Safari, al cinema dall’1 settembre – recensione

Safari, al cinema dall’1 settembre – recensione

Esce l’1 settembre, nelle sale italiane, Safari: l’ultimo documentario del regista austriaco Ulrich Seidl, presentato fuori concorso alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia. Il film è un racconto tragico, ma molto lucido, sul turismo della caccia in Africa (in particolare sul confine tra Namibia e Sudafrica), tanto amato e apprezzato sia dai tedeschi che dagli austriaci.

Safari, al cinema dall'1 settembre

A detta dello stesso regista, però, durante la lavorazione il film è diventato qualcosa di più di un semplice sguardo a questa riprovevole attività: “è diventato anche un film sul concetto di uccidere: uccidere per il piacere di farlo senza mai essere davvero in pericolo, uccidere come una sorta di liberazione emotiva.”

Con il suo sguardo neutrale, Seidl è riuscito a dar vita a un documentario imparziale e molto obiettivo; e avvicinandosi allo stile del cinema d’autore (come la simmetrica eleganza di Wes Anderson) è riuscito a rendere il film accattivante anche a livello visivo.

Safari, al cinema dall'1 settembre

“Il mio obiettivo era capire e raccontare cosa muove le persone ad andare in vacanza per uccidere animali” ma in verità alla fine di questo documentario non si ha una risposta definitiva a questo interrogativo, piuttosto si rimane desolatamente circondati da infinite scuse. I cacciatori che si sono prestati a raccontarsi alla telecamera di Seidl ne hanno davvero tante di scusanti: “La caccia aiuta le specie a riprodursi e a sopravvivere, uccidiamo solo i vecchi e i deboli”, “La morte è dappertutto, ma ce ne dimentichiamo”, “Il vero problema non è la caccia ma la prevalenza numerica dell’uomo nel mondo”, e anche “La natura è già scomparsa, inutile prendersela con chi caccia”.

Safari, al cinema dall'1 settembre

Seduti di fronte alla telecamera, giovani coppie, anziani pensionati e famiglie si aprano totalmente, confidando idee, passioni, timori e obiettivi. Ciò che più inquieta di questi cacciatori è l’imbarazzante pretesa di essere degli amanti degli animali. Ognuno dei protagonisti di questa pellicola si perde in ammiranti lodi per l’animale che è in procinto di uccidere. “Che magnifico animale” dice una cacciatrice alla preda appena abbattuta. Ed è sempre lei a dichiarare che: “Io non uso la parola uccidere, ma abbattere, perché suona meglio” (alla sua coscienza, verrebbe da aggiungere).

Queste confessioni intimistiche dei personaggi, hanno reso questo documentario sulla caccia un film sull’idea di uccidere. Seidl non fa sconti, senza nessuna censura, ha scelto esclusivamente di osservare. La sua presenza non si avverte mai, tanto che spesso ci si dimentica di stare guardando un documentario.

Safari, al cinema dall'1 settembre

“Conoscevo cacciatori che uccidevano ma non coppie e famiglie che si baciano e congratulano tra loro dopo l’uccisione. L’atto di uccidere sembra per loro un atto libidico” dichiara Seidl. “Weidmannsheil!”, “Ottima caccia!” è l’ augurio che si fanno i cacciatori austriaci ogni volta che, da lontano e con un fucile, dopo che qualcun altro ha avvistato per loro la preda, riescono a uccidere un animale indifeso. Alcuni arrivano per fino a congratularsi con l’animale, utilizzando frasi non solo imbarazzanti ma anche raccapriccianti: “Ti sei battuto bene” dice uno dei cacciatori, al cadavere dell’animale abbattuto.

L’unica affermazione sensata arriva dal proprietario di una tenuta di caccia: “Noi esseri umani siamo in cima alla piramide alimentare, se sparissimo tutti faremmo un favore alla natura”. Dopo aver visto questo documentario viene da aggiungere: “Speriamo, al più presto!”. Del resto la maggioranza di questi cacciatori ha in sé un’arroganza riprovevole, come uno tra i più anziani protagonisti, che afferma: “Sono un cacciatore non mi devo giustificare, perché dovrei?”.

Safari, al cinema dall'1 settembre

Ulrich Seidl ha dipinto un quadro completo di questo “turismo per uccidere”, che va dagli appostamenti, all’abbattimento, fino ad arrivare allo scuoiameto e allo smembramento dell’animale (ad opera, ovviamente, dagli operai africani, non sia mai insozzare le candide mani dei turisti paganti).

Che siate o meno veri amanti degli animali, noi vi consigliamo vivamente questo documentario estetico, con la speranza che il vostro stomaco (e il vostro cuore) sia forte abbastanza.



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