C’era una volta un piccolo quartetto: storia breve

C’era una volta un piccolo quartetto: storia breve

Di: Massimiliano Zatini

Sono entrato la prima volta in quella stanza alla fine del 1982 per allestirla per un Ultimo dell’Anno; da qualche parte ci sono i versi de L’Anno Che Verrà di Dalla e un Babbo Natale disegnati con la vernice spray. Al Babbo Natale, dopo mezz’ora che era iniziata la festa o forse anche qualche giorno prima, gli avevano già attaccato tra le gambe dei palloncini di forma inequivocabile. Era una piccola parte di un sottosuolo più ampio, appartenente alla casa dove viveva, al secondo piano, la nonna di uno di noi. Lui c’era nato, in quella casa, poi un incidente gli aveva portato via il padre e allora se n’erano andati; il piano terra, dove abitavano, era rimasto vuoto, occasionalmente affittato a stranieri, con le stanze occupate da vecchi mobili, ed un lavandino e un fornello sotto una delle finestre, come si usava una volta. Fu una festa senza infamia e senza lode, tra ragazzi di sedici anni in cerca di fare confusione e di un po’ di baci, ma non a tutti toccarono quella sera. Io cercai di ottenerne e finii addirittura a tenere la mano della mia prescelta, una mia compagna di classe per la quale avevo da tempo una cotta furiosa, riversa sul letto e semincosciente per aver troppo mescolato spumante e vino, senza ovviamente che succedesse niente; ma mi sembrò già bellissimo. Probabilmente feci ridere molte persone; di certo ricordo che quel giorno mi rasai forse per la terza volta in vita mia, mi pettinai i capelli, che avevo folti e mossi, e che indossavo una cravatta ed un golf di mio padre, dato che non possedevo vestiti eleganti.

I palloncini furono staccati nei giorni successivi, le briciole ripulite, i dischi e gli avanzi riportati a casa, e tornò una cantina per altri due o tre anni. La ragazza a cui avevo tenuto la mano mi confessò di non ricordarsi assolutamente nulla della serata, e comunque ad aprile, in gita sul lago di Como, finì tra le braccia di un altro compagno di classe, sicuramente più affascinante e sbrigativo di me. Però in quei due o tre anni noi crescevamo, comunque, e capivamo sempre più che il rock ci piaceva, ci faceva viaggiare la testa, ci spingeva all’emulazione, e che era una gioia quando con i risparmi delle paghette ci potevamo comprare qualche disco. Io quelli che suonavano li invidiavo, mi sembravano esseri speciali, e mi sentivo un impedito al loro confronto; sentivo che i sogni mi portavano sempre di più ad emularli ma quando ci provavo in concreto mi sembrava tutto impossibile. Pensavo anche, ma l’ho ammesso solo dopo molto, che diventare uno speciale mi avrebbe aiutato a conquistarmi un po’ di visibilità, ed a far arrivare alla gente le cose che pensavo di avere da dire e che regolarmente non ce la facevano a passare nei modi ordinari. Dopo tante improvvisate con strumenti presi a prestito e magari nella stanza dove si fingeva di studiare, in una delle quali riuscii a rifare l’assolo di armonica di Neil Young in My My, Hey Hey completamente ad orecchio, buttai là ad un mio amico di comprargli il suo basso elettrico, senza neppure sapere bene come si accordava. L’armonica, da allora in poi, non l’ho quasi più suonata, e comunque ho continuato a restare affascinatissimo dagli strumenti a fiato e a non capirci niente.

Quando arrivarono anche una batteria usata ed un chitarrista capace, si dovette trovare un posto, e allora ritornò fuori la cantina dell’Ultimo Dell’Anno, con il pudore di una cosa passata e archiviata; ricordo che studiammo anche la possibilità di suonare sempre in quel sottosuolo ma da un’altra parte, invece poi, all’inizio quasi riluttanti, scavammo fuori questa scheggia di passato. Ora non ricordo bene il perché, forse era l’istintiva voglia che ha ognuno di noi di ripartire da zero; il ragazzo che aveva abitato in quella casa, che di quel San Silvestro fu l’organizzatore e che aveva avuto il fegato di proporsi come cantante ridiscese insieme a me e ad altri due la scala ripida dove qualche coppia si formò e una si sciolse, la porta fu riaperta con qualche difficoltà, piazzammo qualche presa elettrica ed un pianale di legno, i nostri amplificatori comprati a caso, senza sapere di wattaggi, impedenze, compressioni, equalizzazioni e coni e cominciarono le prove, tutti su pezzi di altri. Quel ragazzo, con cui ancora suono, cantava bene, ora sicuramente ancora meglio, e ricordo che vivevamo nel terrore che ci ripensasse. Dopo neppure tre mesi ci chiamarono a suonare, sempre per un San Silvestro, ad una festa in un garage, e decidemmo di accettare. La fine della scuola, gli esami di maturità e l’ingresso nella vita adulta ci passarono sotto il naso a distanza, impegnati come eravamo a lavorare a quel nostro sogno; sicuramente non furono la priorità, questo è certo. Fino a che non mi sono sposato, molti, molti anni dopo, è stata l’unica esperienza di uno spazio organizzato insieme a qualcun altro dove coltivare un progetto. Si provava appena possibile, chi aveva la patente andava a prendere con la macchina di casa chi non guidava, a volte il passaggio a livello sulla Via Aretina prima di Varlungo era chiuso e si faceva tardi; ci si perfezionava con qualche supplemento di prova la domenica mattina, incuranti dei vicini di casa che volevano dormire e che cominciarono a protestare.

Così sparirono i disegni con lo spray, sotto pannelli di poliuretano insonorizzante e faesite sapientemente piazzati con l’aiuto fondamentale del babbo del batterista, l’unica finestrina che dava sul piano della strada fu imbottita di vecchie coperte e cuscini e non si è mai più aperta. Con un po’ di vecchia moquette incollata sul pavimento in graniglia, la stanza acquistò un’aura ancora più magica e un aspetto talmente professionale che invitammo pure i rispettivi genitori a vederla in una specie di inaugurazione, con tanto di brindisi; normalmente in queste occasioni ci sono sempre anche le fidanzate, ma nessuno di noi era fidanzato, nessuna con cui poter condividere pensieri e sensazioni, ispirazioni ed aspirazioni, parole, sogni, nessuno che ci avesse trovati, almeno per un po’, irresistibili o speciali. Solo i genitori, sorridenti e curiosi di questi loro bislacchi discendenti, ancora infognati in un gioco all’età in cui loro erano già alle soglie del matrimonio, ma sicuramente contenti di vederci così coinvolti. Intervennero anche una coppia di giovani sposi coreani, i quali sorrisero cerimoniosi tutto il tempo, noi senza capire loro e viceversa. Lui era un ricercatore universitario e viveva lì in affitto per una borsa di studio temporanea; ogni tanto gli chiedevamo a gesti se il rumore dava fastidio, lui batteva le mani entusiasta. Forse il nostro unico vero fan.

Questa storia, breve appunto, che infatti si avvia già al termine, non è, come può essere sembrato finora, una storia di musica. Non avrebbe avuto alcun senso, e del resto niente di memorabile è mai stato prodotto all’interno di quelle quattro mura; è piuttosto una storia d’amore, amore per qualcosa, un tipo di amore, non certo quello assoluto, sicuramente non il peggiore, sicuramente non il migliore. Un amore che ancora oggi resiste, dopo che almeno dieci tipi diversi di formazione si sono amalgamati e sparpagliati in quella stanza, composte a volte da gente che solo la musica ha unito e fra la quale, al di fuori di quella, altro non poteva esserci; dopo che si sono consumati litigi fino quasi allo scontro fisico, insulti, dubbi, indolenze, amnesie, leggerezze, dopo che gli stipiti della porta si sono progressivamente allentati e ormai i rumori filtrano alla faccia del poliuretano, dopo che generazioni di parassiti e acari sono si sono succedute nella polvere che regna sovrana, tra schegge di bacchette da batteria, pile scariche, scarabocchi di testi e accordi, cavi da riparare, e oggetti che sono stati di qualcuno ma che ormai non hanno più un proprietario stabilito, e che spesso non sono più usciti da quella stanza da anni. Ed è un amore vero, duraturo, visto che, come in ogni storia che resiste nel tempo, c’è indulgenza verso i reciproci difetti, quasi un guardarli con una certa tenerezza; e che, come in un vero matrimonio che a molti di noi non è riuscito, siamo invecchiati insieme e vedere che anche quello che ti sta accanto non ricorda ad un certo punto le parole di un testo, che ha scritto magari lui stesso, ti commuove e ti fa fare una risata. Meno quando capita dal vivo.

Non è la storia di una stanza prove, non avrebbe senso, ce ne sono di migliori: è una storia d’amore e di buffe ossessioni, la storia di un rifugio antiatomico, dove insieme alle muffe si respira ancora il tempo di una festa di Fine Anno di tanti anni fa, dove gli spettri di tutti i giorni, le stanchezze, le vertigini, vengono sempre alla fine scacciate dalle note, che sono poi, prima ancora che note di pentagramma, battiti del cuore di ogni persona che ha suonato lì dentro; schegge di pensieri tristi e di rabbie, distanze, cose incompiute che resteranno tali perché nessuno di noi, a parte qualche ottima eccezione, ha mai saputo suonare davvero.

E’ la storia di una stanza dei sogni, è una storia di amore fisico per i legni e le corde, per qualcosa da tenere stretto a te quando non hai più nulla che ti tenga stretto, come un’ancora e una barca che si scambiano volta per volta i ruoli finché nessuno sa più chi è l’una e chi è l’altra. E’ un posto dove i suoni filtrano, ma le istanze più profonde di ciascuno restano trattenute dentro, forse dallo stesso isolante che trattiene i disegni, chissà. Ci sono milioni di suoni che nessuno sentirà mai perché, anche se succedesse, non suonerebbero come là dentro. Ci sono anche i due ragazzi coreani che in qualche modo ci capivano; forse, ne sono quasi convinto, ci sono anche i residui di quell’amore che una ventina di ragazzi cercarono in quella festa di San Silvestro dove salutammo l’anno 1982; e questo magari aiuta, perché suonare insieme somiglia molto all’amore, devi imparare ad ascoltare anche gli errori degli altri e i tuoi, e non lo dico io ma gente che registra musica con orchestre di livello mondiale.

Questi concetti sono stati affermati in un’occasione anche dal bassista e dal chitarrista dell’attuale formazione che prova là dentro una volta alla settimana; è successo qualche estate fa, in occasione del concerto di un altro gruppo, in un circolo ARCI all’inizio di Viale Canova. E’ un amore fisico e spirituale, completo come pochi e perciò stentato come pochi, ma non c’è davvero altro da dire, non è una storia di musica. Chiuso. Li ho sentiti con le mie orecchie, perché sono il bassista. E, come tante altre volte, il concerto degli altri era già finito quando siamo arrivati; perché in ogni storia d’amore c’è sempre qualcuno che non è puntuale o capisce male gli orari.

 

“My My Hey Hey, Rock’n’roll is here to stay

It’s better to burn out than to fade away, My My Hey Hey

 

BREVE BIO: La band si è formata a Firenze nel 2008 dalle ceneri dei Nest, autori di due lavori pubblicati rispettivamente per Urtovox/Audioglobe (“Drifting”, 2001) e Zahr Records/Blackcandy – Audioglobe (“Isnt’ it?, 2007). Del nucleo originario, restano due membri fondatori, ovvero Riccardo Dugini (voce, chitarra), e Luca Petrarchi (voce, chitarra); a completare l’organico Massimiliano Zatini, già aggregato ai Nest come percussionista in alcuni esperimenti acustici e qui al basso, ed Alessandro Pagani (già batterista dei Subterraneans ed una delle menti di Valvola/Shado Records), presente nella formazione per un periodo a metà degli anni ’90 quando il gruppo era denominato Malastrana. Il nome della band è stato ispirato dalla storia di Ernst Lossa, bambino jenish ucciso nel 1944 dai nazisti nell’ambito del loro programma di sterminio degli individui non autosufficienti, narrata fra gli altri da Marco Paolini nel suo spettacolo “Ausmerzen”.

 

 

 

 


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