Finito tutto, riprendemmo la metro e tornammo a casa senza fiatare

Finito tutto, riprendemmo la metro e tornammo a casa senza fiatare

Di: Nico Zagaria – voce e chitarra de L’Introverso

Da quando ho tre anni abito in Barona, un quartiere della periferia di Milano.

E’ da lì che partono i miei ricordi.

Quand’ero piccolo non pensavo molto a robe tipo centro, periferia, etc. Un posto valeva l’altro.

Ho passato un’infanzia abbastanza serena, con genitori che non mi hanno mai fatto mancare nulla.

La maggior parte degli abitanti era italiana, di religione cattolica, spesso proveniente dal meridione (come la mia), ma c’erano anche altre religioni, altre etnie.

Noi del tipico ceto medio ci mischiavamo a famiglie povere, e crescevamo insieme. Frequentavamo le stesse scuole, lo stesso oratorio, la stessa associazione sportiva, gli stessi bar. Da piccolo non mi rendevo conto di queste differenze. Non facevo caso al colore della pelle o all’accento. Per me, la Barona è stata la culla della tolleranza.

Non solo c’è differenza tra il centro di Milano e la periferia, ma anche tra la periferia e la provincia. La provincia è una realtà distaccata, indipendente. Il quartiere di periferia è un luogo che sta ai margini della città, ma è dentro la città stessa. E’ parte della metropoli. La Barona ha pregi e difetti di Milano, ma ti fa sentire in una specie di terra di mezzo. Non vivi nel traffico, ma non sei neanche sperduto nelle campagne. Sulla carta d’identità non ci sono parentesi, c’è scritto solo Milano.

Nel suo libro, il pianista statunitense Herbie Hancock dice che fino all’adolescenza, vivendo in un quartiere di periferia e facendo parte di una famiglia della classe media, pensava di essere ricco. Poi una volta cresciuto e uscito dal quartiere, si rese conto di cosa fosse la ricchezza, quella vera, e ridimensionò le sue vedute. Mi ci sono ritrovato. Avevo amici talmente poveri, che per anni ero convinto di far parte di una famiglia ricca.

Alle medie ho cominciato a frequentare le cattive compagnie, ragazzi spesso più grandi di me. Si fumava, si scriveva sui muri, si facevano le risse e le prime storie con le ragazzine. Mi ricordo che prima di tirare i primi pugni, quando in classe si facevano le classifiche di chi picchiava di più, io ero sempre secondo. Ripensandoci adesso, mi fa ridere, perché in realtà fino a quel momento non avevo mai fatto a botte con nessuno. Il primo in classifica era Antonio, un amico sin dalla scuola materna, di un anno più grande di me, ma ritrovato nella stessa classe in prima media perché era stato bocciato.

Antonio incuteva terrore a molti ragazzini, era vivace e sembrava non aver paura di niente, ma aveva un grande cuore. Noi due andavamo d’accordo, uscivamo il pomeriggio insieme e frequentavamo anche l’uno la casa dell’altro. Tony, come lo chiamavo io, aveva diversi talenti: era molto bravo a disegnare e aveva grande sensibilità musicale, ci metteva pochissimo a imparare un nuovo pezzo al flauto. Ci metteva molto meno di tutti noi.

A parte lui, crescendo qui ho imparato che nel mondo ci possono essere cattivi ragazzi, che sono persone buone. E bravi ragazzi, ma cattivi dentro. L’animo umano è molto più profondo rispetto a come lo immaginiamo.

Un giorno, comunque, l’occasione per mostrare le mie doti pugilistiche arrivò: durante il cambio dell’ora, un mio compagno di classe mi prese in giro sul nuovo taglio di capelli. Lo avvisai di finirla ma continuò, così gli tirai una centra in pancia che gli tolse il respiro per un po’. Il pugno era premeditato. I miei compagni se li tiravano in faccia, procurandosi occhi neri e labbra rotte. Poi, appena la prof entrava in classe e vedeva i segni, venivano puntualmente sospesi. «Se mi capiterà mai di picchiami in classe», pensavo «colpirò in pancia, così la prof non mi becca.»

Infatti in quegli anni non sono mai stato sospeso.

E non sono mai stato un delinquente. Ma mi piaceva frequentarli: durante l’adolescenza mi trovavo meglio con loro che coi bravi ragazzi. Una cosa che non mi piaceva fare con gli amici, però, era derubare gli altri. Anzi, a essere precisi, non mi piaceva scavallare gli altri. Ai tempi si diceva così. Di solito si andava in metropolitana, si puntava un gruppetto di ragazzini dall’aspetto borghese e si chiedeva loro di svuotare i portafogli. Sette volte su dieci cedevano subito, nelle altre tre, per convincerli, c’era bisogno di qualche schiaffo. Ecco, io questa cosa non riuscivo a farla. C’era un periodo in cui frequentavo una compagnia di gente più grande di me. Ero una sorta di mascotte, infatti tutti mi chiamavano Nicolino. Vidi una di queste scene e mi si strinse il cuore non tanto per la potenza degli schiaffi, quanto per gli occhi umiliati delle vittime che li prendevano senza reagire, che aprivano il portafogli e allungavano i soldi. Dopo quella volta, appena capivo che i miei amici stavano andando a farsi un po’ di cash, m’incazzavo e me ne andavo con qualcun altro a scrivere nei vagoni della metropolitana, cosa che trovavo molto più eccitante.

Un giorno, però, alla fermata di Cadorna fummo circondati noi. Eravamo in cinque, loro saranno stati una decina. «Di dove siete?», esordirono. «Di Barona», rispondemmo noi, sperando che ciò incutesse terrore. «Siete capitati male!», rispose il bossettino, un tipo basso e tutto nervi. Probabilmente erano di un quartiere rivale, ma non ci dissero quale. Cominciò col tirare uno schiaffo a Drago – chiamato così da noi, perché il suo nome era Ivan e guarda caso era un armadio – che non reagì ma che aveva il viso rosso, carico di rabbia repressa. Per tenere a galla il suo orgoglio ormai quasi sprofondato, disse solo: «Tanto la tua faccia me la ricordo, se ti becco da solo…». Altro schiaffone, altra lingua morsa. «Dateci i soldi e il cellulari». Il bossettino iniziò a tirare schiaffi a tutti, in fila, uno dopo l’altro, come quando i calciatori prima della partita danno la mano alla squadra avversaria. Finché arrivò davanti a me e si fermò a guardarmi, in silenzio, per un tempo che a me sembrò infinito, anche se saranno stati tre secondi. Conoscevo la situazione, riconoscevo gli sguardi di quei ragazzi, c’era poco da fare: ero pronto a prendere una manata sul naso. Ma si girò verso gli amici e disse: «Lui è piccolo, vero?». Loro si avvicinarono tutti a studiarmi come se fossi una specie di super scooter futuristico. «E’ giovanissimo», dissero gli altri. Il bossettino mi diede un leggero pizzicotto sulla guancia, e se ne andò.

Finito tutto, riprendemmo la metro e tornammo a casa senza fiatare. Io guardavo i miei amici e, anche se ero dispiaciuto per il loro umore e i loro cellulari, mi vennero in mente le parole che diceva sempre mia madre: «Qualsiasi cosa facciamo, ci torna indietro».

Chissà se Drago l’ha mai beccato da solo, quel tipo.

 

 

 

Bio:

L’Introverso è un gruppo che nasce nelle distorsioni di un quartiere della periferia sud di Milano. Lontano dal Duomo, ma nel silenzio caotico di un luogo che sta ai margini.

Nel 2013 esce l’album d’esordio, Io: prodotto da Alessio Camagni (Ministri, etc.).

Il primo singolo estratto è L’America: il video entra in rotazione su Rock Tv. Il secondo è Primo attore, che diventa subitoVideo del giorno sul sito di Rolling Stone Italia. Nello stesso periodo, il MEI li sceglie nel concorso per le finali dedicate alle nuove band indipendenti. Seguono altri video e diversi concerti in giro per il Belpaese.

Il 30 ottobre 2015 esce Una primavera, il secondo album – prodotto da Davide “Divi” Autelitano, voce e basso dei Ministri – promosso dai singoli Stomaco, Ti odierai, Manie di grandezza, Estranea e Tutto il tempo, con relativi videoclip.

La band accompagna la pubblicazione del disco suonando in Italia da nord a sud.

 

 

 


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