Radiohead, la recensione del concerto di Monza

Radiohead, la recensione del concerto di Monza

Alle 21,00 eravamo già stanchi. O non abbiamo più l’età per i festival, oppure uscire da casa a Milano alle 15,00 per arrivare all’area concerto alle 18,00 è davvero troppo per chiunque. Non so se prendermela con l’organizzazione o con l’Isis, e comunque sia, per i Radiohead, e solo per loro, questo e altro.
Appena iniziano, anche la bravura di James Blake si dimentica in un attimo, per non parlare di quelli che hanno suonato nel pomeriggio.
C’è ancora luce quando i Radiohead salgono sul palco, e pure in anticipo. Loro mica hanno bisogno di farsi desiderare.
E parte “Daydreaming” dal nuovo disco “Moon Shaped Pool”, e poi “Desert Island Disk”, “Ful Stop”, “Airbag”, “15 Step”, “Myxomatosis”, “National Anthem”, e niente, ancora non sento niente. Penso solo che sto soffocando, che sono stanca, che odio la gente, soprattutto quella che parla. Litigo con uno che non può credere che a un live gli stia dicendo di abbassare la voce. E invece sì, l’ho fatto e lo faccio sempre, e alla fine vinco io, e si allontanano loro.
E quasi mi annoio, e quasi faccio in tempo a ripensare a tutta la mia vita chiedendomi come sono arrivata a rompermi a un concerto dei Radiohead. Mi dico che sono cambiata, che sono vecchia, che non mi piacciono più le stesse cose, che ormai devo andare ai concerti dell’Auditorium LaVerdi e basta, e poi arriva lei, “All I Need”, e tutto prende un senso, come se fossi dinanzi a un tramonto magnifico e mi commuovo vergognosamente.
Non sono più davanti ai Radiohead ma davanti a uno dei miei gruppi preferiti che ha segnato per sempre la mia adolescenza, e la bellezza suprema di “All I Need” mi ricorda perché i Radiohead sono una delle band migliori e più importanti di tutti i tempi, e non esagero. Un giorno saremo grati di aver vissuto ai tempi dei Radiohead, e di averli potuti sentire e capire come solo uno che ci è cresciuto può fare. Solo chi li segue da sempre e li ama ed è un vero fan può entrare in connessione con uno come Thom, gli altri no.
Però qualcosa è cambiato davvero in me, e credo anche nei Radiohead.
Mi sono sparata di fila entrambe le date all’Arena Civica in Sempione a Milano nel 2008, e devo dire che con quelle due scalette molto diverse tra loro avrei potuto non vederli mai più. Avevano esaudito ogni mio desiderio, facendo tutti i miei pezzi preferiti, da quelli più noti ai meno noti, e invece sono tornata a vederli perché quando ti suonano vicino casa non puoi dire di no, e ho scoperto una cosa sorprendente: no, “Ok Computer” forse non è il loro miglior disco, e credo la pensino così anche Thom & company.
Però i fan li devi accontentare, “Karma Police” gliela devi per il ventennale, -anche se magari sarebbe stato meglio non eseguirla per il gran finale.
Perché diciamocelo, quanto suonano meglio i pezzi di “In Rainbows”, “Kid A”, e pure di “The Bends”? Non credo sia stata solo una mia sensazione, ma i brani di “Ok computer” li ha cantati un po’ peggio, più scazzato, tranne “Exit music”, un brano che resta pur sempre un capolavoro.

Continua sotto l’immagine


“Pyramid Song” ci ha fatto piangere, “2+2=5” ci ha gasato, così come “Idiotique”. E poi sì, ha suonato anche “Creep”, che non suona mai, e che ha reso il tutto un evento, ma pure quella l’ha fatta per accontentare i fan, più rallentata, e non molto convinto, perché anche Thom ha capito che non è mica davvero uno sfigato strambo, e di certo non è una schifezza. Non a caso “Creep” è uno di quei brani che lo stesso Thom ha un po’ rinnegato.
“Fake Plastic Tree” ci ha commosso di nuovo, abbiamo la lacrimuccia facile.
Insomma, a parte la stanchezza, il caldo, l’età che avanza, la gente che rompe, e il fatto che si vedesse poco e un cazzo, il concerto è stato fantastico. Se avesse fatto pure “Street Spirit”, “How To Disappear Completely”, e “Climbing Up The Walls” come nel 2008, sarebbe stato perfetto, ma durante la loro lunga carriera hanno fatto troppe belle canzoni per poter accontentare tutti in due ore. Vorrà dire che mi toccherà rivederli ancora e ancora, e ancora, sperando di sentire dal vivo “High and Dry”, “Black Star”, “Just”, “I might be wrong”… vabbè, potrei andare avanti per ore, la smetto.

Scaletta
Daydreaming
Desert island disk
Ful stop
Airbag
15 step
Myxomatosis
The national anthem
All I need
Pyramid song
Everything in its right place
Reckoner
Bloom
Weird fishes/Arpeggi
Idioteque
The Numbers
Exit Music (for a film)
Paranoid android
Bis
No surprises
Nude
2+2=5
Bodysnatchers
Fake plastic trees
Secondo bis
Lotus Flower
Creep
Karma Police


Tags assigned to this article:
2017concertoidaysmonzaradioheadrecensione

Related Articles

Charley Thompson, dal 5 aprile al cinema – recensione del film

Il 5 aprile 2018 arriverà nelle sale italiane l’ultimo lavoro di Andrew Haigh: Charley Thompson, tratto dal romanzo La ballata

Italian Gods #9

Torna la rubrica di Alessandra Perna del Luminal…

Ulule, dalla Francia un sistema crowdfunding rivoluzionario

Ulule, dalla Francia un sistema crowdfunding rivoluzionario

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Only registered users can comment.