Quando si fanno le rivoluzioni bisogna farle su tutti i piani

Quando si fanno le rivoluzioni bisogna farle su tutti i piani

Di: Francesco Loro dei Caffè dei treni persi

“Quando si fanno le rivoluzioni bisogna farle su tutti i piani […] bisogna farle, sì nei fatti, nella realtà esterna; ma bisogna farle anche nella struttura mentale della gente che vivrà quella rivoluzione e ne trarrà giovamento. Se uno non sta attento, il linguaggio è una gabbia terribile e sempre in agguato. In un certo qual modo possiamo essere prigionieri dei nostri pensieri, per il semplice fatto che questi pensieri si esprimono limitati e contenuti senza alcuna libertà perchè c’è una sintassi che li obbliga a presentarsi sotto quella forma, e in un certo modo ereditiamo i modi di dire le cose, anche se poi cambiamo le formule. “ (J. Cortazar, Lezioni di letteratura)

Parte 1 – Musica e rivoluzione.

 

Se consideriamo la musica come un mezzo espressivo, ovvero come un modo per comunicare qualcosa, essa altro non è che un veicolo di messaggi, un mezzo peraltro privilegiato poichè utilizza un codice immediatamente fruibile e comprensibile a tutti. Ovviamente, come per tutti i codici comunicativi, affinchè il destinatario comprenda, è necessario essere educati ma essendo l’uomo sin da bambino naturalmente portato ad ascoltare suoni (inteso nel senso fisico del termine) potremmo dire (sto banalizzando…non me ne vogliano gli studiosi della materia) che è la natura stessa che insegna all’uomo il linguaggio della musica. Allo stesso modo in cui il bambino impara a comunicare tramite il linguaggio verbale in primis ascoltando i genitori ed emulandoli il bambino impara a “copiare” i rumori (i suoni) che lo circondano. Ovviamente, come per il linguaggio verbale anche quello musicale va approfondito e studiato ma, credo, vi sia una facilità di acquisizione maggiore del messaggio musicale rispetto ad altre forme di linguaggio (un po’ come avviene con il linguaggio visivo). Ma cosa c’entra questo con la rivoluzione? C’entra nel senso in cui dobbiamo decidere quale sia il messaggio che vogliamo comunicare con il mezzo fantastico che è la musica. Abbiamo, con essa, la possibilità di trasmettere ad un pubblico esteso, persino ai più piccini, un qualcosa che decidiamo noi, noi autori e musicisti, noi mezzi di comunicazione, noi educatori e insegnanti, noi genitori, noi tutti. Anzi, essendo noi stessi la sorgente abbiamo la responsabilità di quello che emettiamo. In questo senso allora la musica può essere davvero una rivoluzione poichè può educare la “struttura mentale della gente”. Purtroppo nel nostro paese la musica è in mano a pochi autori, con una qualità bassa sia in termini di musica che di testi (ne parlerò tra poco) ma soprattutto in termini di messaggio. Mi si permetta un esempio culinario: se si da da mangiare a un bambino solamente della carne in scatola non saprà mai quanto è buono il ragù della nonna (l’esempio con il ragù l’ho già fatto altrove ma rende sempre…) e anzi con il tempo si abituerà talmente tanto al sapore della carne in scatola che non sarà nemmeno in grado di riconoscere che è molto più buono il ragù.

Parte 2 – Linguaggio e rivoluzione

Se parliamo di canzone pop o cantautorale che dir si voglia, un grande peso lo ha ovviamente il testo. Le parole, come diceva Cortazar, possono essere “una gabbia terribile” poichè limitano il nostro modo di esprimerci fino a limitare i nostri stessi pensieri. Viviamo nell’era dei sociale e dei tweet, delle parole abbreviate, degli emoticon (ovvero la regressione della parola), degli “hai vinto tutto!” dei “LOL” degli indignati, eccetera. Se pensiamo alla musica assistiamo a due fenomeni apparentemente opposti ma in realtà molto simili: uno è il fenomeno del “sole, cuore, amore”, dove testi banali e mal scritti sono portatori di messaggi insignificanti o inesistenti (non potrebbe essere altrimenti), l’altro è il fenomeno “testo in stile indie” in cui il testo diventa più importante del messaggio e la ricerca della “frase ad effetto” diventa l’unico obbiettivo degli autori. Del primo tipo di canzoni non voglio nemmeno lontanamente parlare, sul secondo invece vorrei soffermarmi un attimo. Ovviamente non sto scagliandomi contro il mondo indie (anche perchè non ho ancora capito cosa significhi effettivamente e se ne faccio parte pure io) ma contro quella sorta di manierismo che ha prodotto e continua a produrre canzoni e testi stereotipate, sul modello o “alla maniera di” qualcun altro. Negli anni 2000 in Italia si è visto un nuovo modo di scrivere musica, grazie alla scena indipendente, che ha prodotto una piccola “rivoluzione” (ho messo le virgolette apposta) almeno nel linguaggio, poi però si è assistito a un copia-incolla stilistico spaventoso tanto da cambiare perfino il significato di indie che ormai non rappresenta più una caratteristica commerciale (ovvero che la band non è prodotta da major) ma è diventato un vero e proprio genere musicale, con tutte le caratteristiche e i dogmi del caso. E così il pugno in faccia che l’ascoltatore sentiva grazie a quel linguaggio nuovo e particolare diventa una carezza e la rivoluzione svanisce.

Parte 3 – Gioia e rivoluzione

“Suono per te che non mi vuoi capire” cantava Demetrio Stratos. Utilizzare, o tentare di utilizzare, un linguaggio nuovo (inteso sia come musica che come parole), fare una sorta di ricerca sull’elemento linguistico e su quello compostitivo, spesso spaventa, spiazza, confonde l’ascoltatore. A questo punto si possono produrre due reazioni opposte: o si rimane colpiti o si storce il naso, o si approfondisce o si rigetta. Non vi sono vie di mezzo. Ma deve essere così poichè “con il suono delle dita si combatte una battaglia” e “il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia”. Cito gli Area (ci ricomprendo anche ovviamente Gianni Sassi) non a caso, essendo stata una delle band più interessanti del rock e prog italiano, un gruppo che sulla sperimentazione aveva costruito il proprio suono e il proprio modo di concepire e fare musica. Eppure spesso venivano contestati persino dal pubblico di sinistra che, in quegli anni, aveva altri riferimenti, altri cantautori, altri linguaggi. Tuttavia questa battaglia, questa rivoluzione, “ci porta sulle strade della gente che sa amare” ed è questo l’importante, questa è, e deve essere, la vera rivoluzione della musica: in un mondo sempre più xenofobo la musica, nella sua particolarità di codice condiviso, porta invece all’unione e può e contribuire a combattere i mali della società. Questo è quello che guida il caffè dei treni persi nella ricerca musicale che, sia in termini di arrangiamenti che di testi, tenta di affrontare da ormai diversi anni. è un percorso difficile, che richiede talvolta passi indietro, che spesso porta a critiche e a incomprensioni, ma che, secondo noi, è necessario. Questa è la rivoluzione. Questa è gioia.

 

www.caffedeitrenipersi.com

https://www.facebook.com/ilcaffedeitrenipersi/

https://twitter.com/caffedeitp

https://www.youtube.com/channel/UC2h7BW6Gg9vvBBbmacaBidw

Bio:

La band si fonda ufficialmente nella fine 2007 riunendo musicisti dalla differente esperienza e percorso musicale. Nel 2008 realizza il primo EP autoprodotto contenente quattro canzoni dell’oramai vasto repertorio originale del gruppo e raccogliendo apprezzamenti dalla critica e dal pubblico. Nel dicembre 2009 inizia la collaborazione con il cantautore bolognese Germano Bonaveri che segue come produttore artistico la band nella realizzazione del nuovo EP “Nel frigo cantano le cocorite”. A gennaio del 2010 il caffè entra nella “famiglia” della trasmissione Demo Rai su Radio 1, che li seguirà nei successivi lavori. Nel 2012 iniziano la produzione del nuovo album, “un collasso del tutto indisturbato”, in uscita in gennaio 2013, e che vede la partecipazione di Cisco, ex voce dei Modena City Ramblers. Negli anni il caffè dei treni persi Il caffè dei treni persi continua a viaggiare, toccando palchi e manifestazioni in tutta Italia, talvolta aprendo concerti di importanti band e musicisti della scena cantautorale italiana come Eugenio Finardi, Modena City Ramblers, Ron, Daniele Silvestri e passando su radio locali e nazionali. Nel 2014 il caffè dei treni persi approda in terra straniera invitato a partecipare all’Utcazene Festival a Veszprém in Ungheria, il più famoso e frequentato festival di strada del paese. Attualmente la band sta terminando la realizzazione del nuovo disco “reincarnati male”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   
   

 

 


Tags assigned to this article:
Caffè dei treni persieditorialeFrancesco Loro

Related Articles

E se la vita fosse solo una canzone?

Di: Lorenzo Vizzini Ho sempre sopravvalutato il valore effettivo della musica nella vita di tutti i giorni. Spesso mi trovo

Il Dada Circus…

Di: Dada Circus Il Dada Circus scrive canzoni che descrivono con ironia ciò che lo circonda e che vive tutti

Il Conflitto: L’arte di Afran e i Pop James

I Pop James basano la loro esistenza su una tensione. Una tensione continua, un costante e sottile conflitto interno, fra

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Only registered users can comment.