Ensi presenta ‘V’: “Io uomo, padre ed artista. Un disco autoterapeutico’

Ensi presenta ‘V’: “Io uomo, padre ed artista. Un disco autoterapeutico’

Di Rossella Romano

Incontro Ensi in un torrido pomeriggio di fine luglio negli uffici della Warner, in una Milano già quasi deserta. Si respira una calma quasi paradossale per una città sempre tanto frenetica ed in movimento. Io e Jari ci sediamo uno di fronte all’altra per fare quattro chiacchiere sul suo nuovo disco, “V”, in uscita il prossimo 1 settembre. Non è la prima volta che lo intervisto, ero riuscita a scambiare qualche battuta con lui in seguito alla sua vittoria del programma “Spit”, nel quale trionfò come miglior freestyler nel 2012. E’ passato qualche anno, mi ritrovo davanti un artista maturo, un uomo che ha ben tracciato la strada da seguire e un padre, che quando parla del suo Vincent ha gli occhi che si illuminano per la gioia.
Ecco che cosa mi ha raccontato Ensi dell’uomo, del padre e dell’artista che è oggi.

Partiamo subito dal titolo del tuo nuovo lavoro, “V”, come mai questa scelta?

In una sola lettera, “V”, ci sono racchiusi molteplici significati. Riascoltando il disco dopo averlo ultimato mi sono accorto della presenza ricorrente e ridondante di tre aspetti che fanno parte della mia vita. Essere padre; mio figlio si chiama Vincent, il primo significato della V. Dal punto di vista musicale, c’è un percorso del quale oggi tiro le somme. Ho 30 anni e comincio a guardare un po’ indietro, a ciò che è stato fatto. ‘V’, dunque, come Vendetta, il mio primo album, dal quale, a oggi, sono passati dieci anni. Poi c’è il mio cognome, Vella. In questo lavoro c’è molto della mia famiglia, del mio passato, delle mie radici, della mia Torino, dei miei luoghi. Infine, mi sono accorto che “V” letto in numero romano significa cinque, ed è proprio il mio quinto album. Era perfetto. Questi elementi si incrociano fra di loro nel disco. A livello musicale, si nota un incontro tra suoni moderni e sonorità un po’ più affini al mio al mio ideale di rap. C’è anche un’evoluzione a livello stilistico riguardante la mia capacità di esternare i concetti. “Rap over everything”. Da questo punto di vista sono molto contento dell’album.

Ho letto che trovi molta più ispirazione negli estremi piuttosto che nelle sfumature, è così?

Si, è così. Oggi la discografia ti vorrebbe ‘sul pezzo’ ogni 10 minuti. Un artista dovrebbe fare un disco all’anno altrimenti finisce nel dimenticatoio. Io mi sono preso tre anni, un abisso per chi fa musica oggi. Nel rap italiano, i miei colleghi spingono tutti i giorni, ma io dovevo fare i conti con la mia vita. Non ho mai realizzato dischi che fossero una fotografia del momento. Ho sempre cercato di “sporcarmi”, di vivere per avere qualcosa da raccontare. Per me il rap è sempre stato questo. Riscoprire a 30 anni che scrivere serve principalmente a me per dire delle cose, mi ha fatto capire che ciò che ho realizzato fino ad ora, è esattamente ciò che dovevo fare. Sembra banale, ma non lo è. Inoltre, essermi preso del tempo mi ha permesso anche di “disintossicarmi” da tutto questo ambiente. Ho riscoperto una nuova linfa vitale ed accresciuto la passione che nutro nei confronti del rap. Quando una passione diventa un lavoro, ne sei totalmente assorbito e non riesci a staccarti. Per me è stato assolutamente terapeutico questo periodo: tre anni di vita reale, racchiusi in questi nuovi pezzi.

Mi racconti la genesi di “V”?

Sono successe tante cose che mi hanno portato a fare i conti: sono diventato papà, è mancata la mia mamma. Ho sempre abituato chi mi segue ad ascoltare brani che parlano di me, sempre in una chiave di lettura adatta ad una canzone. Mi sono ritrovato, così, in un periodo in cui sentivo l’esigenza di buttare giù dei testi ma quasi mi sembrava di essermi dimenticato come si faceva. Così, a forza di tentativi, sono riuscito a sbloccarmi e tutto è venuto da sé. Mi sono riavvicinato a team di lavoro della mia città, Torino, fondamentale per questo disco. Abbiamo strutturato insieme un po’ tutto, anche comunicazione e fotografie, solo in bianco e nero e che non anticipassero nulla. Avevo una traccia che volevo percorrere e ‘Vincent’ ne stato il cardine, paradossalmente l’ultimo brano che ho scritto.
Dal punto di vista della realizzazione è stato tutto veloce ma sofferto, cinque mesi. Tutto però godeva di astri perfettamente allineati, e non capita spesso, quindi non ho potuto far altro che assecondarli.

Abbiamo detto: 30 anni, sei diventato papà, hai vissuto grandi gioie e grandi dolori. Che disco è per te questo?

Un disco autoterapeutico, in un certo senso. Mi è servito a vomitare cose che avevo dentro e volevo dire. Anche dal punto di vista del mercato discografico, ho visto accadere delle belle cose dal primo singolo al secondo singolo, “Mezcal”. Ho assistito ad un ritorno dei fan che mi hanno sempre seguito, ma ho colto anche l’interesse di ragazzi più giovani, che hanno iniziato ad ascoltare rap adesso e che si sono persi i miei lavori precedenti. Un bel riposizionamento, dunque, che mi fa sentire più maturo. Maturità è sicuramente un’altra parola essenziale che sta alla base di questo progetto, perché a mio parere si sente nell’equilibrio tra produzioni e modo di rappare, ma anche nella profondità dei testi, in cui interpreto musicalmente ciò che mi è successo.

La maturità di cui abbiamo parlato ha cambiato anche il tuo approccio alla musica e alla scrittura?

Assolutamente. “Less is more”. Ho tolto e ho fatto suonare le pause, che nel rap è molto più difficile. Ho fatto in modo che tutto ciò che rappo possa essere realizzato anche dal vivo, che è importante. Maturando nella scrittura, sono riuscito a fare un disco che, peccando un po’ di presunzione, ascolterei con piacere anche io. C’è il rap, una parte bella del rap, non solo goliardica ma carnale, sentita, sofferta, che oggi nel mercato globale, dove conta l’immagine, viene un po’ meno. Sono certo che questa maturità abbia dettato un nuovo inizio rispetto a ciò che sarà il futuro della mia musica. Mi sento molto più sicuro, ora, delle mie capacità.

C’è stata anche della sperimentazione?

Si, sicuramente, sulle sonorità. Devo ringraziare le persone con cui ho lavorato, con le quali mi sono confrontato molto.
Ho anche realizzato un pezzo cantato per la prima volta: “In Volo”, che reputo molto più hip hop di altri brani del passato anche se non ha alcuna strofa rap al suo interno. Ci sono ritornelli in cui canto, l’ho sempre fatto ma in questo disco è molto più evidente.
Mi sono affidato molto alle sensazioni che mi suscitavano le basi, è stato tutto naturale.
Non ci sono correttori vocali, non ci sono doppie voci troppo evidenti. “Rap over everything”, una sola voce come nei dischi americani. Un album in cui ho lavorato sull’interpretazione, e sono davvero contento del risultato.

Ti sei messo alla prova…

Era doveroso. Trent’anni, con ciò che rappresento nell’hip hop italiano, in un mercato così confuso e di spaccatura, dove la nuove generazioni stanno piazzando uno standard, è importante che uno come me faccia qualcosa di diverso.

Parlando delle collaborazioni, invece, cosa mi puoi dire?

Ho collaborato, innanzitutto, con persone con cui condivido qualcosa a livello umano e musicale.
Parto da Il Cile, ci siamo incontrati in studio, abbiamo amici in comune. Aveva sentito un mio pezzo ed è un super fan del rap italiano, colleziona anche riviste anni 90. Abbiamo parlato tanto di musica. Voleva cantare un ritornello in “Ribelli senza causa” ma gli ho proposto di realizzarne un altro insieme. Ed è venuto fuori ‘Identità’
Clementino avevo immaginato di coinvolgerlo sin dall’inizio. Abbiamo vissuto tanto insieme, un fratello. Un percorso in cui abbiamo condiviso parecchio, abbiamo dettato un nuovo modo di fare freestyle, e ci tenevo ad averlo su questo album.
Con Luchè non avevo mai collaborato, l’ho sempre stimato molto e sono un grande fan dei Co’Sang. Luchè deve essere un esempio per tutti. Dopo un periodo di oblio è riuscito a riprendersi tutto, con la forza della sua musica e della sua immagine.
Madman e Gemitaiz, a livello generazionale arrivano subito dopo di me ma negli anni hanno realizzato un ottimo percorso. Dopo un tour insieme, che ricordiamo con gioia, li ho voluti per un pezzo ganja-joint, ‘4:20’, che è venuto una bomba.
Nel disco c’è anche mio fratello (Raige) che ha scritto un ritornello, ma ci sono anche tante altre mani come Ninja dei Subsonica che ha suonato la batteria su “Vincent”. Un bel lavoro corale.

Com’è stato registrare un album su uno studio mobile, non canonico?

E’ stato bello, sicuramente. Molto positivo l’avere un bel posto dove fare musica. Abbiamo iniziato a dicembre a lavorare, nel Red Bull Studio siamo entrati a fine aprile, abbiamo fatto circa 25 giorni. Abbiamo rifatto tutto il disco. Non avevo bisogno di pizzi e merletti, ma di interpretazione. Come dicevo, anche in questo caso è stato tutto spontaneo e naturale, i brani li avevo dentro.

A proposito, oltre a ‘Vincent’, c’è un brano a cui ti senti particolarmente legato?

‘Mamma diceva’. E’ un bell’equilibrio tra contenuto e forma. Un pezzo molto importante per me. Dico delle cose in cui si possono rivedere tutti. ‘Lungo il mio cammino ho chiamato fratello ben più di un caino’. A tanti è successo di puntare su una persona e poi di perdere. A me è capito, nella musica, nella vita privata. Un brano a cui mi sento davvero legato

Allarghiamo il discorso alla musica italiana, in che stato di salute si trova secondo te ora?

L’andamento della società sicuramente influisce sulla musica. Oggi è tutto veloce, tutto rapido, foto, video Instagram, video che durano 24 ore poi scompaiono. Frenetico. E lo si scorge anche nella musica. Non sono molto entusiasta della musica italiana nel suo complesso ma stanno accadendo delle belle cose. Una scena indie molto valida, parlo di ispirazione black e non di cantautorato, che è molto lontano da me. E’ un momento molto crossover e molto vivo.
Per contro, esiste tutto quel meccanismo lento, molto italiano, delle radio della discografia, della tv, dei talent che sta sopra come una cappa.
Sono sempre pro talento, non giudico assolutamente un bravo artista uscito da un talent ma questa sovraesposizione, questa calotta che determina se una cosa funziona o meno, e dove si deve collocare, mette un po’ i bastoni tra le ruote alle nuove leve. Io sono un miracolato, faccio un rap schierato ma giocando in serie A, con un contratto con una major. Ho fatto bella figura in TV, me la sono cavata bene in radio e quando mi esibisco al Leoncavallo do tutto, come sempre. Gravito tra due mondi. Ma mi rendo conto che un certo meccanismo è un ostacolo per le nuove realtà, perché o nei fai parte o nei sei tagliato fuori. Questo vale sia per il rap che per il panorama italiano generale.
Credo che qualcuno stia cercando di ammalare lo stato di salute della musica italiana. o meglio di veicolarlo, e c’è chi sta facendo i conti con tutto questo.

Per chiudere l’intervista. Abbiamo ripercorso questi primi dieci anni di carriera. Tra dieci anni come ti vedi?

Mi piacerebbe fare il dj, se dovessi smettere di rappare. E’ da un po’ di tempo che sto iniziando a mettere in atto questa cosa, mi piace pensare di potere avere un piano B che mi faccia rimanere a contatto col mondo dei club, con l’andare a suonare e con le persone. Magari fare anche delle produzioni. Chissà, vedremo.

Ensi presenterà “V” con un tour instore che partirà proprio l’1 settembre dalla Feltrinelli di Torino. Per conoscere tutte le date è possibile visitare i suoi canali ufficiali.



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