Kurt Vile live al TRIP Music Festival – recensione

Kurt Vile live al TRIP Music Festival – recensione

Inizio intenso per il T R I P Music Festival, che celebra l’unione tra la poliedrica Triennale di Milano e Ponderosa Music & Art. Una sei concerti itinerante, fra i giardini del museo di arte contemporanea e il suo teatro.

Proprio nei suoi giardini ha avuto luogo il primo dei sei concerti di questo freschissimo e nuovissimo Festival, con protagonista Kurt Vile e la sua band: i The Violators. Uniti a una folta schiera di zanzare molto più che aggressive, quasi delle co-protagoniste di questo evento “pungente”, tanto invasive da aver costretto i roodies a spruzzare ogni tot spray anti zanzare addosso ai musicisti sul palco.

Possono infiniti stormi di zanzare rovinare un concerto? Certo che sì, ma non se sul palco c’è Kurt Vile! Il giovane cantautore di Filadelfia, con la sua voce ipnotizzante e la sua maestria con la chitarra e i distorsori, ha stregato tutto il pubblico, zanzare comprese.

E’ dopo Dream Brother di Jeff Buckley che i giardini della Triennale si ammutoliscono per l’ingresso sul palco del puntualissimo musicista statunitense e del suo gruppo. Jesus Fever è la prima canzone che Kurt Vile decide di proporre al suo pubblico, che pian piano inizia ad accalcarsi sottopalco. Ma da un brano datato 2011 si passa subito ai brani del suo ultimo album: b’lieve i’m goin down. Di seguito, infatti, arriva la più ritmata I’m an Outlaw.

Kurt, con la sua immagine inconfondibile: capelli lunghissimi sempre davanti agli occhi, e un outfit trasandato, quasi ad imitare i jazzman di altra generazione; quasi non si muove dalla sua postazione, solo le sue dita si muovono, insieme alla sua voce. Chi si muove moltissimo sul palco è il suo roodie, sempre con una chitarra in mano, da fargli cambiare ad ogni fine canzone.

I testi dei brani sono pugni nello stomaco addolciti dalla voce calda e profonda del giovane musicista. Nelle parole espresse da Kurt, non si arriva a capire il limite tra finzione e realtà. Quanta finzione narrativa ci sarà dietro ai suoi testi? Ma soprattutto quanto materiale autobiografico avrà voluto inserire nelle sue ballate? E’ un mistero che, in verità, fa piacere non risolvere.

Una musica intimista, così tanto che al cantautore da fastidio quando il pubblico inizia a battere le mani per tenere il tempo. “Don’t do it” sussurra al microfono durante una versione acustica di Runner Ups. Ma è difficile contenere il pubblico in estesi per il dolce suono che lo inebria.

La scaletta è un via vai da album più datati, all’ultima sua fatica, dove si ritrovano pezzi più ritmati e coinvolgenti come Pritty Pimp e Dust Bunnies, ma anche ballate strazianti come That’s life, tho. E’ dell’ultimo album anche Wild Imagination, con la quale Kurt saluta il pubblico prima dell’Encore.

Per la conclusione definitiva del suo show Vile sceglie Baby’s Arms, e l’acustica He’s Alright, che suona da solo per un intimo saluto al suo pubblico in adorazione.

Un concerto intenso, intimista e profondo, durante il quale il giovane musicista statunitense ci ha permesso di sbirciare nel profondo della sua anima.

Se ve lo siete perso, cercate almeno di non perdervi i prossimi appuntamenti alla Triennale, per i successivi concerti del T R I P (senza scordare l’Autan a casa!!!).



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