U2, la recensione del concerto di Roma (15 luglio 2017)

U2, la recensione del concerto di Roma (15 luglio 2017)

Dire che è stato un bellissimo concerto è poco, e lo è anche dire che è stato un evento. Gli U2 hanno suonato tutto “Joshua Tree” e ci hanno pure regalato chicche come “Bad”, “Sunday Bloody Sunday”, “Pride”, “One”. Un concerto che neanche il fan più accanito avrebbe mai potuto sognare.

Una cosa è certa: quella degli U2 è stata un’idea geniale. Sarebbe fantastico se d’ora in poi lo facessero anche tutte le altre band del mondo. Immaginate gli Smashing Pumpkins che si riuniscono (forse a breve) e che portano in tour “Mellon Collie and the Infinite Sadness”, o i Pearl Jam che fanno di fila tutto “Ten”. Dai, chi non ci metterebbe la firma per vedere concerti del genere?

Alla fine le band diventano famose grazie a dischi incredibili che nascono una volta sola, e sono questi a renderle famose, e in quelli successivi spesso si salva qualche canzone, ma niente più. E non è questione di essere nostalgici, è che il genio penetra nell’anima degli artisti raramente, ed è anche questa rarità a rendere certi dischi speciali. Questo non vuol dire smettere di fare musica una volta raggiunto l’apice del successo, ma non ci si deve lamentare se in tour i fan desiderano sentire i pezzi vecchi. Si va ai live incrociando le dita, sperando di sentire le canzoni del passato, quelle più belle, e chi dice il contrario forse è un po’ ipocrita.

Anche se ci ha fatto un po’ pena vedere Bono chiedere quasi il permesso di suonare alla fine un pezzo del disco nuovo, “The little things that give you away”, ma chi se ne frega, nessuno era lì per quello, ma tutti hanno apprezzato e ascoltato volentieri l’unico brano proposto.

Che male c’è a preferire pezzi come “Where the Streets Have No Name”, un capolavoro indiscusso, che fa venire la pelle d’oca ogni volta che parte la prima nota, anche a distanza di trent’anni, anche se la sappiamo a memoria e l’avremo ascoltata centinaia di volte. Oppure “With or Without You”, o la sensuale “Bullet the Blue Sky”, che ti fa venire voglia di spogliarti nudo e di ballare per sempre.

No, gli U2 non hanno più fatto dischi come “Joshua Tree”, eppure molti anni dopo hanno composto la colonna sonora di “The Million Dollar Hotel”, altro capolavoro. A proposito, un bel tour dove suonare solo questa colonna sonora? Fateci un pensierino, cari U2.

Comunque, il bello di questa band è che suona ancora alla grande, ed è questa la figata, è questo che non va dimenticato. L’acustica dell’Olimpico all’inizio è stata pietosa, poi è migliorata pian piano. Bono ha ancora una voce incredibile, da brividi. Le immagini sullo schermo, girate dal mitico Anton Corbijn, erano una meraviglia, semplicemente strepitose. E poi sono arrivati anche brani come “Elevation”, “Vertigo”, “Beautiful Day”, molto più commerciali, ma comunque divertenti e piacevoli, nonostante la differenza abissale con i brani appena sentiti tratti da “Joshua Tree”. Suonati dopo e non sparsi qua e là come in un normale concerto, quei brani hanno davvero sfigurato, non c’è che dire.

Gli U2 saranno ricordati per sempre, sono entrati nella storia della musica, e un disco come “Joshua Tree” è e sarà sempre attuale. Quel disco è una perla rara, e non a caso quando è stata eseguita “Mothers of the Disappeared”, non potevamo crederci che il disco fosse già terminato, perché quando una cosa è bella, il tempo passa velocemente e vorresti che non finisse mai.

Ad ogni modo, durante l’esecuzione del sesto brano non avevamo già più voce, eravamo già a pezzi. Non ne potevamo più di saltare e cantare. In un live normale ci sono degli attimi di quiete, minuti in cui ti puoi riposare perché non stanno suonando un brano che ami particolarmente, al live degli U2 non c’è stato un attimo di pace, era un continuo urlare ed esaltarsi a ogni brano che veniva suonato, anche se conoscevamo già la scaletta! Ed è questa l’altra cosa da far notare. Non c’era nessun effetto sorpresa, si sapeva già cosa avrebbero suonato, eppure è stato uno dei più bei concerti mai visti. Un concerto perfetto, indimenticabile.

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Piccola nota per il rientro in albergo: Roma, la nostra fottutissima “Capitale”, non aveva taxi disponibili. Solo per pura fortuna siamo riusciti a trovarne uno per arrivare al concerto.

Di sera c’erano in giro qualche bus e tram ma ovviamente sono stati presi d’assalto, entrarvi è stato impossibile. Durata del rientro? Due ore e mezza a piedi dallo Stadio Olimpico, e un taxista ha lasciato a piedi sotto i nostri occhi un uomo in carrozzina dicendo che “secondo disposizioni del Comune”, doveva accettare almeno quattro passeggeri a dieci euro ciascuno. Qualcuno stava per accettare pur di riuscire a tornare in hotel, ma quando il taxista ha capito che non sarebbe riuscito a caricare più di due persone, se n’è andato, lasciando a piedi tutti, compresa la persona disabile.

Sempre più felice e orgogliosa di vivere a Milano, una città che ha sempre meno a che fare con l’Italia, sempre più funzionante e dall’animo europeo.

 

Scaletta:

Sunday Bloody Sunday

New Year’s Day

Bad

Pride (In the Name of Love)

Where the Streets Have No Name

I Still Haven’t Found What I’m Looking For

With or Without You

Bullet the Blue Sky

Running to Stand Still

Red Hill Mining Town

In God’s Country

Trip Through Your Wires

One Tree Hill

Exit

Mothers of the Disappeared

 

Miss Sarajevo

Beautiful Day

Elevation

Vertigo

Ultraviolet (Light My Way)

One

The little things that give you away

 



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