Ho questa immagine di me nella pianura.

Ho questa immagine di me nella pianura.

Di: ACQUE, PIOPPI E MALICK

Ho questa immagine di me nella pianura.

È al tramonto, credo maggio, comunque un mese di primavera inoltrata che non fa ancora caldo e non ci sono ancora le zanzare.

Sto ritornando dal fiume, sono andato con amici a fare bisboccia sulla riva perché se vivi a Lodi non hai il mare, se proprio vuoi acqua c’è l’Adda o se vuoi fare qualche km in più il Trebbia.

Sono le 7 di sera, in una zona di campagna nel pieno del nulla.

Nulla per chi non sappia guardare, per me lì dentro ci sono un sacco di cose da vedere.

Strano a dirsi ma sono seduto al sedile del passeggero. Di solito guido, non questa volta. Ciò mi dà la possibilità di guardarmi intorno in maniera diversa, meno superficiale.

Il sole è radente all’orizzonte, la luce dorata. I pioppi, i miei alberi preferiti, scorrono al limite della stradina che stiamo percorrendo, una di quelle in cui ci passa una sola macchina, che se vedi all’orizzonte qualcun altro sono cazzi perché non sai mai dove fermarti, non sai se ci sarà uno spiazzo più avanti o se devi capitombolarti nella melga insieme alla macchina e all’altro e alle speranze di tornare a casa per cena.

Le foglie e il sole sono lì di fianco a me, dal lato destro della macchina, e complice le birrette mi ritrovo in silenzio a giocare con la luce che mi filtra dalle dita, che neanche in un’imitazione pacchiana di una scena di Malick.

Mi è venuto questo ricordo quando Filippo mi ha suonato per la prima volta Take me to the one I love.

Era come se avessimo provato la stessa cosa in momenti diversi e in contesti diversi. Lui parlava della necessità di tornare a casa, la casa vera, dopo tanti traslochi. Io ero preso dalla necessità di mangiare qualcosa dopo aver bevuto un po’. Ma nelle sue note ho visto la stessa luce, gli stessi alberi, la stessa sottile e calma inquietudine. Lo so che calma inquietudine non ha senso, ma è così che ti senti quando sei allo stesso tempo contento e non contento di quello che stai provando. Allora mi sentivo così, e forse anche Filippo.

Nella luce dorata della pianura delle 7 di sera di un maggio qualunque, anche la tua bag full of garbage può sembrare contenga meraviglie.

A volte le contiene davvero.

I The Cat And The Fishbowl si sono conosciuti in un’umida sera di novembre 2014 nel mezzo della Pianura
Padana. Scontratisi causa nebbia davanti a un pub mentre vagavano per ritrovare la via di casa, decisero
che la cosa migliore da fare fosse berci su e scambiarsi opinioni musicali.
Scoprirono di condividere un loro mondo e una loro visione, portarono in sala prove gli strumenti meno seri
che avevano (guitalele e melodica) e li accoppiarono con altri più seri (chitarra, violino, tastiera) per vedere
che cosa ne uscisse fuori.
Ne uscirono fuori canzoni semplici e naïf in Re maggiore e quattro quarti, oltre alla voglia di farle sentire a
qualcuno al di là della propria stanzetta.
Da allora portano in giro il loro indie folk curioso e dal passo felpato, tentando di non rispondere alla
domanda primaria: chi è il gatto e chi è il pesce nell’acquario?

Line Up
Filippo Gaudenzi – chitarra, guitalele, voce
Matteo Bonavitacola – violino, tastiere, voce

https://www.facebook.com/CatAndFishbowl/

http://thecatandthefishbowl.com/


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editorialeThe Cat and the Fishbowl

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