Mauro Ermanno Giovanardi presenta ‘La mia generazione’, l’intervista

Mauro Ermanno Giovanardi presenta ‘La mia generazione’, l’intervista

Di Rossella Romano

Erano gli anni 90, e in Italia, accanto al pop da classifica, alla dance che impazzava, esisteva un sottobosco così brulicante, così vivo, così imponente da urlare tanto da farsi spazio e attirare l’attenzione, persino delle Major. L’alternative, una parola che riempie l’anima, la mia soprattutto. La sperimentazione, il passaggio dall’inglese all’italiano, lo studio di registrazione come territorio fertile di incontri, commistioni e impulsi creativi, come motore di tutto.
Io, con la musica degli anni 90, di quegli anni 90, ci sono cresciuta. Ho pianto, ho amato, ho odiato e ho trovato rifugio in quelle canzoni che, ancora oggi, fanno parte dei miei ascolti preferiti. Così, quando ho ricevuto l’invito a fare quattro chiacchiere con Mauro Ermanno Giovanardi, mi sono davvero emozionata.
Si intitola “La mia generazione” ed esce proprio oggi, 22 settembre, il nuovo disco di una delle voci protagoniste proprio di quel periodo.
Nella tracklist, pezzi di cuore, scelti da Mauro Ermanno Giovanardi con cura. Ci sono gli Afterhours, i Casino Royale, gli Ustmamò, i CSI, i Marlene Kuntz, i suoi La Crus, solo per citarne alcuni. Un omaggio, una rilettura in chiave personale di brani iconici, come mi dirà Mauro Ermanno nell’intervista che segue. Non mancano i duetti con chi, come lui, quella stagione l’ha resa ricchissima di musica: Manuel Agnelli, Cristiano Godano e Samuel tra i nomi nel disco. Pochi ma molto buoni.
Nessuna nostalgia, qualche bel ricordo e un augurio particolare alle nuove generazioni. Ecco cosa mi ha raccontato Mauro Ermanno Giovanardi

Vorrei cominciare subito col chiederti la genesi del disco, com’è nato?

Ci pensavo da un po’. Non posso non progettare ogni lavoro che faccio. Nel cassetto avevo due o tre progetti, e questo era uno di quelli. Figurati che la sera che mi premiavano al Tenco due anni fa come Miglior disco dell’anno, nei camerini parlavo coi miei ragazzi, che sono produttori con me del disco, e raccontavo loro del desiderio di dare vita a questo album, affermando che era giunto il momento in cui mi sentivo in grado di farlo. E’ il disco più difficile che io abbia mai realizzato. Più pericoloso anche, sia dal punto di vista progettuale che come interprete. C’erano delle cose che volevo fare ma non sapevo se ne ero in grado. Parlo soprattutto di “Aspettando il sole”, “Forma e sostanza” e “Primo Dio”. Non sono tre pezzi cantati, rappare e declamare sono davvero molto distanti dal cantare. E’ un album in cui c’è dentro tutto: soul, rock, rap, declamazioni, folk, trip hop. Dovevo sentirmi pronto

Magari ti sei sentito pronto anche ad affrontare qualcosa che non ha fatto parte di ciò che hai realizzato in passato, e magari anche al confronto con gli artisti che di questi pezzi ne sono gli interpreti, cosa che potrebbe essere un po’ dietro l’angolo in questo caso…

Ma sai, se ti sei confrontato con De Andrè, con Tenco e con Ciampi, ti puoi confrontare anche con Manuel ( ride, NDR). Non si trattava di paura reverenziale, era proprio una questione di interpretazione. Se sai cantare, è più facile un pezzo di Mina che di Ferretti. Tutto il disco è concettualmente molto rigoso. C’erano alcuni paletti che avevo messo. Sapevo che non ci potevano essere più di quattro canzoni con gli ospiti, altrimenti non era più un mio disco ma una raccolta di duetti. Sapevo che dovevo sfuggire a qualsiasi tipo di retorica, da ogni tipo di revival, dalla nostalgia. Sapevo che avrei dovuto lavorare su ogni pezzo come se fosse una mia canzone. Di ogni gruppo trovare il testo giusto che mi si potesse cucire addosso bene, rispettarne lo spirito originario cercando di farne una versione completamente mia, che fosse credibile e tenesse botta al brano originale. In “Aspettando il sole”, “Forma e sostanza” e “Il primo Dio” c’era un ulteriore carico, ti devi re. Inventare come portare la voce. Se fai il verso a Ferretti non è più arte, ma se non gli fai il verso devi capire come. Così come per Mimì. C’è tantissimo cuore, tantissima umiltà e tantissima testa in questo album.

Come hai selezioni i brani per comporre la tracklist di “La mia generazione”, oltre alla scelta di pezzi che potevano essere più nelle tue corde, come mi accennavi prima?

Sin dai La Crus, da “Dentro me”, ogni disco è concettualmente molto legato, compattato. Ti rendi conto che hai un’idea precisa, del materiale che man mano diventa vivo e con lo sviluppo del lavoro ci sono dei momenti in cui puoi prendere altre decisioni. Per cui ho iniziato a dai pezzi che sapevo già di voler inserire nel disco, che erano cinqueo sei: “Stelle buone”, “Lasciati”, che ho sentito centinaia di volte ed ho anche pianto, “Non è per sempre”, “Uomini”, “Lieve”, “Forma e sostanza”, se c’è un pezzo iconico di quella stagione è proprio questo. Gli altri pezzi, riascoltandoli, canticchiandoli e capendo quale testo poteva essere più credibile nella mia interpretazione, sono venuti man mano. Era importante che questo lavoro non venisse recepito come un album di cover. Ci ho lavorato per più un anno su questi brani: mi sono reso conto che, se volevo realizzare un disco davvero sincero e onesto, dovevo passare per questo tipo di concentrazione senza mai mollare.

Ascoltando l’album ho colto che si tratta di una tua fotografia personale di quella che era la tua generazione, di quello che hai vissuto e ti ha circondato in quel periodo e ho apprezzato molto. Come ho apprezzato il non far interpretare i brani a coloro che li hanno cantati in origine ma coinvolgendoli in altri. Come hai scelto chi avrebbe cantato cosa?

Con Manuel (Agnelli) siamo cresciuti insieme, abbiamo vissuto entrambi la scena milanese degli anni 90, la Vox Pop, il Jungle Sound, e in questa scena entrambi cantavamo in inglese.
Edda è stato importantissimo, “Criminale” a parer mio è un disco molto sottovalutato. E’ freschissimo anche oggi, l’ho risentito settimana scorsa e mi sembra uscito ieri. In quel disco Edda rivoluziona il modo di cantare in Italiano. Inconsciamente io e Manuel, per motivi diversi, siamo andati a lezione da lui, per cui mi sembrava naturale far cantare a Manuel “Huomini” per tutto questo background
Per Samuel, mi è venuta in mente “Discoteca Labirinto”, mi sono venute in mente delle affinità che potevano esserci con i Bluvertigo. Ci conoscevamo, anche loro erano in Mescal. Con Samuel non avevo mai fatto nulla, ci siamo sentiti, gli ho raccontato dei progetti e mi ha detto che voleva farne parte. Quando gli ho proposto “Cieli Neri”, mi ha detto che era uno dei suoi brani preferiti, ma non lo sapevo assolutamente
In “Forma e sostanza” ho voluto coinvolgere Cristiano Godano per il legame col Consorzio inevitabile, e Mimì perché se penso a un figlio legittimo dei CCP sono i Massimo Volume, anche per un modo più simile a Ferretti rispetto al mio di portare le parole.
Rachele (Bastreghi) l’ho voluta perché se c’è un discendente di questa stagione sono proprio i Baustelle. Con molto dispiacere ho lasciato fuori un sacco di colleghi, ma era una cosa che avevo deciso da principio avere pochi ospiti in questo lavoro.

Se tu dovessi raccontare qualcosa della tua generazione ad un ragazzo di adesso, di cosa gli parleresti?

Gli racconterei che eravamo nel secondo millennio, con tutti i suoi pro ed i suoi contro. Esiste una divisione della musica, segnata dall’arrivo di Internet. Tutto quello che fa parte della mia generazione è arrivato prima. Gli direi che sono stato molto fortunato, perché ho vissuto una congiunzione astrale fortunatissima (spero anche per merito e capacità). Tutti noi arrivavamo da contesti più alternativi, non avevamo mai avuto a che fare con la discografia ufficiale, facevamo tutti parte di etichette indipendenti, avevamo un altro tipo di attitudine. Era vietato parlare d’amore, le canzoni d’amore erano legate all’immaginario di Sanremo anni 80 dove si cantava in playback. Se ti affascinavano il punk o il post punk era tutto molto distante. La congiunzione astrale ci ha fatto capire che dovevamo cantare in italiano. Dovevamo confrontarci col pubblico. Le Major hanno realizzato che questa scena poteva essere compresa da molte più persone, per cui nel giro di pochissimi mesi abbiamo avuto un contratto con una di queste discografiche. Giravano più soldi, c’erano dieci volte i club che ci sono ora. L’ultimo concerto che ho tenuto coi Carnival of Fools è stato di spalla a Nick Cave, ad esempio. Sono stato socio della Vox Pop. Tanti di questi gruppi che hanno reso viva la scena sono passati da lì: Afterhours, Casino Royale, Mau Mau, Africa Unite, i Prozac +, i Sottotono. Sapevo quanti dischi si vendevano e quanta gente c’era ai concerti. Tutti noi siamo passati da 100 persone ai live a 1000/2000 .
Per qualche anno ho avuto due progetti, oltre ai Carnival, stavano nascendo i La Crus. Fino a quel momento nessuno in Italia aveva cercato di mutuare la metodologia dell’hip hop però al posto di rapparci sopra, cantarci, come stavamo facendo noi. Quando stavamo mixando il primo disco, era l’estate ’94, Davide Sapienza mi mandò un CD dicendomi che ci sarebbe piaciuto molto. Era il primo singolo dei Portishead. Per noi è stata un’iniezione di fiducia pazzesca: con risultati diversi, a chilometri di distanza vedere che un progetto stava usando le nostre stesse modalità, è stato pazzesco.
Con il primo tour dei La Crus abbiamo fatto 120 date.
Il pubblico cresceva mano mano. E’ stato un periodo molto importante, di cambiamento.
Ad un ragazzo di vent’anni direi certamente che sono stato fortunato ad esserci, a vivere quel momento.
Internet è stata una rivoluzione epocale. Ma come ogni medaglia ha due facce. Da una parte se sei bravo, con programmino da 200 euro ti puoi fare un disco a casa. Musica al popolo. Dall’altra, non essendoci filtro, esce qualsiasi cosa. E tutto questo va ad ingolfare un mercato già saturo.

Per concludere, un augurio che senti di dare alle nuove generazioni?

Domanda difficilissima… Gli direi di sforzarsi di essere più presenti in maniera umana piuttosto che virtuale.
Mauro Ermanno Giovanardi incontrerà i fan in due appuntamenti:
22 settembre a ROMA, Feltrinelli Via Appia h.18.00
25 settembre a MILANO, Feltrinelli Piazza Piemonte h. 18.30

Giovedì 28 settembrel’artista presenterà il suo nuovo progetto con un po’ di chiacchiere e, per la prima volta, con alcuni brani live dell’album in occasione della presentazione di MOLLY BLOOM, la nuova scuola di scrittura che insegna a scrivere Narrativa, Poesia e Canzoni, alle ore 21.00 all’EX DOGANA a San Lorenzo in Via dello Scalo San Lorenzo, 10 a Roma.



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