Renzo Rubino live al Serraglio di Milano – recensione

Renzo Rubino live al Serraglio di Milano – recensione

E’ partito il 20 aprile da Roma Il gelato dopo il Tour di Renzo Rubino, una serie di date in giro per l’Italia per presentare i brani del suo nuovissimo album: Il gelato dopo il mare, pubblicato per Warner Music Italia il 31 marzo. Dopo tre date di promozione negli Store, a Roma, Bari e Milano era proprio ora di portare il suo Teatro del La La La a fare un giro per i locali d’Italia.

Il giovanissimo cantautore pugliese, con all’attivo ben 4 album e 2 partecipazioni al Festival di Sanremo, è riuscito a riunire un produttore come Taketo Gohara  e una band d’eccezione per dar vita alla sua ultima fatica. Una band fenomenale, composta da Matteo Skukkia (susafono, basso tuba, trombone, flicorno, tromba), Andrea Beninati (batteria, percussioni, violoncello) e Fabrizio Dottori (sax, clarinetti, flauti, tastiere), che lo ha accompagnato anche in giro per il Bel Paese.

La data al Serraglio di Milano è la penultima di questo breve ma intensissimo tour e ha riunito una folta schiera di gente eterogenea: da “I rubinetti” (il fan club ufficiale del cantautore), a giovani hipster curiosi; da bimbi accompagnati dai genitori, ad ammiratori più stagionati.

Gli animaleschi rumori della sua giungla aumentano l’impazienza del pubblico per un buon quarto d’ora, prima che Renzo Rubino si presenti sul palco, applaudito ed invogliato da un pubblico caldissimo. Dopo che tutti i componenti della sua band sono riusciti a prendere posto sul palco ingombro di strumenti a fiato di ogni genere, oltre che la solita e stravagante scenografia, composta da scale avvolte da corde-liane e luci al neon a forma di gelati, è con le note di Fiabe che aprono le danze. Il breve brano strumentale, col quale inizia anche il nuovo album, fa da apri pista, sia nell’album che al concerto, a La vita affidata all’oroscopo della Gazzetta.

Fra (praticamente tutte) le nuove canzoni, come Giungla, Il segno della croce e Cosa direbbe Lucio, e (un po’ meno) brani più datati, come Lulù, Bignè e l’immancabile Il postino, Rubino si ritaglia anche del tempo per i consueti aneddoti di vita vissuta. Dalla sua performance a Sanremo, in cui era in pensiero più per una signora addormentata “o forse morta” tra le prime file, piuttosto che per la sua performance; all’incontro con Ornella Vanoni e il loro duetto di Mamì praticamente improvvisato in tv. L’aneddoto più intimo e dolce è sicuramente quello che riguarda il suo primissimo strumento musicale: il gigantesco pianoforte scordato e malandato della casa dei suoi nonni. E’ grazie a quel pianoforte e alle sue uniche 4 note funzionanti che il piccolo Renzo imparò che fare musica è un po’ come giocare, ed è grazie a questo ricordo che è nato il primo singolo del suo nuovissimo album La La La.

Che sia o meno un gioco, la felicità che prova Rubino nel fare quello che fa non solo è palese, ma anche contagiosa. Il pubblico, come anche la sua band, sembrano parte di una famiglia, riuniti sotto lo stesso tetto da questa felicità incontrollata che rende tutti parte di qualcosa, qualcosa di bello, e puro.

E’ questa intimità che si viene a creare naturalmente, senza forzature, che da al pubblico la spinta per chiedere canzoni, e che da alla band e al cantautore la voglia di accontentare ogni richiesta, anche se i brani non sono in scaletta; è questa intimità che fa ballare il valzer a tutti i presenti per il saluto prima dell’encore. Nel bis Renzo Rubino vuole davvero fare un bis, per cui decide di risuonare Giungla, ma è con Pop che si conclude seriamente questo concerto rimpatriata, questo concerto festa del paese venuta molto bene.

Potrà pur cantare che ridere è l’arma più grande che ha, ma per noi la sua più grande arma sono le parole, unite alla sua voce e alla sua musica. Una musica fatta “per star bene e per far stare bene”.

Possiamo davvero dire che i concerti di Renzo Rubino sono La La La e chi non ci va non è La La La.



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