e suoni distorti dai venti ai ventimila Hertz.
FR∆CT∆E è il nuovo progetto artistico di Paolo Caruccio, voce, autore e producer.
Polistrumentista e appassionato di ogni forma di creatività, ha collaborato con numerosi progetti artistici soprattutto musicali; ha tenuto concerti in tutta Italia e all’estero calcando palchi di club come Hiroshima Mon Amour, Nuvolari, Lattepiù, Rock’n’Roll, Contestaccio, dividendo il palco con molti artisti e aprendo anche live di Smashing Pumpkins, A Place To Bury Strangers, Giardini Di Mirò, Cor Veleno. Ha suonato in numerosi festival, rassegne e concorsi musicali tra cui Spaziale Festival, A Night Like This Festival, Colonia Sonora, Area Sanremo, Rock In Roma; ha scritto musiche e sonorizzazioni per spot pubblicitari e cortometraggi
collaborando fra gli altri con il Csc (Centro Sperimentale di Cinematografia) di Torino; lavora come produttore artistico e arrangiatore in sinergia con lo storico Transeuropa Studio.

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